L’11 settembre fuori dagli Usa

Venticinque anni dopo, l’attacco alle Torri Gemelle appartiene ancora alla memoria mondiale, ma non esiste una memoria mondiale dell’11 settembre. A Mosca servì a rileggere la Cecenia, a Pechino modificò la cornice internazionale dello Xinjiang, a Riyadh aprì una questione che le indagini non hanno completamente chiuso, a Islamabad segnò l’inizio di una guerra che oggi ha riportato il Pakistan al primo posto mondiale per impatto del terrorismo. Nel frattempo il baricentro della violenza jihadista si è spostato verso l’Africa, i Talebani sono tornati a Kabul e alcuni dei Paesi che nel 2001 si trovarono accanto agli Stati Uniti sono oggi loro avversari. La conseguenza più duratura dell’11 settembre potrebbe non essere stata una guerra, ma la diffusione nel mondo di un nuovo linguaggio del potere e della sicurezza.

Domani mattina, mentre a New York verranno letti ancora una volta i nomi delle 2.977 vittime degli attentati, a Santiago del Cile l’11 settembre continuerà a indicare prima di tutto un’altra tragedia. Cinquantatré anni fa, l’11 settembre 1973, i militari bombardarono la Moneda, Salvador Allende morì dentro il palazzo presidenziale e Augusto Pinochet prese il potere. Quest’anno il presidente José Antonio Kast ha deciso che il governo non organizzerà una commemorazione ufficiale né per il 4 settembre, anniversario dell’elezione di Allende, né per l’11, pur riconoscendo che entrambe le date appartengono alla storia nazionale. Lo ha spiegato il 31 agosto alla radio cilena Cooperativa. Per un cileno, insomma, l’11 settembre esisteva già da ventotto anni quando il primo Boeing entrò nella Torre Nord.

A Barcellona la stessa data è la Diada Nacional de Catalunya e rimanda ancora più indietro, alla caduta della città nel 1714. La Generalitat dedica al 2026 anche la commemorazione dei cinquant’anni dalla grande Diada di Sant Boi del 1976, una delle mobilitazioni simboliche della riconquista democratica dopo il franchismo; domani il Palau de la Generalitat e il Parlamento saranno aperti al pubblico e celebrazioni della Diada si terranno da Roma a Dakar, da San Paolo a Buenos Aires. In Pakistan ricorre invece il settantottesimo anniversario della morte di Muhammad Ali Jinnah, fondatore dello Stato, morto l’11 settembre 1948. In Etiopia sarà Meskerem 1 dell’anno 2019: Enkutatash, il Capodanno etiope. Il sito ufficiale del turismo nazionale indica proprio venerdì 11 settembre 2026 come inizio del nuovo anno. Una stessa casella del calendario contiene dunque un golpe, una sconfitta del Settecento trasformata in festa nazionale, la morte del padre del Pakistan e l’inizio di un anno nuovo.

Non sono curiosità da almanacco. Servono a ridimensionare una convinzione occidentale comprensibile ma falsa: che l’11 settembre 2001 abbia confiscato quella data al resto della storia. Le immagini furono certamente globali. Hans-Peter Feldmann lo mostrò già nel 2002 con 9/12 Front Page, l’installazione composta dalle prime pagine di 151 Paesi pubblicate all’indomani degli attentati. A distanza di migliaia di chilometri ricorrevano le stesse fotografie delle Torri in fiamme, gli stessi grattacieli anneriti dal fumo, gli stessi titoli su guerra, terrore, attacco. La Biblioteca del Senato italiano, che ha ricostruito quella copertura internazionale, rileva però differenze significative sotto l’uniformità delle immagini. Il People’s Daily, organo del Partito comunista cinese, dedicò all’attacco una posizione importante della prima pagina, ma l’apertura con fotografia rimase riservata alla cerimonia della torcia dei IX Giochi nazionali. Il mondo aveva visto la stessa cosa; non aveva smesso per questo di possedere una propria gerarchia delle notizie.

Anche la memoria retrospettiva compie un’altra falsificazione involontaria: tende a proiettare sul settembre 2001 gli schieramenti geopolitici di oggi. La Russia di Vladimir Putin, la Cina di Jiang Zemin e perfino l’Iran della Repubblica islamica non reagirono come reagirebbero probabilmente nel 2026 a una grande crisi americana. Putin fu il primo leader straniero a telefonare a George W. Bush l’11 settembre. Pechino condannò immediatamente l’attacco. Teheran collaborò con Washington sull’Afghanistan. Cuba espresse solidarietà e offrì strutture mediche e aeroportuali. La Corea del Nord ribadì ufficialmente la propria opposizione al terrorismo, firmò la Convenzione dell’Onu contro il suo finanziamento e aderì a quella contro la presa di ostaggi. L’Iraq di Saddam Hussein fu l’eccezione: il rapporto Patterns of Global Terrorism 2001 del Dipartimento di Stato lo indicò come l’unico Paese arabo-musulmano a non avere condannato gli attentati.

