Cominciamo dal fatto nudo. Nel cuore di Delhi, al numero 2 di Safdarjung Road, a due passi dalla residenza del primo ministro, c’è un circolo esclusivo: il Gymkhana. Nato più di un secolo fa come club per soli bianchi dell’amministrazione coloniale britannica, è diventato negli anni il rifugio dell’alta borghesia della capitale — funzionari, diplomatici, generali.
Ventisette acri di verde in una delle zone più preziose e sorvegliate della città, due piscine, campi da tennis, liste d’attesa che arrivano a ventotto anni. Il governo di Narendra Modi gli ha notificato l’ordine di andarsene.
La ragione ufficiale non è la storia coloniale: il contratto — una concessione che risale al 1928 — è stato dichiarato scaduto, il club definito “occupante non autorizzato”, e il terreno reclamato perché “critico per rafforzare e mettere in sicurezza le infrastrutture di difesa”. Tutto passa per una legge del 1971 sugli sgomberi degli occupanti abusivi di immobili pubblici.
Nei discorsi, invece, Modi lo racconta in un altro modo: liberare l’India dalla “mentalità da schiavo”, cancellare le vestigia dell’Impero. Due versioni della stessa mossa: una per i tribunali, una per le piazze.
C’è pure un terzo strato, ed è il più prosaico: i soldi. Il governo ha sostituito il vecchio affitto simbolico di epoca britannica con tariffe di mercato; il club non le avrebbe pagate, e ora si vede contestare arretrati e penali per 47,6 crore di rupie. Il crore è l’unità con cui in India si contano i grandi numeri — dieci milioni — quindi stiamo parlando di 476 milioni di rupie, all’incirca cinque milioni di euro.
Se la morosità è reale può anche essere il grimaldello perfetto per un’operazione che ha tutt’altro fine. Che il vero motore sia il terreno, e non l’ideologia, lo suggerisce proprio questo — se si trattasse davvero solo di “decolonizzare”, non servirebbe un contenzioso su affitti e penali.
Il Gymkhana non è niente altro che un privilegio di casta e chi lo rimpiange perché “ha una storia” difende soprattutto la propria. Su questo non c’è nostalgia che tenga, e non saremo noi a piangere ventisette acri con lista d’attesa di ventotto anni. Ma è proprio perché il club è indifendibile che vale la pena guardare chi lo abbatte, e con quali parole. Perché la parola “decolonizzazione”, qui, fa un lavoro sporco.
Lo fa perché nel governo Modi la stessa operazione non si ferma ai britannici: la cancellazione del passato ha colpito anche le tracce della lunga dominazione musulmana, i Moghul. Non è detto che il Gymkhana rientri in quel filone — questo è un contenzioso su un terreno, non su una moschea — ma la direzione generale è quella, ed è illuminante.
Se “decolonizzi” anche l’islam, non stai facendo anti-colonialismo: stai facendo maggioritarismo hindu. “Decolonizzazione” diventa la parola presentabile per “induizzazione”. E se ti chiedi cosa nasce, di solito, al posto del passato che si abbatte, la risposta è istruttiva: altrove, dove sorgevano i palazzi coloniali, è comparso un nuovo ufficio per Modi stesso, battezzato con un nome sanscrito. La liberazione dall’Impero che si intitola al liberatore.
E non è un episodio isolato: appena il mese scorso il governo si è ripreso anche i quindici acri del Jaipur Polo Ground. Il verde pregiato della vecchia Delhi coloniale sta cambiando padrone, un pezzo alla volta.
Fin qui l’India di Modi. Ma c’è un problema: noi, l’Occidente che ha adottato Modi come un “democratico”. Perché c’è un fatto che dovrebbe stare in ogni suo ritratto, e che di solito manca. Nel 2005 gli Stati Uniti gli negarono il visto. Non un cavillo: glielo negarono per il suo ruolo nei massacri anti-musulmani del Gujarat del 2002, migliaia di morti quando lui governava quello Stato. Per Washington, allora, Modi era un uomo da tenere fuori dalla porta.

Poi è cambiato tutto. Non lui: la sua utilità. L’India è diventata il grande contrappeso alla Cina, un mercato da un miliardo e quattrocento milioni di persone, l’officina e lo sbocco di cui l’Occidente ha bisogno. E lo stesso uomo a cui il visto era stato negato ha cominciato a essere ricevuto col tappeto rosso alla Casa Bianca, a Westminster, dappertutto, presentato come il modernizzatore affidabile, il leader della “più grande democrazia del mondo”.
Nel frattempo chi misura queste cose per mestiere raccontava il contrario: Freedom House ha declassato l’India da “libera” a “parzialmente libera”, altri l’hanno definita un'”autocrazia elettorale”. Roba scivolata via nei comunicati, coperta da una parola sola: “partner”.
La faccenda del club torna quindi utile, come uno specchio, per capire meglio la realtà indiana. La stessa stampa occidentale che oggi si commuove per i soci del Gymkhana, perché laici, anglofoni, occidentalizzati, insomma gente che “ci somiglia”, è la stessa che per un decennio ha venduto Modi come un democratico rispettabile, finché faceva comodo.
Difende l’élite per le ragioni sbagliate e ha sdoganato chi la spazza via per le ragioni sbagliate. Due errori speculari, stessa radice: il giudizio piegato all’interesse. Quando un Paese serve ai tuoi commerci gli condoni la democrazia, e ti accorgi del suo autoritarismo solo quando tocca qualcuno che ti assomiglia.
Non è anti-occidentalismo, e non è tifo per Modi contro il club. È una cosa più scomoda: “la più grande democrazia del mondo” funziona come una formula magica, di quelle che chiudono la discussione prima di aprirla. Lo dicono i mercati, lo dicono le cancellerie, quindi è vero, e nessuno va a leggere le carte.
È lo stesso trucco che Modi usa in casa con “decolonizzazione”: una parola inattaccabile appoggiata sopra un atto attaccabilissimo. Persino il socio che ha portato il club davanti all’Alta Corte di Delhi lo dice con parole che valgono più delle nostre: le ragioni di “difesa e sicurezza”, sostiene, sono “vaghe e generiche”, la copertura di uno sfratto forzato. L’Alta Corte, va aggiunto, ha comunque rifiutato di fermarlo: il governo procede.
Nessuna dubita che il colonialismo britannico fu un orrore vero, e che il bisogno dell’India di riprendersi la propria cultura ha ragioni reali. E va detto che l’India non è un blocco unico: ha ancora un’opposizione, giornali che resistono, tribunali che ogni tanto mordono.
Il problema è che Modi dice una cosa vera, l’Impero fu una catena ai piedi, per farne un uso falso: nascondersi sotto un potere che con la libertà degli indiani non ha niente a che vedere. E il problema, per noi, è che quel trucco lo abbiamo comprato senza fiatare, il giorno esatto in cui l’India è diventata un buon affare.



