A Évian le “potenze medie” si incoronano paladine del diritto internazionale. Allo stesso tavolo, nella stessa settimana, benedicono la fine di una guerra che del diritto internazionale è la negazione punto per punto. Non è una contraddizione: è la chiave di lettura.
Questa settimana, al vertice del G7 di Évian, Germania e Giappone stringono i loro legami militari e si presentano — parole del ministro della Difesa tedesco — come le nazioni che “continuano a sostenere l’ordine internazionale basato sulle regole”.
Riarmo in nome della legalità: Berlino verso una spesa militare che nel giro di pochi anni potrebbe superare quelle di Francia e Regno Unito messe insieme, Tokyo che schiera missili capaci di raggiungere la Cina e revoca i divieti postbellici all’export di armi, entrambe a fare quadrato — dicono — contro le prepotenze dei più forti.
Allo stesso tavolo, negli stessi giorni, il G7 discute l’intesa che chiude la guerra contro l’Iran. Conviene ricordare di che guerra si tratti, perché la parola “pace” tende a cancellarne i connotati. Un attacco a sorpresa, senza dichiarazione. L’uccisione del capo di uno Stato straniero.
Un blocco navale che per definizione strangola i rifornimenti civili — cibo, carburante, medicine — e che ha lasciato ventimila marittimi di mezzo mondo prigionieri nello Stretto di Hormuz. La distruzione di infrastrutture idriche. Migliaia di civili uccisi. Se esiste un catalogo di ciò che “l’ordine basato sulle regole” dovrebbe vietare, questa guerra lo ha percorso per intero.
Ed ecco il punto che nessun resoconto rassicurante mette a fuoco: i paladini delle regole non denunciano quella guerra. La normalizzano. La trasformano in un dossier diplomatico, una firma da apporre il 19 a Ginevra, una voce all’ordine del giorno tra un comunicato sul riarmo e l’altro.

La conclusione si impone da sé: “ordine basato sulle regole” non significa regole. Significa ordine. Le regole sono la decorazione; l’ordine è la sostanza. E un ordine, per definizione, lo fanno rispettare i forti sui deboli — esattamente ciò che a parole queste potenze dicono di combattere.
C’è un filo che lega questa scena a tutto ciò che abbiamo visto nei mesi scorsi, ed è linguistico. Si è bombardato l’Iran per “liberarne il popolo”, deportando intanto gli iraniani in fuga. La premier giapponese schiera missili a lungo raggio definendo il proprio paese “una nazione amante della pace da oltre ottant’anni”.
A Évian si invoca il diritto internazionale mentre lo si sospende. In ogni caso la parola morale viene conservata con cura proprio nell’istante in cui se ne abbandona il contenuto. Non è distrazione, non è ipocrisia occasionale: è una tecnica. Il guscio lessicale resta, perché serve a rendere accettabile ciò che la sostanza renderebbe inaccettabile.
Nulla di tutto questo nega la minaccia reale. L’Ucraina è stata invasa davvero; il dilemma di sicurezza di Berlino e Tokyo non è un’invenzione, e un continente che si scopre indifeso ha ragioni concrete per riarmarsi.
Ma la minaccia reale non assolve il confezionamento. Si può riconoscere il pericolo russo e insieme rifiutare la favola per cui chi si riarma lo fa in nome del diritto internazionale, mentre siede al tavolo che ricicla l’illegalità in pace.
Anzi, è proprio lo stesso egemone a tenere insieme le due storie. Gli Stati Uniti che bombardano Teheran a piacimento sono gli stessi la cui inaffidabilità — la “paura giustificata”, dicono gli studiosi, che possano tradire i loro alleati — spinge Europa e Giappone a correre ai ripari.
Non assistiamo all’ascesa di nobili potenze medie, ma allo sbandamento di vecchi protetti rimasti senza protettore, che si rivestono di principio mentre comprano elicotteri e fregate. A Évian non si difende l’ordine basato sulle regole. Si amministra, con vocabolario impeccabile, un mondo in cui le regole valgono per chi non ha le armi per ignorarle.