Non ci fu però una riconciliazione del pianeta intorno all’America ferita. Ci fu qualcosa di politicamente più interessante: per alcuni mesi interessi molto diversi poterono essere descritti con la stessa parola. Putin aveva la Cecenia. La Cina aveva lo Xinjiang. L’Iran considerava i Talebani un nemico da molto prima degli Stati Uniti. L’India combatteva da anni gruppi jihadisti legati al Kashmir e denunciava il loro retroterra pakistano. L’11 settembre non generò questi conflitti, ma ne modificò lo statuto internazionale. Questioni fino al giorno precedente interpretate come separatismo, insurrezione, guerra civile, occupazione, repressione o conflitto territoriale poterono essere rilette dentro una categoria ormai dominante: terrorismo.

Per la Russia questa trasformazione è oggi documentabile meglio di quanto fosse possibile anche soltanto un anno fa. Nel gennaio 2026 il National Security Archive della George Washington University ha pubblicato le trascrizioni declassificate delle conversazioni fra Bush e Putin ottenute attraverso il Freedom of Information Act. Il 12 settembre Bush ringraziò il presidente russo per essere stato il primo leader a chiamarlo il giorno precedente. Putin gli rispose che la Russia era completamente al suo fianco. Nei mesi successivi Mosca fornì intelligence sui Talebani e accettò la cooperazione americana con le repubbliche centroasiatiche ex sovietiche necessaria alla guerra in Afghanistan. Il rapporto arrivò al punto che Bush descrisse l’aiuto russo come “inestimabile”.

Putin aveva però una propria guerra da far riconoscere. La seconda guerra cecena era cominciata nel 1999 e Mosca sosteneva da tempo che il separatismo caucasico fosse ormai intrecciato a jihadisti stranieri e reti islamiste internazionali. Una parte di quella descrizione corrispondeva alla realtà; altrettanto reali erano le denunce di bombardamenti indiscriminati, torture, sparizioni e violazioni commesse dalle forze russe. Dopo l’11 settembre il primo elemento acquisì un peso che prima non aveva. Human Rights Watch scrisse nel World Report 2002 che Putin aveva immediatamente presentato la campagna cecena come parte della lotta mondiale al terrorismo e osservò che Gerhard Schröder e Silvio Berlusconi avevano invitato a riconsiderare il giudizio sulla condotta russa, mentre gli Stati Uniti attenuavano le critiche sui diritti umani e sottolineavano maggiormente i collegamenti fra ribelli ceceni e Al Qaeda. Bush continuò a ricordare pubblicamente che terrorismo e aspirazioni politiche legittime non erano la stessa cosa. Ma il terreno diplomatico era cambiato.

La precisione conta. Non è corretto dire che l’11 settembre trasformò artificialmente la guerra cecena in una guerra contro terroristi inesistenti. È più corretto dire che permise al Cremlino di estendere all’intero conflitto una definizione che descriveva realmente una sua componente. È un meccanismo destinato a ripetersi molte volte nei venticinque anni successivi: la presenza effettiva del terrorismo rende politicamente più facile allargare l’etichetta oltre il terrorismo stesso.

Le trascrizioni Bush-Putin appena declassificate aggiungono un altro elemento che il presente ha quasi cancellato. Il presidente russo che oggi rappresenta uno dei principali antagonisti dell’Occidente si oppose nel 2003 all’invasione americana dell’Iraq invocando il diritto internazionale e ammonendo Bush a non sostituire ad esso la “legge della forza”. Sarebbe ingenuo trasformare questa frase nella prova di un Putin liberale perduto: già allora Mosca pretendeva un riconoscimento particolare dei propri interessi nello spazio ex sovietico e la relazione con Washington era attraversata da contrasti sulla Nato, sui sistemi antimissile e sull’ordine europeo. Ma nel 2001 lo scontro non appariva predeterminato. Visto dal 2026, questo è forse l’aspetto più istruttivo di quelle carte: mostrano quanto rapidamente la storia successiva abbia trasformato in inevitabile qualcosa che allora non lo era affatto.

