C’è una scena, nel caso Ranucci, che vale come esperimento di laboratorio: l’eroe di ieri scaricato in poche ore. E lì dentro non c’è soltanto la volubilità del pubblico. C’è qualcosa di più antico e più interessante: il modo in cui il lettore-telespettatore si è formato l’opinione. Non l’ha ragionata. L’ha ereditata. Prima gli avevano detto che Ranucci era il Santo, e lui applaudiva il Santo. Poi gli hanno detto che il Santo cenava col faccendiere, e lui ha bruciato il Santo. In nessuno dei due momenti ha guardato la cosa in sé. Ha guardato chi gliela porgeva.
Questo ha un nome vecchio di duemilacinquecento anni: ipse dixit. «L’ha detto lui». I discepoli di Pitagora chiudevano ogni discussione così — l’ha detto il Maestro, quindi è vero — e da allora non abbiamo inventato niente di meglio per non pensare. Cambiano i maestri: oggi è un conduttore, un intellettuale, una testata, un tale con la spunta blu. La struttura è identica. Mi fido della fonte, quindi mi risparmio il contenuto.
Francis Bacon, che di trappole della mente se ne intendeva, lo chiamava idolo della caverna. Rubò l’immagine a Platone e la rovinò apposta: in Platone la caverna è una sola, ci stiamo dentro tutti a guardare le ombre. In Bacon ognuno si porta dietro la sua, personale, tascabile — fatta della propria educazione, delle proprie letture e, soprattutto, dell’autorità di quelli che stima e ammira. Tradotto: ciascuno di noi vede il mondo alla luce sporca dei propri santi. E quando il santo cade, non è che finalmente vediamo. Cambiamo solo santo.
L’ho scritto anche a proposito di Erri De Luca: idolo letterario di mezza sinistra, diventato analfabeta con libri al rogo in ventiquattr’ore, colpevole di aver detto la sua su Israele e Hamas. Stessa caverna, altra parete. Prima venerato senza essere letto, poi ripudiato senza essere letto. In mezzo, il pensiero, non è mai passato.
E allora qual è l’unico modo che ha il lettore per uscirne? Uno solo, e non è comodo: giudicare la cosa singola. Questa frase, questo servizio, questa notizia, adesso, per quello che vale in sé — non per la faccia di chi la dice. Caso per caso. Ogni volta da capo, come se non sapessi ancora se fidarti. È faticoso, certo. È l’unico lavoro onesto che la testa può fare.
Faccio un esempio concreto, e resto sul caso. Il 28 aprile Ranucci va ospite a È sempre Cartabianca — su Rete 4, cioè a casa Mediaset, il “nemico” — e lancia questa: «Una fonte ci ha detto di aver visto il ministro Nordio nel ranch di Cipriani in Uruguay». Poi la copre con la formula magica: «è una notizia che stiamo verificando».
Tradotto: metto in mezzo il Guardasigilli e un imprenditore, in un programma con discreto seguito, su una cosa che io stesso dico di non aver ancora verificato, e me la cavo con tre parole. Nordio telefona in diretta, smentisce, e la cosa finisce in una lettera di richiamo della Rai e in una causa civile.
Ecco: “è una notizia che stiamo verificando”, e intanto però te la butto lì, non è grande giornalismo, non è inchiesta. È deprecabile, punto. Non soltanto per chi ne è oggetto, ma per come è fatto. E il seguito è persino più istruttivo del lancio: quando la Rai gli nega la copertura legale, la vera indignazione non è per aver spacciato, senza motivo, una voce non verificata, che può causare danno a qualcuno, ma per il conto dell’avvocato. Il metodo si vede tutto lì, nell’ordine delle preoccupazioni.
Ma lo spettatore, accecato dall’idolo, questa domanda non se la fa. Non si chiede «ma siamo sicuri che spacciare una voce non verificata sia giornalismo?». E siccome non se la fa lì, non se la fa nemmeno dopo, sulle cose serie, quelle documentate, quelle che la fiducia se la meriterebbero davvero. Si beve tutto in un sorso, il buono e il farlocco, perché a decidere non è il merito ma il santino. L’idolo non ti fa credere alle bugie: ti fa smettere di distinguerle dalle verità. Che è peggio.
Attenzione, però: il punto non è «quindi Ranucci non vale niente». Sarebbe di nuovo l’ipse dixit, solo rovesciato. Il punto è che quel «stiamo verificando» buttato in diretta è un dato sul metodo, e il metodo si giudica. Chi ha visto quella leggerezza dovrebbe pesarla, e poi pesare tutto il resto con la stessa bilancia. Non buttare l’uomo: tarare lo strumento.
