Bisogna dirlo con una certa brutalità pedagogica: il lettore ha rotto i coglioni. Non il lettore che legge, discute, contesta, insulta pure se gli va. Quello va benissimo. È il prezzo minimo della democrazia, e a volte perfino il suo residuo più vitale. Ha rotto i coglioni il lettore che pretende di stabilire prima chi può essere intervistato, poi quali domande possono essere fatte, poi quale tono sia moralmente autorizzato, poi quale dolore abbia diritto di trasformarsi in veto pubblico. Ha rotto i coglioni il lettore che non vuole più leggere: vuole sorvegliare.
La polemica sull’intervista di Francesca Fagnani a Roberto Savi, uno dei capi della banda della Uno Bianca, dentro Belve Crime, è esattamente questo: un altro piccolo processo popolare alla libertà di stampa travestito da decenza. Savi è stato intervistato dal carcere di Bollate; dopo la trasmissione la Procura di Bologna ha deciso di sentirlo e di acquisire l’intervista, anche per le affermazioni su presunte coperture e sull’omicidio dell’ex carabiniere Pietro Capolungo nell’armeria di via Volturno.
I familiari delle vittime hanno tutto il diritto di essere indignati. Tutto. Hanno diritto al dolore, alla rabbia, alla sfiducia, al sospetto. Hanno diritto di dire che Savi dovrebbe parlare ai magistrati e non in televisione. Hanno diritto di vedere in quell’intervista una ferita ulteriore, una violenza simbolica, un’esposizione insopportabile. Sarebbe osceno liquidare questa reazione come moralismo qualunque. Non lo è. È dolore storico, privato e pubblico insieme. Ma il dolore non è un ufficio stampa della democrazia.
Il dolore va ascoltato, rispettato, protetto dalla volgarità del mercato televisivo. Non deve però diventare una procura morale con potere di autorizzazione preventiva. I familiari delle vittime sono una parte decisiva della tragedia della Uno Bianca, forse la parte più ferita, certo la più innocente. Ma non sono l’unica parte della storia. La Uno Bianca non è solo un lutto familiare. È una tragedia nazionale. È polizia criminale, sangue nelle strade, apparati, misteri, falle investigative, ipotesi di coperture, pezzi di Stato rovesciati contro i cittadini. È storia italiana, quindi riguarda anche chi non ha perso un padre, un figlio, un fratello. Riguarda tutti. E tutti hanno diritto di sapere.
Non stiamo parlando del solito “diritto di cronaca”, formula ormai così consumata che viene usata anche per giustificare il giornalismo da buco della serratura, le foto rubate, la pornografia del dolore, le paginate sulla camera da letto di chiunque abbia avuto la sfortuna di finire in un titolo. No. Qui siamo prima. Siamo più in basso e più in alto. Siamo al principio elementare per cui un giornalista decide cosa chiedere, a chi chiederlo e perché. Non perché sia moralmente superiore. Non perché sia puro. Non perché il giornalismo non sbagli, non manipoli, non spettacolarizzi. Ma perché, senza questa autonomia, il giornalismo diventa amministrazione del consenso del pubblico.
E il pubblico, quando pretende di comandare il giornalismo, non è più pubblico. È branco. La confusione più grave, in questa vicenda, è l’identificazione del giornalista con l’intervistato. Intervisti Savi? Allora dai voce a Savi. Dai voce a Savi? Allora sei complice della sua autorappresentazione. Lo mandi in Rai? Allora lo riabiliti. Gli fai una domanda? Allora lo assolvi. È una catena logica da dopolavoro autoritario, da educazione civica imparata su un citofono.
Un’intervista non è una comunione spirituale. Il giornalista che intervista un assassino non diventa assassino. Il giornalista che intervista un terrorista non diventa terrorista. Il giornalista che intervista un dittatore non diventa dittatore. Il giornalista che intervista un fascista non diventa fascista, anche se naturalmente il fascista intervistato farà il fascista, cioè proverà a usare ogni spazio per dire che non è fascista. È qui che si misura il giornalismo: nella capacità di far parlare qualcuno senza farsi usare da lui, o almeno nel tentativo di strappare qualcosa alla sua menzogna.
Poi si può discutere se l’intervista sia riuscita, se le domande fossero giuste, se il montaggio fosse efficace, se la postura televisiva fosse troppo compiaciuta, se il format di Belve sia il luogo migliore per una vicenda del genere. Tutto legittimo. Anzi, necessario. Ma questa è critica. Il resto è censura in cerca di una lacrima che la renda presentabile.
Perché Savi non è stato invitato a un festival della simpatia. Non gli è stato dato un premio alla carriera. Non è diventato editorialista morale della nazione. È stato intervistato. E per quanto possa far schifo ascoltarlo, le parole di un condannato all’ergastolo per una delle pagine più oscure della Repubblica sono materia giornalistica. Tanto più se quelle parole finiscono poi sul tavolo di una Procura. Le dichiarazioni di Savi vanno verificate, smontate, incrociate, contestualizzate. Non venerate. Ma nemmeno interdette come se la realtà avesse bisogno del nostro disgusto per essere ammessa all’esistenza.
