Vent’anni fa non esistevano summit, banche comuni, decine di tavoli ministeriali né Paesi in coda per entrare. Esisteva soprattutto un acronimo inventato nel 2001 dall’economista di Goldman Sachs Jim O’Neill per indicare quattro grandi economie emergenti: Brasile, Russia, India e Cina. Nel settembre del 2006, però, i ministri degli Esteri dei quattro Paesi si incontrarono a New York, a margine dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, e trasformarono progressivamente quella definizione finanziaria in un progetto politico.
È da quell’incontro che i BRIC fanno partire la propria storia istituzionale. Il primo vertice dei capi di Stato sarebbe arrivato nel 2009 a Ekaterinburg, il Sudafrica avrebbe aggiunto la S nel 2011.
Il 12 e 13 settembre 2026, a New Delhi, si apre il diciottesimo vertice del gruppo. Vent’anni dopo quella prima riunione, i quattro sono diventati undici: Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica, Arabia Saudita, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Etiopia, Iran e Indonesia. Insieme rappresentano quasi metà della popolazione mondiale e, calcolando il prodotto interno lordo a parità di potere d’acquisto, circa il 40% dell’economia globale. A loro si aggiungono una serie di Paesi partner e molti altri governi che negli ultimi anni hanno manifestato interesse ad avvicinarsi al gruppo.
La domanda, alla vigilia del vertice indiano, è quindi meno semplice di quanto possa sembrare: i BRICS sono diventati davvero un blocco?
La risposta dipende da cosa intendiamo per blocco. Se pensiamo a qualcosa di simile all’Unione europea, alla Nato o anche soltanto a un’area economica integrata, la risposta resta no. I BRICS non hanno un trattato fondativo paragonabile a quelli europei, non hanno un governo comune, non hanno una politica commerciale unica, non costituiscono un’unione doganale e non prevedono alcun obbligo di difesa reciproca.
La stessa definizione ufficiale continua a presentarli come un “meccanismo informale di coordinamento” e le decisioni vengono prese per consenso. Una regola che garantisce a tutti di non essere trascinati in scelte indesiderate, ma rende molto difficile procedere quando gli interessi divergono.
Se invece per blocco intendiamo un insieme di Paesi che cerca di accrescere collettivamente il proprio peso nell’ordine internazionale e di costruire strumenti alternativi a quelli dominati dalle potenze occidentali, allora la risposta è molto più vicina al sì.
In vent’anni i BRICS hanno creato una rete di cooperazione che va ormai molto oltre il vertice annuale. Esistono riunioni dei ministri dell’Economia, degli Esteri, dell’Ambiente, dell’Istruzione, delle Comunicazioni, forum tra magistrature, università, imprese, amministrazioni locali e banche centrali. Nel 2014 hanno deciso di creare la New Development Bank, diventata operativa l’anno successivo, con sede a Shanghai e un capitale sottoscritto inizialmente in parti uguali dai cinque fondatori.
La banca oggi ha dieci membri e si è allargata anche oltre il perimetro dei BRICS, includendo Paesi come Bangladesh, Algeria e Uzbekistan. Finanzia infrastrutture, energia, acqua, trasporti e sviluppo sostenibile e rappresenta probabilmente la cosa più simile a un’istituzione comune che il gruppo sia riuscito finora a costruire.
Nel 2026 l’India sta cercando di spingere ulteriormente questa trasformazione. I ministri del Commercio hanno lavorato a una Strategia per la partnership economica BRICS fino al 2030, mentre nei diversi tavoli vengono discusse catene di approvvigionamento, finanziamento delle piccole imprese, infrastrutture digitali, energia e collegamenti tra sistemi finanziari nazionali. Il gruppo non possiede ancora un mercato interno, ma sta lentamente costruendo una fitta rete di relazioni che vent’anni fa semplicemente non esisteva.
Il problema è che l’allargamento ha reso i BRICS contemporaneamente più importanti e meno omogenei. Il nucleo originario era già attraversato dalla rivalità tra India e Cina, due potenze nucleari con una frontiera contesa e ambizioni concorrenti in Asia.
Oggi nello stesso gruppo convivono la Russia sottoposta alle sanzioni occidentali e Paesi come India, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti che mantengono rapporti economici e strategici fondamentali con Stati Uniti ed Europa. Ci sono Iran e monarchie del Golfo, Cina e India, economie esportatrici di energia e grandi importatori di petrolio, sistemi politici e interessi strategici profondamente differenti.
