I robot arrivano dove il lavoro costa troppo

Il Giappone è il posto giusto per capire dove sta andando il lavoro. Non perché sia un Paese “futuristico”, come vuole una vecchia caricatura occidentale, ma perché si trova già dentro il problema che molti altri affronteranno dopo: popolazione che invecchia, nascite in calo, manodopera insufficiente, servizi sotto pressione.

Al Summit sugli umanoidi di Tokyo, la robotica non è stata presentata come un gioco tecnologico, ma come una risposta alla crisi demografica. Brendan Schulman, vicepresidente per le politiche di Boston Dynamics, lo ha detto in modo diretto: in Giappone, negli Stati Uniti e nel mondo non ci sono più tassi di natalità sufficienti a sostenere la forza lavoro necessaria. Da qui l’idea: se mancano esseri umani, arriveranno macchine capaci di lavorare nel mondo fisico.

Il Giappone ha deciso di non restare a guardare. Il governo punta a conquistare entro il 2040 il 30% del mercato mondiale dei robot dotati di intelligenza artificiale. È una strategia industriale, ma anche sociale: non riguarda solo fabbriche e brevetti, riguarda chi assisterà gli anziani, chi lavorerà nei magazzini, chi pulirà, chi trasporterà, chi svolgerà i compiti ripetitivi o pesanti.

Il punto è che il robot arriva quasi sempre dove il lavoro umano è più necessario e meno sostenuto.

Nel settore dell’assistenza agli anziani, il Giappone lo mostra meglio di tutti. La carenza di personale è strutturale. Secondo una ricostruzione Reuters, nel comparto dell’assistenza c’è un candidato ogni 4,25 posti disponibili. Per questo si sviluppano prototipi come AIREC, robot umanoidi pensati per aiutare a spostare pazienti, cucinare, piegare il bucato, svolgere mansioni fisiche dentro case e strutture di cura.

Ma la stessa tecnologia mostra il proprio limite: prendersi cura di una persona fragile non significa solo sollevarla da un letto. Significa capire, ascoltare, rassicurare, assumersi una responsabilità.

Se il robot serve a liberare tempo umano, può essere un aiuto. Se serve a ridurre personale già insufficiente, diventa un modo elegante per impoverire la cura.

La robotica, però, non è più soltanto giapponese. È una corsa globale. Secondo l’International Federation of Robotics, nel 2024 sono stati installati nel mondo 542.000 robot industriali, più del doppio rispetto a dieci anni prima.

La Cina da sola ha assorbito più della metà delle nuove installazioni, con 295.045 unità. L’Asia resta il centro della robotizzazione industriale, mentre Europa e Americhe inseguono.

Questo dato cambia la prospettiva. I robot non entrano solo dove mancano lavoratori. Entrano dove esistono capitale, fabbriche, strategie industriali e potere politico. La robotizzazione segue la demografia, ma segue ancora di più la forza dei sistemi produttivi.

La Cina è il caso più aggressivo. Pechino non vede gli umanoidi solo come soluzione alla carenza di manodopera, ma come nuova frontiera della propria potenza manifatturiera.

Secondo MERICS, il governo cinese ha lanciato politiche come “Robot+” e “AI + Manufacturing”, punta a linee pilota per robot umanoidi e vuole raddoppiare la densità robotica manifatturiera entro il 2030. L’intelligenza artificiale incorporata nelle macchine è stata indicata come una delle traiettorie industriali prioritarie del prossimo piano quinquennale.

La posta in gioco è enorme. Se la Cina riesce a produrre robot umanoidi a basso costo, può ottenere un doppio vantaggio: esportare robot e usarli per abbassare ulteriormente i costi della propria produzione. Secondo MarketWatch, nel 2025 la Cina ha prodotto quasi 13.000 umanoidi, circa il 90% dell’output globale, con alcuni modelli venduti a prezzi intorno ai 13.500 dollari.

Anche se la loro efficienza resta inferiore a quella umana, il punto industriale è chiaro: come è accaduto con auto elettriche, pannelli solari e batterie, Pechino può trasformare una tecnologia emergente in una nuova pressione competitiva mondiale.

Negli Stati Uniti la traiettoria è diversa, ma il risultato sociale può essere simile. Hyundai, proprietaria di Boston Dynamics, ha annunciato l’obiettivo di produrre 30.000 robot umanoidi all’anno entro il 2028 e di impiegarli nello stabilimento in Georgia a partire dallo stesso anno. L’idea è usare robot come Atlas per mansioni ripetitive, pesanti o pericolose nelle fabbriche automobilistiche.

