La pena di morte è sempre una vergogna. Lo è quando la applicano le dittature, lo è quando la applicano i regimi autoritari, lo è quando la applicano gli Stati che l’Occidente indica come barbari. Ma lo è anche, e forse ancora di più, quando a praticarla sono Paesi che si presentano come democrazie mature, moderne, ordinate, civili.
Il Giappone è uno di questi. Membro del G7, potenza industriale, Paese tecnologico, alleato stabile dell’Occidente, modello spesso raccontato con il linguaggio dell’efficienza e della disciplina sociale. Eppure il Giappone continua a mantenere la pena capitale. Non come residuo simbolico, non come minaccia teorica mai applicata, ma come macchina penale ancora funzionante.
Il boia, in Giappone, è tornato in attività il 27 giugno 2025, quando è stato impiccato Takahiro Shiraishi, condannato per l’uccisione di nove persone. È stata la prima esecuzione nel Paese dopo quasi tre anni di pausa, la prima dal 2022. Il metodo resta quello dell’impiccagione.
I condannati, secondo la prassi giapponese, vengono di norma informati dell’esecuzione solo poche ore prima. Le famiglie spesso lo vengono a sapere dopo.
Gli Stati Uniti e il Giappone sono due casi esemplari: due pilastri del campo occidentale, due Paesi del G7, due democrazie che continuano ad ammettere che lo Stato possa uccidere un detenuto già rinchiuso, disarmato, sotto il suo completo controllo.
Degli Stati Uniti sappiamo molto, il suo sistema è raccontato, discusso, criticato, esposto. Quello giapponese molto meno. E proprio per questo è più facile dimenticarlo.
Alla fine del 2024, secondo ECPM, in Giappone c’erano 106 persone nel braccio della morte. Più di un quarto dei condannati avrebbe oltre 70 anni. Dopo l’esecuzione di Shiraishi nel 2025, rimangono 105 detenuti ancora nel braccio della morte.
In Giappone la condanna a morte non è soltanto l’esecuzione finale. È una lunga attesa in isolamento. È l’incertezza come pena aggiuntiva. È la possibilità di svegliarsi ogni mattina senza sapere se quella sarà la mattina in cui il ministero della Giustizia ha deciso di firmare l’ordine.
Nel 2024 un tribunale di Osaka ha respinto una causa contro la prassi dell’avviso all’ultimo momento. I detenuti contestavano proprio questo: essere informati dell’esecuzione soltanto poche ore prima, senza il tempo reale di un ultimo ricorso, di un saluto, di una preparazione.
Il tribunale ha dato ragione allo Stato. Ma la questione resta: che cosa c’è di civile in una democrazia che nasconde perfino il momento in cui ucciderà un uomo?
Poi c’è il tema dell’errore giudiziario. Ed è qui che la pena di morte mostra la sua oscenità più radicale: non si può correggere un’esecuzione. Nel settembre 2024 Iwao Hakamada è stato assolto dopo essere stato per decenni uno dei più longevi condannati a morte al mondo.

Era stato condannato nel 1968 per un omicidio plurimo, aveva sempre sostenuto la propria innocenza, e il suo caso è diventato il simbolo delle distorsioni del sistema penale giapponese: confessioni contestate, prove ritenute fabbricate, decenni nel braccio della morte.
Oggi la storia della pena di morte in Giappone si arricchisce del caso di Hiroko Kazama, detenuta nel braccio della morte che ha fatto causa al governo giapponese per la sorveglianza video continua nella sua cella. Sostiene di essere stata sorvegliata 24 ore su 24 per 24 anni e denuncia una violazione dei diritti umani.
Non parliamo più soltanto dell’esecuzione. Parliamo della vita prima dell’esecuzione. Una vita ridotta a controllo totale, dove anche l’intimità più fisica scompare. Secondo materiali richiamati da organismi per i diritti dei detenuti, Kazama e altri condannati a morte sono stati trattenuti in celle di circa 5,4 metri quadrati monitorate 24 ore su 24 da telecamere a circuito chiuso installate sul soffitto.
È una forma di annientamento amministrativo. La persona è già privata della libertà. È già isolata. È già sotto minaccia di morte. Ma lo Stato non si ferma: sorveglia ogni movimento, ogni gesto, ogni momento del corpo. La cella diventa non solo luogo di detenzione, ma spazio di esposizione permanente.
La doppia morale occidentale vive qui. Quando la pena di morte è in Iran, in Arabia Saudita, in Cina o in altri Paesi considerati nemici o rivali, diventa immediatamente prova di inciviltà. Quando invece la applicano Stati Uniti o Giappone, diventa una “questione interna”, una tradizione giuridica, una scelta democratica, una sensibilità nazionale.
È il vecchio trucco dei Paesi potenti: i diritti umani sono universali quando servono a giudicare gli altri, diventano relativi quando mettono in discussione gli alleati.
Il caso Kazama ci obbliga a guardare dentro il braccio della morte giapponese. Non il Giappone delle cartoline, non quello dell’innovazione, non quello della diplomazia occidentale. Il Giappone che impicca. Il Giappone che aspetta anni prima di impiccare.
Il Giappone che tiene esseri umani sotto l’occhio di una telecamera fino al giorno in cui una porta si apre e la burocrazia decide che è arrivato il momento.
Questa non è giustizia. È violenza gratuita del potere allo stato puro. E il fatto che venga esercitato da un Paese che si definisce civile non lo rende più accettabile ma soltanto più ipocrita.