La Cina fece un’operazione simile ma ancora più complessa. Pechino combatteva da anni separatismo e violenza politica nello Xinjiang; la cooperazione con Russia e Asia centrale contro i cosiddetti “tre mali” — terrorismo, separatismo ed estremismo — precedeva l’attacco alle Torri. Dopo l’11 settembre, però, il problema uiguro poteva essere inserito in una grammatica internazionale nuova. Nell’agosto 2002 il vice segretario di Stato Richard Armitage annunciò a Pechino che Washington considerava terroristico l’East Turkistan Islamic Movement, ETIM, accusato di attentati contro civili. Nella stessa conferenza stampa, interrogato proprio sul rischio che qualsiasi indipendentismo uiguro finisse confuso con il terrorismo, Armitage disse che gli Stati Uniti avevano insistito con la Cina sulla necessità di rispettare i diritti della minoranza. La contraddizione era già interamente visibile.

Un anno esatto dopo gli attentati, l’11 settembre 2002, Stati Uniti, Cina, Afghanistan e Kirghizistan chiesero insieme al comitato sanzioni delle Nazioni Unite di inserire ETIM nell’elenco delle organizzazioni associate ad Al Qaeda e ai Talebani. L’Onu lo fece quello stesso giorno. Non era un riconoscimento simbolico: comportava il congelamento dei beni e altre sanzioni internazionali. Il Congressional Research Service avrebbe poi registrato anche le perplessità di diplomatici e organizzazioni per i diritti umani, preoccupati che Washington stesse concedendo troppo a Pechino in cambio della cooperazione cinese sulla nuova agenda internazionale americana.

Anche in questo caso le due letture estreme fanno perdere il punto. Il jihadismo uiguro non fu un’invenzione propagandistica: organizzazioni militanti esistettero, alcuni uiguri passarono dai campi afghani e l’Onu mantiene ancora ETIM nella propria lista legata ad Al Qaeda. Ma da questo non deriva che l’insieme delle politiche imposte successivamente nello Xinjiang possa essere definito antiterrorismo. La questione è diversa: dopo il 2001 Pechino poté collocare una parte della propria politica interna dentro un sistema internazionale di sicurezza che aveva improvvisamente una legittimità quasi universale.

Il racconto cinese ha poi subito una seconda metamorfosi. Nel settembre 2001 gli Stati Uniti erano una vittima del terrorismo con cui collaborare; negli anniversari successivi l’11 settembre è diventato sempre più spesso, nella lettura ufficiale di Pechino, il punto di partenza di un errore strategico americano. La copertura finora pubblicata per il venticinquesimo anniversario da Xinhua e ripresa dal Global Times è formalmente sobria: fotografie della nuova mostra del National September 11 Memorial & Museum di New York. Ma nel dossier internazionale pubblicato l’8 settembre 2026 dal Council on Foreign Relations, Li Hongmei dello Shanghai Institutes for International Studies riassume chiaramente il giudizio cinese maturato nel frattempo: la guerra afghana avrebbe fallito perché Washington passò dalla distruzione di Al Qaeda al progetto molto più ampio di rifare l’ordine politico dell’Afghanistan. È una lettura coerente con gli interessi strategici e con la propaganda cinese; non per questo è priva di elementi fattuali, a cominciare dal ritorno dei Talebani a Kabul.

La coincidenza più seducente arriva tre mesi dopo gli attentati. L’11 dicembre 2001 la Cina entrò nella World Trade Organization. Mentre gli Stati Uniti iniziavano il ciclo di guerre che li avrebbe impegnati per vent’anni, Pechino completava l’integrazione nel sistema commerciale internazionale dentro il quale sarebbe diventata la principale sfida economica alla supremazia americana. Sarebbe però sbagliato trasformare questa contemporaneità in una spiegazione. L’ingresso cinese nella WTO era il risultato di quindici anni di negoziati e l’ascesa della Cina non dipese da Bin Laden. La questione più seria riguarda le priorità: per quasi due decenni Washington organizzò una parte dominante della propria politica estera intorno alla minaccia di organizzazioni non statali e territori falliti mentre l’equilibrio mondiale tornava progressivamente a essere determinato dalla competizione fra grandi potenze. Questo non fece crescere la Cina; rese più difficile accorgersi in tempo della dimensione strategica della sua crescita.

L’Arabia Saudita occupa una posizione ancora diversa perché non può osservare l’11 settembre completamente dall’esterno. Osama bin Laden era saudita e quindici dei diciannove dirottatori erano cittadini del Regno. La Commissione sull’11 settembre concluse che Al Qaeda aveva trovato in Arabia Saudita un ambiente particolarmente favorevole alla raccolta di finanziamenti privati e che alcune organizzazioni caritative erano state sottoposte a controlli gravemente insufficienti. La stessa Commissione scrisse però di non aver trovato prove che il governo saudita come istituzione o suoi alti funzionari avessero finanziato Al Qaeda, né che un governo straniero avesse finanziato direttamente l’attacco. Qualsiasi ricostruzione corretta deve tenere insieme entrambe le conclusioni.