Del resto molte delle cose dette da Savi non cadono dal cielo come una rivelazione messianica. Da anni, attorno alla Uno Bianca, si discutono zone d’ombra, complicità, omissioni, piste rimaste aperte, eventuali coperture. Il punto non è credere a Savi. Sarebbe persino grottesco. Il punto è che se uno dei protagonisti di quella stagione parla, il giornalismo ha il dovere di ascoltare, registrare, dubitare e portare quelle parole nello spazio pubblico. Poi tocca alla magistratura, agli storici, ai cronisti, agli avvocati, ai familiari, ai cittadini fare il resto.
Ma no, oggi non basta più. Oggi bisogna prima chiedere il permesso alla consorteria degli indignati di professione, fascisti sottopelle, moralisti della parola, censori della libertà di stampa con la faccia contrita di chi “non vuole censurare, però”. Il “però” è sempre la porta di servizio dell’autoritarismo. Non voglio censurare, però non in Rai. Non voglio censurare, però non a quell’ora. Non voglio censurare, però non con quel tono. Non voglio censurare, però prima bisogna chiedere ai familiari. Non voglio censurare, però certe persone non devono parlare. E invece parlano.
Parlano i colpevoli, parlano gli assassini, parlano i nemici, parlano i mostri, parlano i bugiardi, parlano i potenti, parlano i miserabili, parlano quelli che ci ripugnano. La libertà di stampa non nasce per farci ascoltare persone gradevoli. Per quello bastano le brochure degli alberghi. La libertà di stampa serve esattamente quando qualcuno dice: questo no, questo non si può, questo ferisce, questo turba, questo sporca.
L’articolo 21 della Costituzione dice che tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione, e che la stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure. L’articolo 10 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo tutela la libertà di ricevere e comunicare informazioni e idee senza ingerenza dell’autorità pubblica. Sono formule solenni, certo. Ma hanno un significato molto pratico: nessuno deve poter trasformare il proprio fastidio, il proprio trauma, la propria appartenenza o la propria identità in un lasciapassare obbligatorio per la pubblicazione delle notizie. Nemmeno il pubblico.

Qui sta il punto meno capito. La libertà del giornalista non è solo libertà dal governo, dai padroni, dai tribunali, dagli inserzionisti, dai partiti. È anche libertà dal pubblico. Dal pubblico che clicca, che minaccia, che boicotta, che pretende, che scrive “vergogna” sotto ogni cosa che non coincide con il proprio schema emotivo della giornata. Il giornalismo che obbedisce sempre ai lettori è marketing. Il giornalismo che teme sempre i lettori è intrattenimento penitenziale. Il giornalismo che si lascia dettare l’agenda dai lettori è già morto, solo che continua a pubblicare newsletter.
Negli Stati Uniti, che pure non sono esattamente il paradiso terrestre della verità, la libertà di stampa ha prodotto alcuni miti giuridici e giornalistici che dovremmo rileggere prima di metterci a fare i prefetti della sensibilità altrui. Nel caso New York Times v. Sullivan, la Corte Suprema stabilì che il dibattito sulle questioni pubbliche deve essere “uninhibited, robust, and wide-open”, cioè libero, robusto, aperto, anche aspro e sgradevole. Nel caso dei Pentagon Papers, il giudice Hugo Black scrisse che la stampa deve servire i governati, non i governanti, e che solo una stampa libera e senza vincoli può smascherare l’inganno del governo.
Non erano frasi da salotto liberal. Erano strumenti di guerra democratica. Durante la guerra del Vietnam, reporter come David Halberstam e Peter Arnett non si limitarono a ripetere le veline dell’amministrazione americana. Raccontarono il conflitto contro la versione ufficiale, cercarono fonti scomode, misero in crisi la propaganda del proprio Paese. Halberstam vinse il Pulitzer nel 1964 per il suo lavoro dal Vietnam; Arnett lo vinse nel 1966 per la copertura della guerra per l’Associated Press. Non erano pacificatori del lettore. Erano disturbatori professionali della versione comoda.
E sì, in guerra si intervista anche il nemico. Si ascolta anche il Vietcong. Si legge anche la propaganda avversaria. Non perché il Vietcong avesse ragione su tutto, non perché il nemico diventi automaticamente puro appena lo intervisti, ma perché l’opinione del nemico è una notizia. Una democrazia adulta lo sa. Una democrazia infantile invece pretende il giornalista embedded, incorporato, arruolato, profumato di patria e pronto a confermare ogni mattina che i nostri sono buoni, gli altri sono mostri e chi prova a capire è già un traditore.
