L’Etiopia ha votato. Ma il 43% è escluso dal futuro

C’è un paese dove il PIL cresce al 10% annuo e il 43% della popolazione vive in povertà. Dove si costruiscono dighe faraoniche sul Nilo e aeroporti internazionali mentre tre quarti della popolazione non ha accesso stabile all’elettricità né ai servizi sanitari. Dove si tengono elezioni regolari — le settime dal 1995 — e il 20% del territorio non vota perché è in guerra o sotto controllo militare.

Dove il premier ha vinto il Nobel per la Pace nel 2019 e negli anni successivi ha condotto una guerra civile con 600mila morti, violenze sessuali di massa e quello che gli esperti delle Nazioni Unite hanno definito pulizia etnica.

Questo paese si chiama Etiopia. Abiy Ahmed ha appena vinto le elezioni con 460 seggi su 547. La comunità internazionale lo riceve, lo finanzia e lo cita come interlocutore indispensabile per la stabilità del Corno d’Africa.

Il paradosso etiope non è una contraddizione accidentale — è il funzionamento deliberato di un modello. La crescita economica esiste, è reale, è misurabile. Ma non scende. Rimane in cima, alimenta la capitale, finanzia la proiezione internazionale del regime, attira investitori stranieri. Il PIL pro capite è di 916 dollari — il 7% della media mondiale.

La Banca Mondiale certifica che la povertà è aumentata dal 39% del 2021 al 43% del 2025, negli stessi anni in cui l’economia cresceva a doppia cifra.

Non è un paradosso. È una scelta. Ad Addis Abeba sorgono cantieri e grattacieli mentre nelle aree rurali — dove vive il 75% della popolazione — mancano ospedali, scuole, strade, fertilizzanti. La chiusura dello Stretto di Hormuz, conseguenza della guerra in Medio Oriente, ha interrotto le forniture agricole proprio nelle zone già al limite. I poveri pagano il conto delle geopolitiche altrui, come sempre.

Questa contraddizione non è esterna al modello di sviluppo di Abiy Ahmed — ne è il motore. Lo Stato accumula risorse al centro e governa la periferia attraverso la paura, la militarizzazione e il controllo etnico. I conflitti in Tigray, Oromia e Amhara non sono incidenti di percorso: sono il prodotto di un governo che risponde alle richieste di autonomia con la forza, e che trasforma l’insicurezza in capitale politico.

Più il paese è instabile, più il regime si presenta come l’unica alternativa al collasso.

Il Tigray non ha votato. Le elezioni si svolgeranno lì in data da definire — se mai si svolgeranno. Nelle regioni Amhara e Oromia si sono verificati scontri armati il giorno stesso del voto. Cinque organizzazioni per i diritti umani sono state sospese nell’ultimo anno.

I media internazionali non hanno ricevuto accreditamento. Il principale partito di opposizione ha presentato oltre 200 denunce per intimidazioni e blocco degli osservatori.

Elezioni in queste condizioni non sono una misurazione del consenso popolare. Sono una rappresentazione del consenso, funzionale alla riabilitazione internazionale del regime. Abiy Ahmed ha bisogno delle elezioni non per governare — governa già — ma per presentarsi al mondo come leader legittimo di uno Stato democratico.

La comunità internazionale ha bisogno delle elezioni per poter continuare a finanziarlo, a vendergli armi, a usarlo come argine alla migrazione e come interlocutore nella competizione geopolitica con Cina, Russia e monarchie del Golfo.

I poveri dell’Oromia, le famiglie del Tigray, i contadini senza fertilizzanti non sono parte di questo calcolo. Sono il prezzo che si paga per mantenerlo in piedi.

Nel 2019 il comitato norvegese consegnò il Nobel per la Pace a un uomo che aveva appena liberato i prigionieri politici, aperto i giornali e firmato la pace con l’Eritrea. Era una scommessa sul futuro. La scommessa è andata male.

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Negli anni successivi Abiy ha condotto una guerra con caratteristiche di pulizia etnica riconosciute dal Dipartimento di Stato americano, ha militarizzato le istituzioni, ha silenziato la società civile. Il Nobel non è stato ritirato. La comunità internazionale si è limitata a cambiare argomento.

Questo è il meccanismo che protegge i governi come quello di Abiy: non l’assenza di prove, ma l’eccesso di interessi. Washington vuole stabilità nel Corno d’Africa. L’Europa vuole che l’Etiopia contenga i migranti prima che raggiungano il Mediterraneo. La Cina vuole proteggere i suoi investimenti infrastrutturali.

Gli Emirati vogliono un alleato affidabile sul Mar Rosso. Ognuno di questi attori ha una ragione per guardare dall’altra parte. Insieme producono l’impunità.

Il risultato è che uno Stato che ha presieduto a violenze di massa viene gradualmente reintegrato nel linguaggio del partenariato strategico senza che nessuno abbia risposto di nulla.

L’Accordo di Pretoria del 2022 ha ridotto i combattimenti nel Tigray senza istituire alcun meccanismo di giustizia transitoria, nessun processo di verità e riconciliazione, nessun risarcimento per le vittime, nessuna garanzia che non si ripeta.

Gli etipi poveri esistono in questo sistema come variabile residuale. Non sono il problema che la diplomazia internazionale cerca di risolvere — sono il problema che la diplomazia internazionale produce e poi ignora.

L’Europa esternalizza il controllo delle frontiere all’Etiopia mentre la crisi politica etiope genera i rifugiati che poi cerca di fermare. Gli Stati Uniti finanziano la cooperazione militare con un governo che usa quella cooperazione per reprimere le popolazioni civili. Il ciclo si autoalimenta.

Un paese che cresce al 10% e impoverisce il 43% dei suoi cittadini non ha un problema di sviluppo. Ha un problema di potere. Chi detiene il potere decide chi beneficia della crescita e chi paga il costo della guerra.

In Etiopia questa scelta è stata fatta con chiarezza: beneficiano la capitale, le élite, gli investitori stranieri, il regime. Pagano i poveri rurali, le minoranze etniche, i territori ribelli, i rifugiati interni — quattro milioni di sfollati secondo le ultime stime.
Le elezioni hanno confermato chi comanda. Non hanno cambiato chi soffre.

“Food crisis in the Horn of Africa” by IFRC is licensed under CC BY-NC-ND 2.0.