Ciò che nel 2004 sembrava sufficientemente definito è diventato meno netto con le declassificazioni successive. Il caso più importante è quello di Omar al-Bayoumi, il saudita che nel 2000 aiutò a San Diego Nawaf al-Hazmi e Khalid al-Mihdhar, due dei futuri dirottatori, a trovare un appartamento, aprire un conto bancario e inserirsi in una comunità nella quale non conoscevano quasi nessuno. Per anni prevalse la conclusione secondo cui li avesse incontrati casualmente e aiutati senza sapere chi fossero. Un rapporto FBI del 2017, successivamente declassificato, arrivò invece alla conclusione che Bayoumi fosse un cooptee, un collaboratore part-time del General Intelligence Presidency saudita, e che raccogliesse informazioni sulla comunità saudita negli Stati Uniti. Questo dimostra un rapporto con l’intelligence di Riyadh; non dimostra automaticamente che sapesse che Hazmi e Mihdhar erano uomini di Al Qaeda né, tanto meno, che il governo saudita avesse ordinato di assisterli. ProPublica, che ha esaminato estensivamente le nuove carte, insiste precisamente su questa distinzione.

Il quadro giudiziario rimane aperto. Nell’agosto 2025 il giudice federale George Daniels ha respinto la richiesta dell’Arabia Saudita di chiudere la causa civile promossa dalle famiglie delle vittime prima di un processo. Daniels ha ritenuto che il materiale raccolto creasse una probabilità sufficientemente elevata sul ruolo di Bayoumi e del diplomatico e imam Fahad al-Thumairy nell’assistenza ai dirottatori da meritare un esame nel merito. Fra gli elementi discussi ci sono anche un video girato da Bayoumi a Washington, nel quale riprende il Campidoglio e ne descrive alcuni aspetti, e un disegno di un aeroplano accompagnato da calcoli. Le famiglie li interpretano come materiale di ricognizione; i legali sauditi come riprese turistiche e appunti innocui. Non esiste ancora un accertamento finale di responsabilità. Proprio per questo, venticinque anni dopo, il capitolo saudita dell’11 settembre non può essere dichiarato chiuso.

La memoria pubblica saudita si è nel frattempo spostata. Nel maggio 2003 Al Qaeda cominciò a colpire direttamente il Regno con gli attentati contro complessi residenziali a Riyadh, seguiti da una lunga campagna di violenza. L’Arabia Saudita divenne contemporaneamente il Paese di provenienza della maggioranza degli uomini dell’11 settembre e uno dei principali fronti arabi della guerra contro l’organizzazione che li aveva reclutati. Nel ventesimo anniversario Arab News dedicò uno speciale alla campagna saudita contro l’estremismo. Nel dossier internazionale del Council on Foreign Relations pubblicato questa settimana, Abdulaziz Sager, presidente del Gulf Research Center di Riyadh, sostiene oggi che intelligence e operazioni militari non possono sconfiggere da sole l’estremismo se non vengono affrontate esclusione politica, cattiva governance, conflitti irrisolti e percezione dei doppi standard internazionali, citando esplicitamente la questione palestinese. Il passaggio è notevole: nel 2001 Riyadh doveva spiegare al mondo perché quindici dirottatori avessero un passaporto saudita; nel 2026 presenta una propria teoria delle cause politiche della radicalizzazione.

Non esiste, del resto, una “memoria musulmana” dell’11 settembre. È una categoria troppo vasta per spiegare qualcosa. L’Iran sciita ebbe una reazione diversa dall’Arabia Saudita sunnita, il Pakistan ebbe una storia diversa dall’Indonesia, le monarchie del Golfo una ancora diversa dalle società arabe attraversate dalle guerre americane. Persino il primo momento fu meno uniforme di quanto la successiva retorica dello “scontro di civiltà” abbia fatto credere. L’Organizzazione della Conferenza islamica condannò formalmente l’attacco e dichiarò che il terrorismo non trovava giustificazione nell’Islam. Saddam Hussein, dittatore laico e nemico degli islamisti di Al Qaeda, fu al contrario l’unico leader di un Paese arabo-musulmano a non condannarlo. Le alleanze reali non coincidevano con le categorie religiose attraverso le quali una parte del dibattito occidentale cominciò immediatamente a leggerle.