È quindi difficile immaginare i BRICS come una Nato del Sud globale o come il nucleo di un futuro Stato economico sovranazionale. Ma esiste un terreno sul quale queste differenze potrebbero contare meno e sul quale si può misurare meglio la loro capacità di diventare qualcosa di più di un forum diplomatico: il denaro.
La questione del dollaro è probabilmente il test più importante per capire che cosa potranno diventare i BRICS.
Per molti anni il dibattito è stato dominato dall’ipotesi di una “moneta BRICS”, una valuta comune capace di contendere al dollaro il ruolo centrale nel commercio internazionale. È una prospettiva che continua ad apparire periodicamente nel dibattito politico, ma che oggi non sembra essere il progetto concreto sul tavolo.
Non esiste una banca centrale comune, non esiste una politica monetaria condivisa e sarebbe difficile immaginare Russia, Cina, India, Brasile e le monarchie del Golfo rinunciare a una parte della propria sovranità monetaria in favore di un’autorità sovranazionale.
La trasformazione potrebbe avvenire in modo molto meno spettacolare e, proprio per questo, più realistico. I BRICS potrebbero non creare una nuova moneta: potrebbero costruire un sistema nel quale utilizzare il dollaro diventi progressivamente meno necessario.
La Reserve Bank of India ha confermato che tra i Paesi del gruppo sono in discussione il collegamento dei sistemi nazionali di pagamento rapido e persino una futura interoperabilità tra le valute digitali delle banche centrali. Per ora si tratta ancora di ipotesi in fase di studio, ma l’obiettivo dichiarato è rendere i pagamenti transfrontalieri meno costosi e promuovere l’impiego delle valute nazionali nel commercio.
Qualcosa di simile sta già avvenendo nei rapporti bilaterali. Secondo Sberbank, rublo e rupia vengono ormai utilizzati nel 96% degli scambi tra Russia e India, con decine di banche dei due Paesi inserite nel meccanismo di regolamento. È un caso particolare, accelerato dalle sanzioni contro Mosca, ma dimostra una cosa importante: per ridurre il ruolo del dollaro non è necessario sostituirlo con una valuta unica. È sufficiente che due Paesi riescano a scambiarsi merci pagando direttamente nelle rispettive monete.

Moltiplicare questi collegamenti cambierebbe la natura del sistema. Real e yuan tra Brasile e Cina, rupie e rubli tra India e Russia, rupie e dirham tra India ed Emirati, sistemi di pagamento come l’UPI indiano collegati a reti straniere: invece di una nuova autostrada finanziaria destinata a sostituire quella americana, nascerebbero molte strade laterali che permettono di non passarci.
La Cina diventa quindi inevitabilmente protagonista. Pechino ha interesse a rendere il renminbi più utilizzato nei commerci internazionali e soprattutto a ridurre la vulnerabilità derivante da un sistema finanziario nel quale gli Stati Uniti conservano una capacità straordinaria di imporre sanzioni, bloccare transazioni e limitare l’accesso alle infrastrutture finanziarie.
Ma anche la Cina procede con prudenza, perché trasformare lo yuan in una vera alternativa mondiale al dollaro comporterebbe modificare alcuni elementi fondamentali del proprio modello finanziario, a cominciare dai controlli sui movimenti di capitale.
I numeri mostrano quanto sia ancora grande la distanza. Nel primo trimestre del 2026 il dollaro rappresentava il 57,13% delle riserve valutarie ufficiali mondiali. Il renminbi cinese appena l’1,99%. L’euro era poco sopra il 20%. Nonostante tutti i discorsi sulla de-dollarizzazione, quindi, nessuna valuta dei BRICS è oggi vicina a possedere la profondità finanziaria, la liquidità e la fiducia internazionale del dollaro.
E non tutti i BRICS vogliono necessariamente trasformare lo yuan nella nuova moneta dominante. L’India è il caso più evidente. New Delhi vuole internazionalizzare la rupia, collegare il proprio sistema UPI con altri sistemi di pagamento e ridurre la dipendenza dal dollaro negli scambi, ma contemporaneamente è molto attenta a non consegnare a Pechino un’infrastruttura finanziaria dominante.
Soltanto pochi giorni fa le autorità indiane hanno bloccato, almeno per ora, un progetto di collegamento tra UPI e Alipay+ per timori legati alla sicurezza e alla gestione dei dati.
