La decisione del sindaco di Ogasawara di aprire a una prima indagine su Minamitorishima, un’isola remota e disabitata dell’arcipelago delle Ogasawara, non è un episodio isolato. È l’ultimo sviluppo di una vicenda che il Giappone si trascina da oltre vent’anni: come trovare un sito permanente per le scorie radioattive ad alta attività prodotte dal suo programma nucleare.
Il punto da chiarire subito è questo: non si parla dell’acqua trattata di Fukushima né dei terreni contaminati dopo il disastro del 2011, ma del problema strutturale e mai risolto del deposito geologico profondo per i rifiuti più pericolosi del ciclo nucleare giapponese.
Secondo il piano ufficiale, questi rifiuti devono essere collocati in profondità nel sottosuolo, in una formazione geologica ritenuta stabile, con un isolamento previsto per tempi lunghissimi.
NUMO, l’organizzazione giapponese incaricata della gestione del problema, spiega che il modello scelto è quello del geological disposal, cioè lo smaltimento in un deposito sotterraneo a oltre 300 metri di profondità, costruito per confinare rifiuti come il materiale ad alta attività derivante dal riprocessamento del combustibile esaurito.
Qui sta un primo nodo essenziale. Il Giappone, a differenza di altri paesi, ha continuato a impostare la propria politica nucleare sul riprocessamento del combustibile esaurito: il combustibile usato nelle centrali non è considerato semplicemente uno scarto finale, ma viene destinato, almeno in linea di principio, a un ciclo in cui uranio e plutonio possono essere recuperati, mentre il residuo altamente radioattivo viene vetrificato e destinato al deposito finale.
Questo significa che la questione delle scorie non è un problema secondario o residuale: è parte integrante dell’intero assetto del nucleare giapponese.
Il quadro legale esiste da tempo. La Specified Radioactive Waste Final Disposal Act è del 2000, e nello stesso anno viene creata NUMO, incaricata di preparare e attuare il programma di smaltimento geologico.
Il processo di selezione del sito è strutturato in tre fasi: prima una literature survey, cioè una ricognizione sui dati già disponibili; poi una preliminary investigation, con analisi più avanzate; infine una detailed investigation, che dovrebbe portare alla scelta definitiva. Sulla carta il percorso è definito da anni. Il problema è che, nella pratica, il Giappone non è mai riuscito davvero a uscire dalla fase preliminare.
Per capire quanto il dossier sia bloccato basta guardare alla sua cronologia. NUMO lanciò un appello ai territori già nel 2002, invitando i comuni a candidarsi volontariamente. Ma il meccanismo si è scontrato quasi subito con una resistenza fortissima.
Il precedente più noto fu quello del comune di Toyo, nella prefettura di Kochi, che nel 2007 provò a entrare nella prima fase per poi ritirarsi di fronte alle proteste locali e alla crisi politica che ne seguì. Da allora il tema è rimasto uno dei più sensibili dell’intera politica energetica giapponese.
La svolta successiva arriva solo molti anni dopo. Nel 2017 il governo pubblica la Nationwide Map of Scientific Features, una mappa nazionale che classifica le aree del paese in base a caratteristiche geologiche considerate più o meno favorevoli allo smaltimento geologico.
Non si tratta della scelta di un sito, ma di un cambio di metodo: invece di attendere passivamente candidature spontanee, Tokyo prova a orientare il dibattito indicando dove, in teoria, sarebbe più sensato cercare. Il governo ha poi continuato a presentare questa mappa come il primo passo per approfondire il dialogo pubblico sul deposito definitivo.
È dentro questo quadro che va letto il caso Minamitorishima. Il Japan Times riferisce che il governo ha chiesto formalmente al villaggio di Ogasawara di accettare una literature survey sull’isola e che il sindaco, Masaki Shibuya, ha di fatto aperto alla procedura.
Minamitorishima è particolare per almeno tre ragioni: è molto lontana da Tokyo, è disabitata, ed è già sede di infrastrutture statali e militari. Inoltre, secondo i criteri discussi a partire dalla mappa del 2017, l’area è stata considerata relativamente promettente dal punto di vista geologico. Per il governo, ciò la rende una candidata più semplice di tanti territori abitati; per i critici, al contrario, il suo isolamento dimostra la tendenza a spingere il problema verso periferie remote e meno in grado di opporsi.
Il punto politico è che questa eventuale indagine renderebbe Ogasawara il quarto ente locale entrato nella prima fase di selezione. Prima di Minamitorishima, la literature survey è stata avviata in Suttsu e Kamoenai, in Hokkaido, nel 2020, e poi a Genkai, nella prefettura di Saga, nel 2024.