L’Iran è forse il caso che appare più irreale osservato dal 2026. Dopo gli attentati ci furono manifestazioni spontanee di solidarietà negli stadi e nelle strade di Teheran. Soprattutto, la Repubblica islamica e gli Stati Uniti scoprirono di avere un interesse comune in Afghanistan. I Talebani erano nemici dell’Iran almeno dal 1998, quando l’uccisione di diplomatici iraniani a Mazar-i-Sharif aveva portato i due Paesi sull’orlo della guerra. Alla conferenza di Bonn del novembre 2001, il diplomatico americano James Dobbins e l’iraniano Mohammad Javad Zarif lavorarono insieme alla formazione della nuova autorità afghana. Dobbins attribuì successivamente a Zarif un ruolo concreto nel raggiungimento di alcuni compromessi con l’Alleanza del Nord. Lo stesso Dipartimento di Stato registrò che Teheran aveva promesso assistenza agli equipaggi di eventuali aerei americani precipitati sul territorio iraniano e controlli alle frontiere per impedire la fuga di Talebani e uomini di Al Qaeda.

È diventato abituale immaginare che l’inserimento dell’Iran nell’“asse del male”, deciso da Bush nel gennaio 2002, abbia distrutto una possibile riconciliazione. È una buona storia, ma non è dimostrabile. Iran e Stati Uniti concordavano sui Talebani mentre restavano profondamente divisi su Israele, Hezbollah, il Golfo e il programma nucleare. La collaborazione afghana prova che un rapporto differente era possibile su un dossier; non prova che fosse possibile trasformarlo in un’alleanza generale.

Il confronto con il presente resta impressionante. Nel settembre 2001 Washington e Teheran potevano collaborare per costruire un Afghanistan senza Talebani. Nel settembre 2026 i Talebani governano nuovamente Kabul e Stati Uniti e Iran sono direttamente coinvolti in una guerra che dura ormai da mesi. Proprio oggi Reuters, nel bilancio pubblicato alla vigilia del venticinquesimo anniversario, paragona il conflitto iraniano di Donald Trump alle “forever wars” successive all’11 settembre: non perché le cause siano le stesse, ma perché ricompaiono il problema degli obiettivi mutevoli, l’assenza di una strategia di uscita definita e il rischio di trasformare un intervento militare in un impegno indefinito. La storia non è tornata al punto di partenza. Ha semplicemente ricomposto alcuni dei suoi elementi in un ordine quasi opposto.

È però il Pakistan a mostrare meglio di qualsiasi altro Paese quanto la memoria dell’11 settembre possa allontanarsi dal luogo dell’attacco. Per un americano la sequenza comincia a Manhattan e prosegue in Afghanistan. Per un pakistano può cominciare dall’ultimatum ricevuto dal generale Pervez Musharraf, dalla decisione di schierarsi con Washington, dalla frontiera afghana, dai droni, dalle offensive militari, dalla crescita del Tehrik-e Taliban Pakistan, dagli attentati alle moschee, ai mercati, alle scuole e alle forze di sicurezza. Il quotidiano Dawn, in un editoriale del 21 agosto scorso, ha ricordato almeno 83 mila morti per terrorismo fra il 2001 e il 2022 e altre migliaia negli anni successivi, con un nuovo aumento della violenza dopo il ritorno dei Talebani a Kabul.

È una narrazione nazionale fondata su un costo reale, ma anche qui sarebbe incompleta se trasformasse il Pakistan soltanto in una vittima della decisione americana. Settori dello Stato pakistano avevano sostenuto per anni i Talebani come strumento della propria politica afghana e della competizione con l’India; dopo il 2001 Islamabad fu contemporaneamente alleato fondamentale di Washington e territorio nel quale parti delle reti jihadiste continuarono a trovare protezione. Osama bin Laden fu infine scoperto ad Abbottabad. La contraddizione pakistana è proprio questa: il Paese ha pagato un prezzo enorme per combattere un sistema militante alla cui crescita alcuni suoi apparati avevano contribuito.

Nel 2026 quella non è più soltanto storia. Il Global Terrorism Index dell’Institute for Economics and Peace colloca per la prima volta il Pakistan al primo posto mondiale per impatto del terrorismo: 1.139 morti e 1.045 attentati nel 2025, il dato più alto dal 2013. Il 97 per cento delle vittime pakistane è concentrato nel Khyber Pakhtunkhwa e nel Balochistan. Soltanto nel luglio 2026, secondo il Pakistan Institute for Conflict and Security Studies citato da Dawn, 205 persone sono state uccise negli attentati mentre altre 401 appartenenti a gruppi armati sono morte nelle operazioni antiterrorismo; in agosto sono stati registrati 199 attacchi. Venticinque anni dopo, dunque, uno dei principali alleati della prima guerra contro Al Qaeda è il Paese nel quale il terrorismo pesa oggi di più.

