Le dimissioni del premier Shigeru Ishiba, dopo meno di un anno al potere, hanno restituito al Giappone l’immagine di un Paese instabile. Non è la prima volta che accade: negli ultimi vent’anni Tokyo ha cambiato primo ministro con una frequenza che sarebbe inconcepibile in altre democrazie mature.
Ma questa volta la politica è soltanto la superficie: sotto c’è un’economia che da trent’anni si muove in un limbo di stagnazione e incertezza, e che oggi torna a bussare con forza alla porta della classe dirigente.
Per decenni il Giappone è stato sinonimo di crescita, tecnologia e disciplina economica. Negli anni Ottanta la sua potenza industriale faceva tremare perfino Washington: auto, elettronica e finanza alimentavano la seconda economia del pianeta. Poi, dal 1991, la bolla immobiliare e finanziaria si è sgonfiata e il Paese è entrato nella cosiddetta “lost decade”, che oggi possiamo definire “lost decades”: un trentennio di crescita piatta, prezzi immobili e salari fermi.
Oggi, con un PIL che nel secondo trimestre 2025 è cresciuto del 2,2% su base annua, si potrebbe pensare a una ripresa. In realtà, si tratta di un rimbalzo trainato dai consumi (+0,4%) e da spese straordinarie, mentre gli investimenti aziendali arrancano (+0,6%) e la produttività resta bassa. L’inflazione, che per anni era scomparsa dall’orizzonte giapponese, è tornata stabilmente sopra il 3%: non un dramma per l’Europa o gli Stati Uniti, ma un trauma per un Paese abituato a prezzi fermi.
Il problema è che i salari non tengono il passo. Quest’estate i lavoratori hanno ottenuto bonus straordinari (+7,9%), che hanno garantito un piccolo recupero del potere d’acquisto, ma si tratta di una fiammata destinata a spegnersi.
Il Giappone non riesce a costruire un meccanismo stabile di crescita dei redditi: per i giovani, in particolare, la prospettiva è fatta di contratti precari, stipendi bassi e poca mobilità sociale. È qui che nasce la frustrazione che ha spinto parte dell’elettorato verso i partiti di destra radicale: un disagio economico trasformato in rabbia politica.
In questo quadro, la Banca del Giappone si muove con passo felpato. Dopo decenni di tassi a zero e politiche ultra-espansive, ha alzato il tasso di riferimento allo 0,5%. Un segnale minimo, se confrontato con l’Europa o gli Stati Uniti, ma sufficiente a generare inquietudine in un Paese gravato da un debito pubblico che sfiora il 260% del PIL: il più alto del mondo sviluppato.

Per Tokyo, il costo del debito è una bomba a orologeria che si può disinnescare solo con tassi bassi e crescita moderata. Qualsiasi scossa finanziaria rischia di far tremare l’intera architettura.
A pesare, più ancora delle cifre macroeconomiche, è il dato demografico. Il Giappone è la nazione più vecchia del pianeta: il 29% della popolazione ha più di 65 anni, e il tasso di fertilità è inchiodato a 1,2 figli per donna.
Significa meno lavoratori, meno consumi, più spese sociali. Le previsioni parlano di un Paese che, entro il 2065, potrebbe perdere quasi un terzo della popolazione attuale. È un declino lento, ma inesorabile, che si riflette già oggi in una crescita anemica e in un mercato del lavoro che ha bisogno disperato di manodopera straniera. E qui si apre un altro fronte: l’immigrazione.
Negli ultimi anni il Giappone ha iniziato, timidamente, ad accogliere più lavoratori stranieri, specie dall’Asia sudorientale. Ma la società resta diffidente e il discorso politico si è fatto più duro. Il nazionalismo giapponese si alimenta anche di questa contraddizione: il Paese ha bisogno di immigrati per mantenere il suo sistema produttivo, ma la politica spesso cavalca la paura dello “straniero” come minaccia identitaria.
A completare il quadro ci sono le frizioni con gli Stati Uniti, partner storico ma sempre più instabile. Le tariffe del 15% imposte da Trump sulle esportazioni giapponesi hanno colpito duramente i settori strategici, dall’automotive all’elettronica. Per un Paese che basa buona parte della sua economia sull’export, è un colpo che mina la fiducia stessa nel modello di sviluppo.
Ecco allora che la caduta di Ishiba assume un significato più profondo: non è solo la fine di un premier impopolare, ma l’ennesimo segnale di un sistema incapace di adattarsi. La politica giapponese, prigioniera di un Partito Liberal Democratico in crisi d’identità, non riesce a proporre una visione credibile per uscire dalla trappola della stagnazione.
Si discute di nomi – il figlio di Koizumi, la delfina di Abe, l’ex ministro dell’Economia – ma nessuno sembra avere la forza di affrontare i veri nodi: rilanciare la produttività, ridurre il debito, gestire l’invecchiamento e aprire davvero le porte a un’immigrazione regolata e sostenibile.
Il Giappone è stato per decenni sinonimo di stabilità. Oggi è diventato il laboratorio di un futuro che potrebbe riguardare anche altri Paesi avanzati: crescita lenta, società anziana, debito altissimo e una politica incapace di immaginare soluzioni nuove. È questo il vero terremoto, più delle dimissioni di un premier.