La promessa è quella classica: più sicurezza, più efficienza, meno lavoro usurante. Ma il sindacato coreano di Hyundai ha letto il progetto in modo opposto: non come liberazione dal lavoro pesante, ma come minaccia occupazionale. È la domanda che accompagna ogni fase dell’automazione: il robot sostituisce la fatica o sostituisce il lavoratore?

By Willy Jackson – Own work, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=125210148

Non è una distinzione teorica. Se una mansione pericolosa viene automatizzata e il lavoratore viene formato, ricollocato, pagato meglio, la tecnologia migliora la vita. Se invece la macchina serve a tagliare posti, comprimere salari, ridurre contrattazione e aumentare margini, allora l’innovazione diventa un trasferimento di potere dal lavoro al capitale.

L’Europa, intanto, è già dentro la partita, anche se parla meno di umanoidi e più di industria. Secondo i dati IFR, l’Europa occidentale ha raggiunto una densità robotica di 267 robot ogni 10.000 lavoratori manifatturieri nel 2024, sopra la media globale. La Germania resta uno dei Paesi più robotizzati al mondo, con 449 robot ogni 10.000 addetti nella manifattura.

Per l’Europa il problema è doppio. Da un lato deve automatizzare per non perdere competitività contro Cina, Stati Uniti e Corea. Dall’altro rischia di usare l’automazione come risposta difensiva a un declino industriale già in corso.

Dopo anni di delocalizzazioni, salari compressi e dipendenza dalle filiere asiatiche, la robotica può diventare una nuova politica industriale. Ma può anche diventare una nuova frattura sociale.

Il nodo vero, infatti, non è se i robot arriveranno. Arriveranno. Il nodo è per quali lavori, con quali regole e a vantaggio di chi.

La formula “mancano lavoratori” sembra neutra, ma spesso nasconde altro. Mancano lavoratori oppure mancano salari decenti? Mancano braccia oppure mancano contratti stabili? Mancano giovani oppure mancano condizioni che rendano sopportabili i lavori di cura, logistica, fabbrica, assistenza, pulizia, ristorazione?

Se un lavoro è pagato poco, è usurante, ha turni ingestibili e scarso riconoscimento sociale, dire che “non si trovano lavoratori” è solo metà della verità.

La robotica rischia di diventare la scorciatoia perfetta: invece di alzare salari, formare persone, regolarizzare lavoratori migranti, migliorare condizioni e ridurre carichi, si investe nella macchina che non sciopera, non si ammala, non chiede ferie, non invecchia, non rivendica diritti.

Questo non significa rifiutare i robot. Sarebbe ingenuo. In molti campi possono ridurre rischi reali: ambienti tossici, sollevamento di carichi, lavori ripetitivi che distruggono il corpo, emergenze, assistenza fisica, produzione di precisione. La domanda non è se la tecnologia sia buona o cattiva. La domanda è politica: chi decide il suo uso e chi incassa il valore prodotto?

Se i robot servono ad alleggerire il lavoro umano, possono essere una conquista. Se servono a rendere superflui i lavoratori poveri, diventano un acceleratore di disuguaglianza. Se assistono infermieri e operatori sociosanitari, possono migliorare la cura. Se li sostituiscono perché costa meno, trasformano la vecchiaia in un servizio automatizzato al ribasso.

Il Giappone ci mostra il futuro perché è già stretto tra due urgenze: pochi lavoratori e molti anziani. Gli Stati Uniti mostrano la fabbrica robotizzata come nuova frontiera del profitto industriale. La Cina mostra la robotica come arma di potenza economica. L’Europa mostra la paura di restare indietro.

Ma in tutti i casi la questione è la stessa: il lavoro umano viene considerato una risorsa da proteggere o un costo da eliminare?

La retorica ufficiale parlerà di innovazione, produttività, carenza demografica, sicurezza e competitività. Tutte parole vere, ma incomplete. Perché sotto c’è un conflitto più semplice: i robot arrivano in un mondo dove molti lavori essenziali sono pagati troppo poco e riconosciuti ancora meno.

La rivoluzione degli umanoidi non nasce solo dal futuro. Nasce anche dal fallimento del presente: società che invecchiano senza aver dato valore alla cura, economie che hanno bisogno di lavoratori ma non vogliono sempre pagarli abbastanza, governi che preferiscono parlare di macchine invece di affrontare immigrazione, salari e diritti.

Il rischio non è che i robot diventino troppo simili agli esseri umani. Il rischio è che ci aiutino a trattare gli esseri umani sempre più come macchine sostituibili.

By Richard Greenhill and Hugo Elias (myself) of the Shadow Robot Company (edited by DooFi upon request on de.wikipedia.org) – This file was derived from: Shadow Hand Bulb large.jpg, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=5108646