L’India lesse invece l’11 settembre come una conferma. New Delhi sosteneva da anni che una parte dell’insurrezione nel Kashmir fosse ormai legata a reti jihadiste transnazionali e accusava il Pakistan di sostenerle. Dopo il 2001 alcune organizzazioni indicate da tempo dall’India entrarono più nettamente nel sistema internazionale delle designazioni terroristiche. Ma anche New Delhi adottò legislazioni emergenziali contestate: Human Rights Watch denunciò già nel settembre 2002 che la nuova Prevention of Terrorism Ordinance facilitava arresti arbitrari e abusi contro minoranze e oppositori. Lo stesso schema ricompare ancora: una minaccia autentica e l’ampliamento dei poteri dello Stato per combatterla non sono affermazioni che si escludono reciprocamente. Possono essere vere entrambe.

Quando nel novembre 2008 dieci uomini attaccarono Mumbai, uccidendo 166 persone, l’India ebbe poi il proprio numero: 26/11. È un dettaglio linguistico che racconta un passaggio della memoria. Per indicare il terrorismo globale non era più necessario usare una data americana.

Il Sud-est asiatico offre invece una delle poche storie nelle quali il bilancio del dopo 11 settembre consente di parlare di risultati relativamente positivi. Le bombe di Bali del 12 ottobre 2002 uccisero più di duecento persone e mostrarono la capacità regionale di Jemaah Islamiyah, rete jihadista collegata ad Al Qaeda. Indonesia, Singapore e Malaysia combinarono negli anni successivi repressione, intelligence, cooperazione di polizia e programmi di reinserimento e deradicalizzazione. Nel giugno 2024 sedici dirigenti di Jemaah Islamiyah annunciarono formalmente lo scioglimento dell’organizzazione e l’accettazione dello Stato indonesiano. Gli analisti dell’Institute for Policy Analysis of Conflict avvertirono immediatamente che rimaneva il rischio di scissioni, ma il risultato conserva un significato che la storia delle grandi campagne militari occidentali tende a oscurare: una rete jihadista può essere profondamente indebolita anche senza occupare un Paese.

Il centro più importante della storia, però, oggi non è più quello che dominava i giornali negli anni successivi alle Torri. È l’Africa.

Al Qaeda aveva colpito il continente prima dell’11 settembre. Nel 1998 le bombe contro le ambasciate americane di Nairobi e Dar es Salaam avevano ucciso più di duecento persone, quasi tutte keniane e tanzaniane. Gustavo de Carvalho, del South African Institute of International Affairs, scrive nel dossier del Council on Foreign Relations pubblicato questa settimana che ciò che l’11 settembre cambiò per l’Africa non fu l’esistenza del terrorismo ma “la macchina” costruita per combatterlo: liste, nuovi reati, cooperazione finanziaria, addestramento, intelligence e assistenza militare.

Venticinque anni dopo il risultato geografico è quasi rovesciato. Nel 2025, secondo il Global Terrorism Index 2026, le morti per terrorismo nel mondo sono diminuite del 28 per cento, scendendo a 5.582, e gli attentati a 2.944, il livello più basso dal 2007. Ma sei dei dieci Paesi più colpiti sono nell’Africa subsahariana e il Sahel concentra ormai più della metà delle vittime mondiali del terrorismo, contro meno dell’un per cento nel 2007. Non siamo quindi davanti a una crescita uniforme della minaccia. Siamo davanti a una sua migrazione. Mentre Iraq e altre aree del Medio Oriente hanno registrato una drastica riduzione rispetto ai picchi degli anni dello Stato Islamico, il jihadismo ha trovato nuovi spazi nelle zone fragili fra Mali, Burkina Faso, Niger e gli Stati costieri dell’Africa occidentale.

Anche la macchina antiterrorismo ha cambiato proprietario. Francia, Stati Uniti e Unione europea hanno ridimensionato o abbandonato parte della loro presenza nel Sahel; Russia, Turchia e Paesi del Golfo hanno occupato alcuni degli spazi lasciati liberi. Ma la categoria politica sopravvive ai suoi sponsor. De Carvalho ricorda il caso del Kenya, dove dopo gli attentati di Al Shabaab le autorità nel 2014 rastrellarono circa quattromila persone nel quartiere somalo di Eastleigh e le portarono in uno stadio per controlli, mentre soltanto pochissime furono incriminate. Nel maggio 2026, in Burkina Faso, un sindacato studentesco è stato indagato per “apologia del terrorismo” dopo avere criticato i risultati dello Stato contro gli insorti. La guerra mondiale lanciata nel 2001 ha quindi lasciato dietro di sé anche strumenti che possono continuare a essere usati molto tempo dopo il ritiro di chi contribuì a costruirli.