È la stessa malattia che vediamo ovunque. Alla Biennale di Venezia la riapertura del padiglione russo ha scatenato proteste, pressioni politiche, minacce di ritiro di fondi europei, dimissioni della giuria e azioni di Pussy Riot e Femen contro la presenza russa. Il presidente Pietrangelo Buttafuoco ha difeso la decisione sostenendo che la Biennale non è un tribunale ma un luogo di dialogo. Anche qui il punto non è assolvere Putin, né fingere che la cultura sia un giardino innocente mentre l’Ucraina viene bombardata. Il punto è un altro: quando un Paese viene identificato integralmente con il suo governo, quando una cultura viene trattata come estensione automatica del suo leader, quando perfino gli artisti dissidenti devono passare per la dogana morale dell’appartenenza nazionale, allora non stiamo più combattendo la propaganda. Stiamo producendo propaganda contraria.
Lo stesso meccanismo funziona con Israele e con i palestinesi. Critichi Netanyahu? Allora odi Israele. Difendi il diritto dei palestinesi a esistere? Allora sei complice di Hamas. Denunci Hamas? Allora giustifichi i bombardamenti. Ogni parola viene trascinata in un tribunale identitario dove non conta ciò che dici, ma con chi ti si può confondere. È la morte del pensiero, ma con ottima copertura social.
Il giornalista, in questo clima, deve essere rieducato? No. Deve essere diseducato. Deve disimparare la paura del lettore, la paura dell’indignazione, la paura della frase estrapolata, la paura di sembrare ambiguo. L’ambiguità, a volte, è solo il nome che gli stupidi danno alla complessità. E il lettore, invece, va davvero rieducato. In senso quasi maoista, se vogliamo divertirci con l’iperbole: mandato per qualche settimana nei campi della realtà, lontano dalle sue certezze morali, costretto a leggere un’intervista senza identificare automaticamente intervistatore e intervistato, domanda e risposta, pubblicazione e complicità.
Rieducare il lettore significa ricordargli una cosa semplice: non tutto quello che ti ferisce deve essere vietato. Non tutto quello che ti disgusta deve sparire. Non tutto quello che non avresti pubblicato tu è un crimine contro la memoria. Non tutto quello che riguarda una vittima appartiene solo alla vittima. Non tutto quello che dice un colpevole è falso solo perché lo dice un colpevole. Non tutto quello che dice un colpevole è vero solo perché finalmente parla. Il giornalismo vive esattamente in questo spazio sporco, difficile, urticante: tra il silenzio comodo e la credulità idiota.
Il servizio pubblico, poi, non rende l’intervista meno legittima. La rende più discutibile, certo, perché la Rai non è una televisione qualunque e ogni scelta editoriale pagata anche dai cittadini deve rispondere a criteri di interesse generale. Ma appunto: quale vicenda avrebbe più interesse generale della Uno Bianca? Se il servizio pubblico non può occuparsi di una banda composta anche da poliziotti, di una scia di morti, di possibili coperture, di una storia che continua a interrogare lo Stato, allora di cosa deve occuparsi? Del cantante mascherato da termosifone? Del talk show in cui cinque opinionisti spiegano la povertà con l’aria condizionata accesa?
Naturalmente il rischio della spettacolarizzazione esiste. Esiste sempre. La televisione è una macchina di vanità, anche quando finge di essere un confessionale. Un criminale può usare un’intervista per riscriversi, per vendicarsi, per manipolare, per buttare fumo su piste giudiziarie, per godersi l’ultimo quarto d’ora di centralità. Ma la risposta a questo rischio non è il divieto. È il giornalismo migliore. Più domande, non meno domande. Più verifica, non meno parola. Più montaggio critico, non silenzio. Più contraddittorio, non interdizione.
La censura è sempre pigra. Si presenta come etica, ma in realtà evita il lavoro. E allora sì, la necessità di rieducare i lettori esiste. Rieducarli alla distinzione. Rieducarli alla fatica. Rieducarli al fatto che la libertà di stampa non coincide con la loro approvazione. Rieducarli al diritto di spegnere, che è sacrosanto, senza trasformare il telecomando in manganello. Rieducarli all’idea che una democrazia non si misura da quante parole gradevoli lascia circolare, ma da quante parole sgradevoli riesce a sopportare senza chiamare subito il questore dell’anima.
La libertà di stampa non è la libertà di essere d’accordo. È la libertà di non leggere. È la libertà di chiudere il giornale, cambiare canale, criticare, scrivere un articolo contrario, organizzare una protesta, pretendere rigore, chiedere conto delle scelte editoriali. Ma non è la libertà di impedire agli altri di sapere. Non è il diritto di sostituire la propria ferita alla discussione pubblica. Non è il potere di decidere che una voce, per quanto orrenda, per quanto colpevole, per quanto moralmente inabitabile, debba sparire dal campo dell’informazione. Perché una società che ascolta solo gli innocenti non diventa più giusta. Diventa solo più ignorante.



