Moda italiana, boomerang: la Cina ci batte col nostro gioco

Nel racconto dell’industria italiana della moda, il 2025 passa alla storia come l’anno in cui la pressione cinese si è fatta strutturale. Nel primo semestre le esportazioni cinesi di tessile-abbigliamento verso l’Unione Europea sono cresciute sensibilmente in valore e volume, complice il dirottamento dei flussi dall’America — dove dazi e limiti al “de minimis” hanno alzato le barriere — verso un’Europa più permeabile anche per la franchigia doganale fino a 150 euro sui pacchi dell’e-commerce.

L’effetto si vede nelle merci a basso prezzo e nei volumi delle piattaforme ultra-fast fashion: il mercato europeo è diventato una valvola di sfogo delle catene cinesi, aumentando la pressione su filiere come filati, tessuti, calzature e pelle.

In Italia, i conti del settore mostrano un 2025 con export in calo, import in aumento e un forte contributo degli approvvigionamenti dalla Cina. La narrativa dell’“attacco” nasce qui: la forbice tra domanda debole in Europa e offerta cinese in eccesso, spinta anche da piattaforme che comprimono i prezzi, erode i margini delle imprese italiane e sposta quote di mercato nei segmenti medio-bassi, proprio dove molte Pmi erano tornate a presidiare dopo la crisi energetica.

A questo punto vale la domanda scomoda: non è anche l’esito di scelte italiane di lungo periodo? Per vent’anni una parte della filiera ha delocalizzato fasi produttive in Cina e in altri Paesi per ridurre il costo del lavoro e rimanere competitiva; oggi ritrova, a monte, fornitori divenuti concorrenti diretti, con capacità produttiva, accesso al capitale e piattaforme digitali che saltano gli intermediari.

È il percorso tipico delle catene globali del valore: il “fornitore low-cost” di ieri diventa marchio, marketplace o private label domani, specie se un mercato ricco e regolato come l’UE lascia spalancata la porta ai micro-invii extra-Ue.

Il secondo punto riguarda le condizioni di lavoro. La competitività cinese resta fondata su intensità di manodopera e orari spinti. Nelle principali aree manifatturiere, le retribuzioni lorde degli addetti “ordinari” si collocano su livelli che, spesso, richiedono decine di ore di straordinario a settimana e rimangono sotto le stime di “salario di sussistenza” elaborate da reti indipendenti per l’Asia. Anche dove i salari nominali sono risaliti rispetto a un decennio fa, il differenziale con i benchmark di living wage resta ampio.

E in Italia? Il settore è coperto dal CCNL Tessile-Moda, rinnovato tra fine 2024 e 2025 per quasi 400 mila addetti, con incrementi che portano i minimi su una traiettoria di circa 200 euro lordi in tre anni. Al netto della varietà di inquadramenti, una stima di settore colloca la retribuzione annua lorda media attorno a 25–26 mila euro, con ingressi a 19–20 mila e profili senior oltre 30 mila.

Se incrociamo queste grandezze con l’inflazione 2022-2023, il potere d’acquisto ha recuperato solo in parte; resta centrale il tema della produttività e del valore aggiunto per ora lavorata, dove il vantaggio italiano sta in design, qualità, prossimità e servizio — non sul costo.

Il confronto, dunque, è asimmetrico: da un lato una potenza manifatturiera che combina scala, integrazione verticale e piattaforme capaci di consegnare direttamente al consumatore europeo; dall’altro un sistema di Pmi che vive di marchi, distretti e subfornitura e che ha spesso esternalizzato le fasi labour-intensive perdendo massa critica industriale.

Quando i flussi extra-Ue accelerano — e nel 2025 lo hanno fatto, anche perché una parte dell’export cinese è stata dirottata dall’America verso l’Europa — la concorrenza sul prezzo diventa schiacciante nelle fasce medio-basse. Qui sta il cuore del problema denunciato da Confindustria: senza interventi europei sulla soglia “de minimis”, controlli su sicurezza e trasparenza delle piattaforme e una politica industriale che rafforzi automazione, reshoring selettivo e competenze, l’inerzia dei flussi rischia di travolgere la parte più esposta della filiera.

L’ultima domanda è sociale: come vivono gli operai del tessile qui e in Cina? In Asia, la maggioranza degli addetti dell’abbigliamento è ancora sotto un salario di sussistenza e nessun grande brand garantisce lungo tutta la catena un living wage pieno; in Italia, la contrattazione nazionale assicura tutele e minimi, ma l’erosione inflattiva e la pressione competitiva comprimono gli spazi per aumenti rapidi.

Se vogliamo che il made in Italy resti un modello sostenibile, il terreno non può essere quello dei costi: deve essere quello dell’innovazione di prodotto, della tracciabilità, della velocità di risposta e dell’enforcement doganale e digitale contro gli abusi. Il resto è un gioco al ribasso che l’Italia — per fortuna — non può vincere.