In (quasi) tutte le democrazie mature accusatore e giudice viaggiano su binari diversi. Negli USA il pubblico ministero è addirittura dentro l’esecutivo, mentre il giudice federale resta terzo; in Germania le carriere sono distinte da metà Ottocento; in Francia, Portogallo, Spagna, Olanda e Belgio la “coppia” parquet‑siège è la normalità. Persino la Commissione di Venezia (organo consultivo del Consiglio d’Europa) raccomanda di configurare ruoli separati purché entrambi indipendenti. Insomma: l’Italia, più che inventare qualcosa di “destro”, si sta solo allineando al manuale di diritto comparato.
Perché qui in Italia sembra “roba” di destra
Colpa (o merito, a seconda dei gusti) di Silvio Berlusconi, che dal 1994 trasformò la separazione delle carriere nel suo vessillo anti‑Pm. Da allora il marchio è rimasto. Oggi il governo Meloni la rilancia e l’opposizione la contesta gridando al “colpo di Stato togato”; titoli e dedica a Berlusconi inclusi. Se la riforma arrivasse da un esecutivo social‑democratico si urlerebbe al complotto socialista? Dubito. È una questione di paternità politica contingente, non di colore ideologico del provvedimento.
I veri contrari: i forcaioli
Curiosa alleanza: i più feroci giustizialisti – quelli che dietro “cinque sbarre” metterebbero pure la nonna – guidano la rivolta. Marco Travaglio tuona in TV contro “questa schifezza”, lamentando il funerale della verità giudiziaria; il Movimento 5 Stelle occupa i banchi del Senato brandendo Falcone e Borsellino; l’ex procuratore Scarpinato la definisce “regolamento di conti della casta”. Se chi vive di manette teme la riforma, forse la riforma non puzza di autoritarismo, ma di garantismo.
Separazione = più garanzie, non meno
I forcaioli preferiscono l’attuale mix‑and‑match che consente al Pm di indossare talvolta la toga del giudice e viceversa: è comodo quando la retorica “manette facile” deve passare per imparzialità. Separare i ruoli, invece, ricrea parità fra accusa e difesa, rende il giudice arbitro e il Pm parte, riduce la tentazione di «far carriera a colpi di avvisi di garanzia» (copyright avvocati del CNF). In altre parole: la riforma, pur sponsorizzata dalla destra, spinge l’Italia in direzione più liberal‑garantista, l’esatto contrario della caricatura autoritaria dipinta da chi sogna la Procura come ghigliottina quotidiana.
Se in quasi tutto l’Occidente separazione vuol dire normalità, e se a strillare contro sono i professionisti del “buttiamoli dentro e buttiamo via la chiave”, un sospetto viene: forse la riforma non serve a salvare i potenti, ma a difendere i cittadini da Pm‑supereroi e processi‑reality. Chiamatela pure legge di destra se vi fa comodo; resta un upgrade di civiltà giuridica.