È un dato che dice molto più di quanto sembri: dopo oltre due decenni di ricerca, il Giappone ha coinvolto solo pochissimi enti locali e resta ancora fermo al gradino più preliminare della procedura.
Va spiegato bene anche che cosa significhi literature survey, perché qui si gioca una parte della strategia del governo. Questa prima fase non comporta perforazioni o lavori sul campo: consiste nello studio di dati geologici già esistenti, nella verifica della presenza di vulcani, faglie attive, risorse naturali e altri fattori incompatibili o problematici.
In cambio dell’accettazione della procedura, un ente locale può ricevere fino a 2 miliardi di yen di finanziamenti statali. Formalmente è un incentivo alla partecipazione; politicamente, però, è anche uno dei punti più controversi dell’intera questione, perché molti oppositori leggono questi fondi come una leva per spingere territori periferici ad assumersi un onere che nessuno vuole davvero.
Perché è così difficile trovare un sito in Giappone? La prima risposta è geologica. Il paese è attraversato da una fortissima attività sismica e vulcanica. In un arcipelago segnato da terremoti, faglie e vulcani, la scelta di un’area da considerare abbastanza stabile per custodire rifiuti radioattivi per tempi lunghissimi è inevitabilmente più problematica che altrove.
La stessa esistenza della mappa del 2017 nasce da questo dato di fondo: il Giappone continua a produrre scorie ad alta attività, ma il suo territorio rende la soluzione molto più complessa.
La seconda risposta è politica e sociale. Il problema delle scorie era aperto già prima di Fukushima, ma il disastro del 2011 ha reso ancora più fragile la fiducia nelle istituzioni nucleari. Anche se qui si parla di un deposito geologico e non dell’incidente di Fukushima in senso stretto, nella percezione pubblica i due piani si toccano.
La questione delle scorie è diventata il simbolo di una domanda rimasta senza risposta convincente: chi beneficia dell’energia nucleare e chi, invece, deve sopportarne gli oneri per tempi che travalicano intere generazioni.
La terza risposta è istituzionale. Il governo ripete che la scelta del deposito finale è una “sfida nazionale” che non può essere rinviata. Ma allo stesso tempo evita di imporre un sito contro la volontà locale, perché sa che una decisione forzata produrrebbe un conflitto politico enorme.
Si crea così uno stallo quasi perfetto: il problema è nazionale, ma il potere di blocco resta di fatto locale. È il motivo per cui il processo dura da venticinque anni senza una scelta definitiva.
Il caso di Minamitorishima aggiunge poi un ulteriore elemento strategico. L’area è nota anche per la presenza di terre rare nei fondali circostanti, una risorsa che per Tokyo ha un rilievo crescente sia economico sia geopolitico. Il Japan Times sottolinea che, almeno secondo il governo, la literature survey per il deposito di scorie non interferirebbe direttamente con i piani separati di estrazione mineraria in mare profondo.
Ma il semplice fatto che le due partite si incrocino attorno alla stessa isola mostra quanto la questione scorie non sia più soltanto un problema tecnico di smaltimento: è anche un pezzo di strategia territoriale e statale.
In sostanza, la vicenda giapponese delle scorie radioattive oggi può essere riassunta così. Il paese ha una legge dal 2000, un ente dedicato, una procedura definita e una strategia ufficiale di deposito geologico profondo. Ha individuato aree teoricamente più promettenti con la mappa del 2017 e ha avviato alcune literature survey in pochi comuni.
Ma non ha ancora scelto alcun sito definitivo e continua a muoversi dentro un equilibrio instabile tra esigenza tecnica, opposizione locale e sfiducia politica. L’apertura di Ogasawara non chiude la questione: mostra semmai che il Giappone sta cercando di sbloccarla puntando su territori remoti, disabitati o politicamente più gestibili.
La vera domanda, allora, non è solo se Minamitorishima sia idonea dal punto di vista geologico. La domanda è se il Giappone stia entrando in una fase nuova, in cui lo Stato prova a superare il fallimento del puro volontariato locale e a chiudere, finalmente, uno dei dossier più irrisolti della sua politica nucleare.
Perché il problema delle scorie, più ancora della riapertura dei reattori, misura una contraddizione che Tokyo non ha mai davvero sciolto: continuare a considerare il nucleare una componente della sicurezza energetica nazionale senza avere ancora una soluzione politicamente accettata per i suoi rifiuti più pericolosi.