Questo conduce alla conseguenza internazionale dell’11 settembre che probabilmente merita più attenzione delle stesse guerre. Il 28 settembre 2001, diciassette giorni dopo gli attentati, il Consiglio di Sicurezza approvò all’unanimità la Risoluzione 1373. Non si limitava a condannare Al Qaeda. Imponeva a tutti gli Stati di criminalizzare il finanziamento del terrorismo, congelare i beni dei responsabili, negare loro rifugio, impedire reclutamento e transito, rafforzare cooperazione investigativa e assistenza giudiziaria. Nacque anche il Counter-Terrorism Committee delle Nazioni Unite, incaricato di verificarne l’applicazione. È difficile trovare un altro caso nel quale un singolo attacco abbia prodotto in così poco tempo un’infrastruttura giuridica planetaria.

Una parte di quell’infrastruttura era necessaria. Congelamento dei capitali, collaborazione fra intelligence, sicurezza aeronautica, circolazione delle informazioni e controllo delle reti transnazionali hanno reso operazioni della complessità dell’11 settembre molto più difficili. Il fatto che per venticinque anni non sia stato ripetuto negli Stati Uniti un attentato paragonabile per organizzazione e dimensioni non può essere considerato irrilevante.

La questione irrisolta è che l’ordinamento internazionale non è mai riuscito a produrre con la stessa precisione una definizione universalmente condivisa di terrorismo e soprattutto un confine universalmente rispettato fra terrorismo, insurrezione, resistenza armata e opposizione politica. La Russia ha avuto i ceceni, la Cina gli uiguri, la Turchia i curdi, governi africani i propri insorti. Le classificazioni non coincidono sempre. Un gruppo sostenuto militarmente da un Paese può essere considerato terrorista dal suo alleato; un uomo inserito per anni dentro la galassia jihadista può diventare un interlocutore internazionale.

La Siria del 2026 ne offre l’esempio più difficile da immaginare nel 2001. Ahmed al-Sharaa, un tempo conosciuto come Abu Mohammed al-Jolani, ha alle spalle una storia nel jihadismo e nella galassia di Al Qaeda; oggi è presidente della Siria. Kabir Taneja, dell’Observer Research Foundation indiano, lo cita insieme al ritorno dei Talebani al potere per mostrare quanto le categorie costruite dopo l’11 settembre siano diventate instabili dentro il nuovo ordine geopolitico. Gli Stati che per anni avevano promesso di non negoziare con determinati attori finiscono per confrontarsi con loro quando quegli attori controllano territori, governi e confini.

Anche l’Europa si trova davanti a un terrorismo che non corrisponde più perfettamente al modello sul quale aveva costruito la propria risposta. La Francia, ricorda Marc Hecker dell’Institut français des relations internationales, rifiutava ancora nel 2006 l’espressione americana “guerra globale al terrorismo”, anche per un motivo costituzionale: dichiararsi in guerra contro una minaccia interna poteva giustificare una concentrazione pericolosa di poteri nell’esecutivo. Dopo Charlie Hebdo, il Bataclan e gli attentati del 2015, la parola guerra entrò invece nel lessico politico francese e migliaia di militari furono dispiegati sul territorio nazionale con l’Opération Sentinelle.

Oggi i responsabili europei continuano a considerare grave la minaccia jihadista, ma stanno cercando contemporaneamente qualcosa di molto meno riconoscibile. L’Associated Press ha raccolto alla vigilia dell’anniversario l’allarme del coordinatore antiterrorismo dell’Unione europea Bartjan Wegter su adolescenti radicalizzati in comunità digitali dove si mescolano estrema destra, misoginia, antisemitismo, jihadismo e soprattutto fascinazione nichilista per la violenza. Un’indagine in nove Paesi europei ha individuato più di 4.300 indirizzi web collegati a uno di questi ambienti. Non c’è necessariamente un Bin Laden, non c’è necessariamente un’organizzazione, talvolta non c’è neppure una dottrina coerente. Il terrorista del 2001 apparteneva a una struttura clandestina che impiegò anni a preparare un’unica operazione. Una parte della violenza estremista del 2026 nasce invece da individui soli dentro reti digitali senza centro.

