Anche a questa tornata elettorale fino a 300 mila persone rischiano di presentarsi al seggio e di non trovare il proprio nome sulle liste elettorali.
Questo perché in Italia il diritto di voto è formalmente universale, ma nella pratica può diventare un percorso a ostacoli, scandito da una scadenza, gli aggiornamenti semestrali delle liste elettorali.
Le liste vengono infatti revisionate due volte l’anno, a gennaio e a luglio. Un meccanismo che non tiene conto di ciò che accade nel frattempo nella vita delle persone.
E così, chi cambia status tra una revisione e l’altra rischia di restare escluso dall’esercizio di un diritto fondamentale. Succede a chi cambia residenza, a chi riacquista il diritto di voto dopo una sospensione.
Ma soprattutto a chi acquisisce la cittadinanza a ridosso di una consultazione elettorale.
Ed è proprio qui che emerge una delle disparità più evidenti. Per i cittadini italiani i cambiamenti rilevanti dovrebbero essere recepiti automaticamente dall’amministrazione, almeno in teoria.
Ma per i nuovi cittadini no. L’inserimento nelle liste non sempre è automatico. Quando si è troppo vicini ad una consultazione elettorale, spetta al singolo attivarsi personalmente, presentando una richiesta formale.
Un passaggio burocratico tutt’altro che scontato, soprattutto per chi ha appena concluso un percorso lungo e logorante come quello per il riconoscimento della cittadinanza.
Il risultato è brutale. Proprio nel momento in cui acquisiscono pieni diritti civili e politici, molte persone rischiano di non poterli esercitare.
È quello che è successo a Janaq, per tutti Niky. Dopo vent’anni di vita in Italia, lo scorso anno ha finalmente ottenuto la cittadinanza, poche settimane prima del referendum sulla cittadinanza.
Un traguardo atteso per anni, che però non si è tradotto automaticamente nella possibilità di votare. Per giorni ha rischiato di restare escluso. Ha dovuto muoversi tra uffici, richieste e incertezze, fino a ottenere un attestato sostitutivo della tessera elettorale solo pochi minuti prima della chiusura del seggio.
Ha votato, ma sul filo. Non grazie al sistema, ma nonostante il sistema.
Una discriminazione di fatto. Che colpisce in modo sproporzionato le persone con background migratorio.
Eppure il problema non è nuovo. Già nel 1970 la Corte Costituzionale aveva dichiarato incostituzionale l’esclusione dalle liste di chi aveva maturato il diritto di voto dopo l’ultima revisione, sancendo che il diritto di voto non può essere subordinato a rigidità amministrative. Se una persona acquisisce i requisiti, deve poter votare.
Sono passati cinquantasei anni. Ma il problema è ancora lo stesso. Le procedure continuano a scaricare sui cittadini più vulnerabili il peso di un sistema che non vuole aggiornarsi.
Nel 2026, in un Paese in cui le informazioni anagrafiche sono già digitalizzate, non esistono più scuse tecniche. Esistono solo scelte politiche.
Il rischio è che la distanza tra diritto formale e diritto effettivo continui ad allargarsi e che ancora una volta, a pagare il prezzo più alto, siano proprio coloro che hanno appena conquistato il diritto di far sentire la propria voce.
Perché una democrazia non si misura da chi può votare sulla carta. Si misura da chi riesce a farlo davvero.