E d’altronde, se ti serve la prova che l’idolo non ha colore, guarda un’altra sponda. La stessa vicenda ha prodotto un santo speculare — Marco Travaglio e il suo Fatto, con la parrocchia altrettanto devota — perché anche loro appartengono, di diritto, alla categoria degli idola specus: un’altra caverna, un altro poster alla parete.

Giuseppe Cipriani, l’uomo del ranch, ha chiesto al Fatto e a Report un risarcimento «in nessun caso inferiore» a 250 milioni di dollari, causa depositata a New York. Duecentocinquanta milioni: una cifra che fa paura soltanto a pronunciarla, che nelle intenzioni del denunciante serve a far «chiudere il giornale». È la querela come spettacolo, tarata sulla platea e non sul giudice: fa titolo, fa paura, e sposta la scena dal merito — la grazia, l’adozione, la testimone che i magistrati non hanno voluto sentire — alla taglia.
E qui l’idolo scatta puntuale, da entrambe le parti. Il lettore del Fatto non pesa l’inchiesta riga per riga smentita da una Procura: gli basta la firma di Travaglio e la beve intera. Intendiamoci: il lettore è libero di pensare, come dovrebbe fare con i giornali e i giornalisti, che le procure non abbiano sempre ragione e la storia della grazia a Minetti sia comunque un insulto a chi vive accatastato in sei in una cella di tre metri quadri, con 40 gradi, senza acqua e la cucina sopra il cesso alla turca.
E’ un esempio accademico, perchè direttore e lettore del Fatto invece amano la galera come soluzione di tutti i mali e questo problema non se lo pongono. Resta il fatto, sostantivo e non quotidiano, che il lettore è libero di pensare ciò che vuole, un giornalista è soggetto a delle regole precise. Che valgono per gli altri naturalmente, non per gli idola specus.
Il lettore che il Fatto lo detesta fa lo stesso al contrario: ha parlato Travaglio, quindi è falso. Nessuno dei due legge; tutti e due riconoscono il santo e archiviano. La stessa identica caverna dei tifosi di Ranucci, con l’arredamento cambiato. E il risultato è di nuovo la nebbia — più zeri, stesso effetto.
E qui devo puntare il dito dove fa più male, cioè in casa. Perché il lettore di Diogene non è affatto vaccinato. C’è quello che dopo un articolo che non gli va giù scrive «non vi leggerò mai più» — e lo scrive sul serio, convinto, offeso — fondando il verdetto su quell’unico pezzo e non sui quasi cinquemila che stanno lì, archiviati, a sua disposizione.
È lo stesso identico gesto del tifoso di Ranucci, solo in miniatura e col nostro logo sopra. Un articolo storto e crolla tutto: la firma, la testata, cinque anni di lavoro. Ipse dixit al contrario. È la caverna, di nuovo. Solo che stavolta la parete su cui si proiettano le ombre siamo noi.
Non c’è una scorciatoia, mi dispiace. Non esiste il maestro giusto da seguire al posto di quello sbagliato, la testata di cui fidarsi a occhi chiusi, l’intellettuale da adottare così ci pensa lui. Chi cerca quello sta solo cercando una caverna con l’arredamento migliore. L’unica uscita è la più scomoda: la fatica di giudicare una cosa alla volta, ogni volta, senza sconti e senza santi. Compresi noi. Soprattutto quando l’articolo vi piace.
E tu che leggi — sì, proprio tu, che sei arrivato fin qui e forse stai già decidendo se questo pezzo ti è piaciuto a seconda di cosa pensi di chi lo firma — a te resta una cosa sola da portare via, ed è un gesto, non un’idea. La prossima volta che un tuo santo apre bocca, fermati e chiediti: se questa identica frase l’avesse detta uno di cui non mi fido, la berrei lo stesso?
E la prossima volta che parla uno che non sopporti: se l’avesse detta il mio idolo, la scarterei con la stessa fretta? Quando le due risposte non coincidono, non stai giudicando la notizia, ma chi la dice. È scomodo, ti costa ogni volta, e non finisce mai — ma è l’unica cosa che ti separa da chi applaude e fischia a comando, convinto per giunta di stare pensando con la propria testa.
Un’eccezione, in fondo, esiste: c’è una sola fede irrazionale su cui si può sorvolare, ed è quella sportiva. Che sia Sinner o l’AS Roma è un’irrazionalità innocua e, soprattutto, è dichiarata. Chi tifa sa di tifare, lo grida, non lo scambia per verità. Tutto il resto no: il conduttore, l’intellettuale, la testata, il politico, ti chiedono fede spacciandola per ragionamento.
È qui l’unica distinzione che regge: un conto è sapere di essere dentro una caverna, un altro è viverci convinti di stare all’aria aperta, la differenza tra chi legge e chi crede.



