Dall’antisemitismo ideologico a quello materiale

Cominciamo dal fatto. Nei giorni scorsi è circolato in rete, rilanciato su WhatsApp e nelle chat, un modulo Google intitolato “Mappatura turismo sionista”. Chiunque poteva compilarlo per segnalare in quali alberghi, strutture ricettive e attività commerciali italiane fossero ospitati cittadini israeliani o ebrei, allo scopo dichiarato di tracciare la “neocolonizzazione sionista”.

Il questionario chiedeva il luogo e la fonte della segnalazione, e prometteva che i dati sarebbero rimasti “protetti e riservati”. Dopo la denuncia del coordinatore nazionale per la lotta all’antisemitismo, Google lo ha rimosso; l’autore resta ignoto, e il movimento indicato come destinatario ne ha disconosciuto la paternità. I presidenti delle Comunità ebraiche di Roma e Milano hanno parlato di “caccia all’uomo” e di ritorno “agli anni Trenta”. La magistratura indaga.

Si potrebbe archiviarlo come l’ennesimo scarto dell’odio online. Sarebbe un errore. Perché quel modulo segna una soglia precisa: il passaggio dall’antisemitismo ideologico a quello materiale.

L’antisemitismo ideologico è discorso. È il pregiudizio che circola nelle parole, nei cori da stadio, nei meme: grave, ma confinato al piano del linguaggio. Diventa materiale nel momento esatto in cui si dota di un dispositivo, di uno strumento che non dice qualcosa sugli ebrei ma fa qualcosa: li elenca, li localizza, li rende reperibili in uno spazio fisico e legati a un’attività economica. Un modulo con un campo “localizzazione” e un campo “fonte” non è un’opinione: è un’infrastruttura. È il punto in cui l’odio smette di pensare il bersaglio e comincia a costruire l’attrezzo per trattarlo.

Qui la storia non offre un’analogia retorica, ma un ammonimento sul metodo. Le leggi razziali, l’isolamento, l’annientamento non arrivarono in un giorno per decreto. Arrivarono per gradini, ciascuno appena peggiore del precedente, ciascuno abbastanza piccolo da restare accettabile agli occhi della brava gente.

Il primo gradino, in Italia, non fu la violenza: fu la burocrazia. Il 22 agosto 1938 il regime fascista dispose il censimento nazionale degli ebrei, gestito dalla Direzione generale per la demografia e la razza, ordinato con “riservatezza assoluta e massima precisione”. Non fu la persecuzione. Fu la sua predisposizione tecnica: la banca dati da cui, negli anni seguenti, la macchina amministrativa attinse per le espulsioni, le confische e infine gli arresti e le deportazioni. Quando nel novembre 1943 l’Ordinanza di polizia n. 5 ordinò di arrestare tutti gli ebrei, i nomi e gli indirizzi erano già schedati da cinque anni.

Vale la pena ricordarlo: in Italia la stella gialla cucita sugli abiti non fu mai imposta. Il marchio, da noi, non stava sui vestiti, stava nei registri. E quei registri furono compilati da impiegati comuni, come ordinaria amministrazione; circa metà degli ebrei catturati in Italia fu arrestata da italiani, non da tedeschi. È la parte scomoda della memoria: la macchina non ebbe bisogno di mostri, le bastarono persone normali disposte a compilare un modulo.

Liliana Segre ha definito questa progressione una “linea ideale” che unisce la schedatura, le leggi razziali, il binario della Stazione Centrale e i cancelli di Auschwitz. Il questionario del 2026 non è Auschwitz. Ma è, strutturalmente, lo stesso primo anello di quella linea. Denunciare il processo in corso significa denunciare che qualcuno ha ricominciato a forgiarlo.

Da dove nasce allora la responsabilità, se nessuno firma? Nasce da un’operazione logica precisa, la sostituzione dell’oggetto. La critica a un governo, alle sue scelte, alla sua guerra, ha un oggetto legittimo, politico, contestabile per ciò che fa. Criminale per quanto riguarda la redazione di Diogene Notizie e da perseguire secondo le leggi del diritto internazionale. L’antisemitismo esegue una traslazione: sposta il bersaglio dal governo all’ebreo in quanto ebreo, all’israeliano in quanto israeliano. Il modulo compie questa mossa alla lettera.

Non chiede se in un albergo alloggi un responsabile di crimini; chiede se vi alloggi un ebreo. Il criterio non è la condotta, è l’appartenenza: la stessa identica logica del 1938, che schedava “di razza” a prescindere da ciò che ciascuno pensava o faceva. E qui va detto con nettezza, perché è il punto: si può nutrire il giudizio più severo sulla condotta del governo di Netanyahu, ed è esattamente quel giudizio politico, legittimo, che il questionario perverte, scaricandolo su persone colpevoli soltanto di essere ebree. Chi costruisce e diffonde quello strumento non ha bisogno di rivendicare nulla: produce comunque l’effetto di trasformare ogni turista, ogni coppia in viaggio, ogni negoziante nel corpo consegnabile su cui si scarica un conto che non gli appartiene.

È questo il confine da presidiare. Non quello tra chi critica Israele e chi lo difende, ma quello tra chi tiene distinti un governo e un popolo e chi li fa collassare l’uno nell’altro. Quel collasso ha già un nome e una data: 1938. Riconoscerlo mentre riaffiora, nella forma apparentemente innocua di un modulo da compilare, è l’unico modo per non doverlo raccontare, un’altra volta, troppo tardi.