Niger: la giunta golpista accresce instabilità Sahel

Con una cerimonia ufficiale a Niamey, Abdourahamane Tiani è stato insediato come presidente del Niger per un periodo di transizione di cinque anni.

La nomina, sancita da una nuova carta approvata da una conferenza nazionale, sostituisce formalmente la costituzione del Paese e rappresenta la definitiva rottura con l’ordine democratico rovesciato nel luglio 2023 dal colpo di stato che ha portato Tiani al potere.

La giunta militare che governa il Niger ha così chiuso ogni spiraglio alle pressioni dell’ECOWAS, il blocco regionale dell’Africa occidentale, che aveva richiesto un rapido ritorno alla democrazia.

Anzi, il nuovo quadro giuridico amplia i margini della transizione e rafforza il potere personale del leader golpista, che ha ottenuto nel frattempo anche la promozione al grado più alto dell’esercito nigerino: generale d’armata.

La transizione, annunciata come “flessibile”, prevede che si torni al voto non prima del 2030. In pratica, Tiani potrebbe rimanere alla guida del Paese per almeno sette anni.

Non è un caso isolato. Lo schema è ormai rodato nella regione: rovesciamento di un governo civile, autoproclamazione di un leader militare, promessa di ritorno alla democrazia, graduale consolidamento del potere.

È quanto già accaduto in Mali, Guinea e Burkina Faso, oggi alleati del Niger e usciti come lui dall’ECOWAS. L’organizzazione regionale aveva tentato di imporre sanzioni, congelamenti di fondi e persino minacciato un intervento armato contro la giunta, ma il fronte dei regimi militari ha risposto con il ritiro in blocco, denunciando le pressioni esterne come forme di neocolonialismo mascherato.

Dietro il linguaggio della sovranità e della sicurezza si nasconde un paese in crisi profonda. Il Niger è uno degli stati più poveri del mondo, con un’economia basata sull’agricoltura di sussistenza e sul settore minerario, in particolare l’uranio.

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Nonostante la presenza di risorse naturali, oltre il 40% della popolazione vive sotto la soglia di povertà e l’accesso ai servizi di base – istruzione, sanità, acqua potabile – resta tra i più bassi al mondo.

Il generale nigerino Abdourahamane Tiani

La moneta nazionale, il franco CFA, è legata all’euro e garantita dal Tesoro francese, ma il crescente sentimento anti-francese ha spinto la giunta a rinegoziare rapporti economici e militari con Parigi, sostituendo le forze francesi con presidi militari russi e mercenari della galassia Wagner.

La giunta ha giustificato il golpe del 2023 con l’inefficacia del governo civile nel contrastare la violenza jihadista. Le regioni di confine sono da anni teatro di attacchi da parte di gruppi affiliati ad al-Qaeda e all’ISIS, che approfittano dell’instabilità politica e della fragilità statale per consolidare le loro reti.

Tuttavia, il governo militare non è riuscito finora a migliorare la situazione della sicurezza, e anzi ha intensificato la repressione dei diritti civili e politici. Giornalisti, attivisti e oppositori sono stati arrestati o messi a tacere, mentre l’informazione è sempre più controllata.

Il ritorno alla democrazia sembra allontanarsi anche sul piano economico. Le sanzioni imposte dall’ECOWAS hanno colpito duramente l’economia nigerina, in particolare le importazioni e le rimesse.

La chiusura temporanea delle frontiere ha paralizzato i commerci e provocato un’impennata dei prezzi. Le promesse di autosufficienza economica non si sono tradotte in un miglioramento concreto delle condizioni di vita, e il rischio di una nuova crisi alimentare è concreto, anche a causa degli effetti del cambiamento climatico.

Il quadro regionale è dunque quello di una deriva militare con tratti autoritari, in un’area strategica per le rotte migratorie, gli interessi energetici e la lotta al terrorismo.

Le cancellerie europee osservano con crescente preoccupazione, consapevoli che l’instabilità del Sahel ha ripercussioni dirette sull’Europa. Ma con la ritirata diplomatica dell’Occidente e il riassetto dei rapporti internazionali, oggi è Mosca a presentarsi come alleato privilegiato delle nuove élite africane.

Con l’investitura di Tiani, si chiude simbolicamente una stagione di transizioni democratiche avviate all’inizio degli anni Duemila in Africa occidentale. Al loro posto si consolida un nuovo ordine autoritario, giustificato dall’emergenza e fondato sul controllo del potere più che sulla sua legittimazione.

Proteste contro la Francia a Niamey, capitale del Niger