Elezioni truccate per decreto: premio e liste bloccate

La notizia, nuda, è questa: la maggioranza ha depositato (o sta per depositare nelle prossime ore, a seconda delle “limature” finali) una nuova legge elettorale già battezzata “Stabilicum”. L’impianto è un proporzionale con premio di maggioranza che scatta oltre una soglia, e con listini bloccati (niente preferenze).

In concreto: se una coalizione supera il 40%, si prende un pacchetto aggiuntivo di seggi – le ricostruzioni più accreditate parlano di 70 deputati e 35 senatori – così da blindare una maggioranza parlamentare; se nessuno arriva al 40%, entra in gioco un meccanismo di secondo turno/ballottaggio in casi determinati, che già oggi viene definito “pasticciato” da chi lo sta studiando.

Fin qui la tecnica. Ma l’effetto reale è politico e molto semplice da spiegare: il voto non serve più solo a rappresentare, serve a produrre un vincitore certo. Il premio non “accompagna” il consenso: lo trasforma in seggi extra, cioè in potere legislativo aggiuntivo. E questo, in un Parlamento già ridotto a 400 deputati e 200 senatori elettivi, pesa molto più che quando Montecitorio era a 630 e Palazzo Madama a 315.

La riduzione – voluta in prima battuta dal Movimento 5 Stelle e poi approvata anche con i voti del Partito democratico nella legislatura successiva, fino al referendum del 2020 – ha già ristretto la rappresentanza e aumentato la distanza tra eletto ed elettore. Mettere sopra quel taglio un premio che “regala” decine di seggi significa comprimere ulteriormente il pluralismo: meno seggi totali, stesso potere concentrato, più scarto tra voti reali e composizione delle Camere.

Qui non si tratta di una critica ideologica, ma democratica: con un’assemblea più piccola, ogni seggio vale di più; quindi ogni seggio “premiato” pesa di più; quindi il premio diventa più invasivo. Se già in passato i premi di maggioranza hanno prodotto distorsioni, oggi rischiano di assomigliare a una scorciatoia istituzionale: una maggioranza costruita per legge, non per consenso effettivo.

C’è poi un secondo punto, ancora più materiale per i cittadini: l’allontanamento del Parlamento dalle persone non avviene solo perché i parlamentari sono meno, ma perché si restringe anche la libertà di scelta. Lo “Stabilicum”, per come viene raccontato, mantiene l’impostazione dei listini bloccati, cioè candidati selezionati dalle segreterie e non scegliibili con preferenza.

È il rovescio della retorica della “governabilità”: si chiede fiducia in cambio della possibilità di decidere. E qui non parliamo di eleganza costituzionale: parliamo di un Parlamento che diventa sempre più una camera di compensazione tra apparati di partito, non una casa di rappresentanza.

A questo punto entrano anche i rilievi dei giuristi quando l’ingegneria elettorale altera troppo il rapporto tra voti e seggi, la democrazia rappresentativa si incrina. La Corte costituzionale, con la sentenza n. 1 del 2014, dichiarò illegittimo il premio del Porcellum perché assegnato senza una soglia minima, e censurò anche l’impossibilità per l’elettore di esprimere preferenze. Il premio non può diventare una macchina che sostituisce la rappresentanza con un automatismo di potere; e la scelta dell’elettore sui candidati non è un dettaglio decorativo.

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Poi ci sono i due “vulnus” politici che una maggioranza dovrebbe tenere a mente prima di scriversi le regole da sola. Il primo è elementare: chi oggi ha i numeri non li ha per diritto naturale. Le leggi elettorali cucite addosso a chi governa finiscono spesso per diventare trappole per chi le ha scritte, quando il vento cambia.

Il problema non è solo la vendetta della storia: è che una regola fatta per vincere oggi difficilmente è una regola fatta per durare domani, e dunque alimenta instabilità proprio mentre pretende di combatterla.

Il secondo vulnus è culturale, e riguarda la gestione del potere. Questo governo – e più in generale questa maggioranza – dà spesso l’impressione di trattare lo Stato come un bene in concessione privata: decreti a raffica, narrazioni muscolari, istituzioni piegate alla propaganda.

Se in questo clima si aggiunge una legge elettorale percepita come “presa di controllo” della rappresentanza, non ci si può stupire se cresce l’associazione mentale con le peggiori tradizioni autoritarie del Paese. Non serve urlarlo: basta osservare l’effetto. Le regole condivise raffreddano i conflitti; le regole unilaterali li incendiano.

In questa partita c’è un ultimo dettaglio che fa ancora più male: l’opposizione. Perché una riforma del genere non passa solo per arroganza di chi governa, passa anche per l’impotenza di chi dovrebbe impedirla. Da mesi l’opposizione in Parlamento appare come un comitato di reazioni tardive: comunicati indignati, qualche aula occupata, molti tweet, pochissima costruzione di un fronte reale capace di inchiodare la maggioranza sulle contraddizioni, di fare ostruzionismo serio, di parlare al Paese con una linea unica e comprensibile.

Così la democrazia si impoverisce due volte: da un lato chi ha il potere lo usa come proprietà, dall’altro chi dovrebbe controllarlo recita la parte del controllore senza incidere. Se davvero la legge elettorale è la “Costituzione materiale” di una Repubblica, allora l’opposizione ha il dovere di trattarla come una battaglia di sistema, non come un tema da convegno o una scaramuccia da talk show.

Altrimenti, quando il premio di maggioranza diventerà una macchina di seggi e i listini bloccati una catena di fedeltà, non basterà dire “non sapevamo”: lo sapevamo, e abbiamo lasciato fare.

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