La guerra in Iran sta mostrando che la comunicazione d’emergenza non è il futuro digitale che si interrompe, ma il passato analogico che torna quando il digitale non regge.
Non è un’immagine nostalgica. È un fatto materiale. NHK World-Japan, dal 1° marzo, ha trasformato il suo servizio radiofonico in onde corte verso il Medio Oriente da circa sei ore al giorno a una trasmissione continua, 24 ore su 24, in giapponese, per dare notizie e informazioni di sicurezza ai cittadini giapponesi nell’area.
La motivazione dichiarata è semplice: in una crisi come quella iraniana, internet e media locali possono smettere di essere affidabili proprio quando servono di più.
La notizia importante non è solo che il Giappone abbia riacceso una tecnologia considerata vecchia. È che l’abbia fatto come strumento di protezione consolare diffusa. NHK non sta parlando agli iraniani, ma ai giapponesi che vivono o viaggiano in Medio Oriente.
Trasmette simulcast di NHK Radio 1, aggiornamenti di NHK World-Japan e bollettini di sicurezza del ministero degli Esteri. In altre parole, il servizio pubblico internazionale torna a funzionare come una rete di continuità nazionale fuori dai confini, capace di arrivare anche quando le infrastrutture digitali locali si restringono, si guastano o vengono filtrate.
NHK non è un caso isolato. A gennaio Radio Farda, il servizio persiano di RFE/RL, è tornata alle onde corte per aggirare il blackout digitale imposto dalla Repubblica islamica. RFE/RL ha spiegato che la scelta nasceva proprio dall’impossibilità di affidarsi solo alle piattaforme online in un paese in cui la connettività può essere ridotta o spenta per decisione politica.
Poche settimane dopo, anche la BBC World Service ha lanciato un programma radiofonico d’emergenza per l’Iran su onde medie e corte, pensato per raggiungere gli ascoltatori tagliati fuori dalle notizie online. Tre attori diversi, tre missioni diverse, una stessa conclusione: quando il potere chiude il web o la guerra lo rende instabile, la radio che attraversa i confini torna a essere un’infrastruttura di prima necessità.

Questo ritorno dell’analogico non è una bizzarria tecnica. È un promemoria politico. Negli ultimi anni il discorso pubblico ha trattato il digitale come destino inevitabile della comunicazione e la radio a onde corte come residuo di un mondo finito.
La crisi iraniana sta dicendo il contrario: le tecnologie giudicate obsolete sopravvivono non per inerzia, ma perché possiedono una qualità che le reti più moderne non garantiscono sempre, cioè la ridondanza. Una radio a onde corte non dipende dall’ultimo miglio domestico, da una piattaforma, da un algoritmo, da un provider nazionale.
Richiede pochissima infrastruttura dal lato dell’ascoltatore ed è molto più difficile da spegnere completamente. È per questo che riappare non nelle cerimonie della memoria, ma nei momenti in cui gli Stati e i broadcaster devono garantire un filo informativo minimo sotto pressione.
Anche il contesto giapponese conferma che non si tratta di folklore mediatico. Mentre NHK estende il servizio radiofonico verso il Medio Oriente, Tokyo partecipa anche alla risposta d’emergenza sul fronte energetico: l’Agenzia internazionale dell’energia ha annunciato il più grande rilascio di riserve strategiche della sua storia, e il Giappone figura tra i maggiori contributori con 80 milioni di barili.
La stessa crisi costringe dunque uno Stato a mettere in sicurezza insieme due forme di continuità: quella materiale dell’energia e quella informativa dei propri cittadini all’estero. La radio entra qui nello stesso schema delle scorte petrolifere: non come simbolo del passato, ma come dispositivo di resilienza nazionale.
La guerra in Iran, allora, non sta solo allargando il conflitto. Sta anche correggendo una lunga illusione tecnologica: l’idea che il nuovo sostituisca sempre il vecchio e che la comunicazione più avanzata sia automaticamente la più resistente.
Nelle crisi vere accade spesso il contrario. Il digitale accelera tutto, finché funziona. L’analogico sopravvive proprio per il giorno in cui smette di funzionare il resto. E quando quel giorno arriva, non torna il passato: torna l’infrastruttura minima che permette a una società, a uno Stato o a una diaspora di restare in contatto con sé stessa.