Persino la Russia, il Paese che avrebbe probabilmente più interesse di tutti a sottrarsi al sistema finanziario occidentale, alla vigilia del vertice ha scelto un linguaggio più prudente. Il Cremlino ha dichiarato che Mosca non persegue una politica di “de-dollarizzazione” in quanto tale, ma vuole disporre liberamente di diversi strumenti e valute per effettuare i pagamenti.
È una distinzione meno semantica di quanto sembri. I BRICS probabilmente non riuscirebbero a mettersi d’accordo su una guerra contro il dollaro. Potrebbero invece accordarsi sul diritto di non essere obbligati a utilizzarlo.
Ed è forse questo il punto nel quale, dopo vent’anni, il gruppo assomiglia maggiormente a un blocco. Non perché i suoi membri condividano una politica estera o perché vogliano sostituire l’Occidente con un nuovo centro di comando mondiale, ma perché condividono sempre più un obiettivo: aumentare lo spazio di scelta a disposizione delle potenze non occidentali.
Più peso nel Fondo monetario e nella Banca mondiale, più rappresentanza del Sud globale nelle istituzioni internazionali, una propria banca di sviluppo, maggior commercio nelle valute nazionali e infrastrutture finanziarie che non dipendano esclusivamente da Stati Uniti ed Europa.
Il collante dei BRICS, in altre parole, non è tanto ciò che vogliono costruire insieme quanto ciò da cui vogliono dipendere meno.
Questo spiega anche il successo dell’allargamento. Arabia Saudita, Emirati, Indonesia o Egitto non sono entrati perché abbiano deciso di schierarsi con Cina e Russia contro Stati Uniti ed Europa. Molti di questi Paesi continueranno a collaborare strettamente con Washington e Bruxelles.
Entrare nei BRICS significa piuttosto aggiungere un’altra opzione: commerciare con la Cina senza rinunciare agli Stati Uniti, finanziarsi attraverso la New Development Bank senza abbandonare la Banca mondiale, utilizzare valute diverse dal dollaro senza smettere di detenerlo nelle riserve.
È un modello molto diverso dai blocchi del Novecento. Durante la Guerra fredda scegliere un campo significava in larga misura escludere l’altro. I BRICS propongono invece una forma di multipolarismo nella quale uno Stato cerca di appartenere contemporaneamente a più reti e di dipendere il meno possibile da una sola.
Questa flessibilità è contemporaneamente la loro forza e la loro debolezza. Permette di mettere intorno allo stesso tavolo governi molto diversi, ma rende difficile trasformare il gruppo in una macchina politica capace di prendere rapidamente decisioni comuni. Più aumentano i membri, più aumenta il peso del BRICS nel mondo; ma aumenta anche il numero degli interessi che devono essere conciliati attraverso il consenso.
Per questo il vertice di New Delhi sarà interessante soprattutto per ciò che riuscirà a trasformare in meccanismi concreti. I comunicati sulla necessità di un ordine mondiale multipolare esistono ormai da anni. Collegare sistemi di pagamento, finanziare insieme infrastrutture, aumentare realmente gli scambi nelle valute nazionali o costruire istituzioni capaci di funzionare indipendentemente dai sistemi occidentali sarebbe qualcosa di diverso.
Vent’anni dopo New York, dunque, i BRICS non sono ancora un blocco nel significato tradizionale del termine. Non sono un’alleanza politica, militare o economica integrata. Sono però diventati qualcosa che nel 2006 non esisteva: un secondo spazio permanente nel quale alcune delle maggiori potenze non occidentali possono coordinarsi, finanziare progetti e tentare di riscrivere almeno una parte delle regole internazionali.
La questione del dollaro dirà molto su quale sarà il prossimo passo. Se resteranno accordi bilaterali tra alcuni membri, i BRICS continueranno a essere soprattutto una grande coalizione diplomatica. Se invece riusciranno a rendere interoperabili sistemi di pagamento, valute nazionali e infrastrutture finanziarie di undici economie, il cambiamento sarà assai più profondo.
Non avremo una banconota con scritto BRICS e probabilmente non ne avremo bisogno. La vera rivoluzione comincerebbe il giorno in cui una parte significativa del mondo potesse commerciare, investire e finanziarsi senza chiedersi prima quanti dollari servono per farlo.



