Qualcuno minaccia di morte una giornalista che si interessa del caso Garlasco. Qualcun altro formula esplicitamente l’auspicio che l’attuale indagato uccida una youtuber che segue a sua volta la vicenda. Punti d’arrivo di dinamiche conflittuali che non nascono oggi. Dall’inizio del nuovo corso dell’indagine sull’omicidio di Chiara Poggi assistiamo quotidianamente a trasmissioni ed esternazioni la cui cifra espressiva è non di rado costituita dall’insulto e dalla diffamazione, ormai divenuti prassi e di cui in pochi attualmente sembrano cogliere il disvalore sociale e la censurabilità in sede penale.
Il pubblico vive il tutto come uno scontro tra tifoserie e, nell’impossibilità di consultare effettivamente gli atti dell’indagine e di formulare valutazioni appropriate con la necessaria cognizione di causa (solo la menzionata youtuber condivide, quando possibile, atti ufficiali), ripiega sul piacere di assistere all’interazione tra i propri beniamini (avvocati, consulenti e commentatori di una parte in causa) e i loro avversari (avvocati, consulenti e commentatori dell’altra parte), compiacendosi di quanto detto dai primi e accogliendo con fischi e ingiurie quanto detto dai secondi. In un crescendo di commenti in cui spesso si percepisce nettamente il ribollire una rabbia destinata ad approdare all’odio più viscerale, con tutte le conseguenze del caso.
Dicevamo che tutto ciò non nasce oggi. Ci sembra il punto di arrivo di una risalente stratificazione di umori e dinamiche psico-sociali. L’espressione viscerale di un popolo che mostra, in modo sempre più evidente, i segni di una grave involuzione antropologica e culturale, quasi un recupero dei tratti peculiari di quella che certi studiosi definivano “orda primordiale”.
Un popolo incapace di concepire il confronto tra opinioni diverse come un fisiologico, rispettoso contraddittorio finalizzato al raggiungimento di una auspicata conoscenza, visto al contrario come una vera e propria guerra senza quartiere, il cui culmine consiste nell’annientamento definitivo del contraddittore. Percepito, quest’ultimo, non come un legittimo interlocutore ma come un nemico da abbattere senza pietà. Un popolo immerso in un humus culturale nel quale sembrano essere venute meno le più elementari istanze umaniste, che dovrebbero invece costituire appannaggio della nostra risalente tradizione.
Garlasco non è solo un complesso e tormentato caso giudiziario, non è solo la punta dell’iceberg di un crocevia di interessi che si cerca in tutti i modi di non disvelare. È la cartina di tornasole che rivela inesorabilmente la sostanziale inciviltà diffusa in questo infelice Paese, la sua banale, ordinaria, quotidiana mostruosità. In una situazione del genere, molti non sentono nemmeno il bisogno di cercare la verità.
Perché credono di possedere la propria, senza doversi prendere il disturbo di giungervi attraverso il cimento dell’approfondimento e del confronto dialettico. Ci auguriamo che in questo ribollente calderone di violenza e inciviltà finiscano per riemergere e prevalere le ragioni del raziocinio e del diritto, della scienza e anche del giornalismo più libero e responsabile. Baluardi contro l’avanzare della rediviva orda primordiale e di chi la alimenta ad arte.