Il paradosso del venticinquesimo anniversario sta anche in questa trasformazione. La guerra al terrorismo ha costruito apparati eccezionalmente efficienti nel cercare organizzazioni, finanziamenti, campi di addestramento, viaggi, catene di comando. Nel momento in cui quegli apparati raggiungono una maturità mai avuta prima, il fenomeno che devono identificare tende a diventare più diffuso, ibrido e difficile da classificare.

Non significa che Al Qaeda e Stato Islamico appartengano al passato. L’ISIS e le sue affiliate restano fra le reti terroristiche più letali al mondo, Al Qaeda conserva gruppi importanti soprattutto in Africa e il ritorno dei Talebani ha riaperto interrogativi sulla presenza jihadista in Afghanistan. Radio Free Europe/Radio Liberty, nel dossier preparato per il venticinquesimo anniversario, registra che uomini di Al Qaeda hanno nuovamente trovato rifugio nel Paese, senza che ciò abbia finora prodotto attentati organizzati dall’Afghanistan contro grandi capitali occidentali. La domanda non è dunque se la minaccia sia morta, ma se possieda ancora la forma contro la quale il mondo ha imparato a combattere dopo il 2001.

Per questo, a venticinque anni di distanza, stabilire chi abbia “vinto” l’11 settembre è probabilmente una domanda posta male. Al Qaeda non ha realizzato il progetto politico di Bin Laden. Gli Stati Uniti non sono stati espulsi dal Medio Oriente, il Califfato di Al Qaeda non è mai nato, gran parte della sua dirigenza storica è stata eliminata e nessun secondo 11 settembre ha colpito l’America. Lo Stato Islamico costruì per qualche anno qualcosa di più vicino a un vero Califfato territoriale, ma anche quello è stato distrutto.

Al tempo stesso è impossibile descrivere come una vittoria lineare ciò che seguì. I Talebani sono nuovamente al potere. Il jihadismo si è frammentato e spostato geograficamente anziché scomparire. Il Sahel è diventato il suo principale teatro mondiale. Il Pakistan vive una nuova ondata di attentati. Governi autoritari hanno incorporato il linguaggio antiterrorista dentro politiche di repressione molto più vaste. E la stessa categoria di terrorismo, applicata per venticinque anni a fenomeni diversi, è diventata politicamente più potente e concettualmente meno precisa.

L’11 settembre non ha prodotto il mondo del 2026. Attribuirgli l’ascesa cinese, il ritorno russo, le guerre mediorientali, l’autoritarismo o la crisi dell’ordine internazionale significherebbe scambiare una cesura per una causa universale. Ha però modificato per lungo tempo la gerarchia delle minacce e il vocabolario attraverso il quale gli Stati potevano descriverle. È una differenza meno spettacolare ma probabilmente più profonda.

Per Mosca confermò una parte del racconto russo sulla Cecenia e rese più difficile contestarne l’estensione all’intero conflitto. Per Pechino rese internazionale la componente jihadista del problema uiguro e fornì successivamente la materia per una critica dell’interventismo americano. Per Riyadh impose di confrontarsi con l’origine saudita di Bin Laden e di quindici attentatori e poi con Al Qaeda come nemico interno. Per Teheran creò alcuni mesi di collaborazione con l’avversario americano. Per Islamabad aprì un ciclo di violenza che non si è ancora chiuso. Per l’Africa significò soprattutto l’arrivo di un’enorme infrastruttura antiterrorismo, prima che il continente diventasse esso stesso l’epicentro della minaccia.

Nessuna di queste storie coincide completamente con quella americana. E nemmeno fra loro.

Domani a Manhattan si leggeranno i nomi dei morti. A Santiago si parlerà ancora del 1973. In Catalogna si celebrerà la Diada. In Pakistan la data apparterrà anche a Jinnah. In Etiopia comincerà l’anno nuovo. Nel Sahel uomini che nel 2001 erano bambini combatteranno organizzazioni nate molto dopo Al Qaeda. A Pechino l’anniversario americano conviverà con la rappresentazione di vent’anni di guerre come prova dei limiti della potenza statunitense. E negli archivi americani appena aperti continuerà a esserci la voce di Vladimir Putin che, il giorno dopo le Torri, dice a George W. Bush di essere completamente con lui.

Le immagini dell’11 settembre furono abbastanza potenti da appartenere immediatamente al mondo intero. Il loro significato no. Quello è stato deciso nei venticinque anni successivi, da ogni Paese secondo la propria storia, le proprie guerre, i propri interessi e le proprie paure.

Forse è questa la cosa meno raccontata dell’11 settembre: mentre ricordiamo tutti lo stesso giorno, da molto tempo non stiamo più ricordando lo stesso avvenimento.