C’è una donna che ha vissuto un secolo nello stesso quartiere. Non per dire: cento anni, tanti quanti ne ha lei. E poi c’è l’ordine di sfratto per morosità che, la mattina del 9 luglio, un ufficiale giudiziario avrebbe dovuto eseguire al civico 51 di via Badoero, alla Garbatella. Non è andata così, perché davanti a quel portone si è presentato mezzo quartiere. Ma è un rinvio, non una soluzione: a fine ottobre l’ufficiale giudiziario torna.
La signora Pina, come detto, ha cento anni e abita in quell’appartamento da decenni. Da circa due anni non riesce più a pagare il canone: la famiglia, che fin lì l’aveva aiutata, non ce l’ha più fatta, e il debito è salito a diverse migliaia di euro. La morosità c’è, certo, ma c’è una questione umanitaria, prima di tutto, e poi politica, molto politica.
Perché nello stesso complesso di via Badoero, 170 appartamenti in tutto, le case abitate sono 58. Le altre, oltre cento, centododici per l’esattezza, sono vuote. Alcune da anni. È la fotografia che rende la vicenda insostenibile prima ancora che ingiusta: si mette in strada una centenaria mentre a pochi metri, nello stesso edificio, un centinaio di alloggi resta chiuso ad aspettare tempi migliori per la rendita.
La catena va spiegata per intero. Il patrimonio è quello della Cassa Forense, la cassa di previdenza degli avvocati, che lo ha conferito al Fondo Cicerone; il fondo è gestito dal 2014 da Fabrica Immobiliare SGR, società riconducibile al gruppo che fa capo a Francesco Gaetano Caltagirone. Soggetti diversi, con responsabilità diverse, che messi in fila raccontano una cosa sola: un patrimonio nato con una funzione sociale, offrire case a canone accessibile, gestito oggi con la logica di un asset da valorizzare per trarne profitto.
Interpellata mentre la protesta montava, Fabrica Immobiliare ha risposto per la prima volta: la morosità è rilevante e protratta nel tempo, maturata, dice la società, nonostante ripetuti tentativi di soluzione bonaria; gli appartamenti sfitti sarebbero in ristrutturazione e torneranno in locazione. Sarà. Intanto sono vuoti, e Pina è quella che rischia il trasloco.
È la normalità di questa città. A Roma si eseguono sfratti a ritmo quotidiano, le stime dei sindacati degli inquilini parlano chiaro, e non sono tutte anziane: sono spesso famiglie povere, con minori. Via Badoero non è nemmeno l’unico indirizzo di questa storia: gli stessi meccanismi, gli stessi soggetti, tornano a via Rava alla Magliana, a viale Marconi, a via Toscani.
E nello stesso stabile di Pina ci sono altre 57 famiglie con i contratti scaduti o in scadenza e nessun rinnovo in vista: dovranno andarsene, in un quartiere dove gli affitti di oggi non hanno più niente a che vedere con quelli di trent’anni fa. Per Pina, l’unica alternativa alla sua casa sarebbe una RSA.
Il 9 luglio davanti al portone c’era il comitato spontaneo degli inquilini di via Badoero, l’Agenzia Diritti “Nuova Cittadinanza” dell’VIII municipio — la cui coordinatrice, Giulia D’Aguanno, ha annunciato alla folla che lo sfratto era rinviato, Unione Inquilini, il centro sociale La Strada, i militanti di Casetta Rossa e una raccolta firme online che ha sfiorato le ottomila adesioni.

C’era anche la politica: il Pd e il centrosinistra dell’VIII, che avevano già fatto approvare una mozione contro le dismissioni di Cassa Forense. Il minisindaco Amedeo Ciaccheri ha messo agli atti la cosa più semplice e più pesante: la proprietà non si siede nemmeno al tavolo. Cassa Forense si è rifiutata.
E qui arriva la consueta domanda scomoda, sul silenzio del Campidoglio. Il sindaco Gualtieri, l’assessore all’urbanistica Veloccia, l’assessore al patrimonio e alle politiche abitative Zevi producono ogni giorno decine di interventi sui social, per ogni inaugurazione. Su una donna di cento anni sfrattata da un fondo immobiliare, alla data del 10 luglio, non risultava una riga.
Il silenzio pesa doppio, perché sono gli stessi fondi con cui l’amministrazione tratta i suoi piani di “rigenerazione urbana”. Difficile alzare la voce con chi ti serve seduto dall’altra parte del tavolo.
Eppure una strada, almeno per affermare un principio, esisterebbe. Il sindaco è, per legge, autorità sanitaria locale: la riforma sanitaria del 1978 e il Testo unico degli enti locali gli riconoscono il potere di emanare ordinanze contingibili e urgenti a tutela della salute pubblica. Che uno sfratto possa nuocere alla salute di una centenaria è difficile da negare.
Su questo terreno è possibile un gesto radicale: la requisizione temporanea dell’alloggio, in nome di quel diritto alla salute che la Costituzione mette sullo stesso piano della proprietà privata — una proprietà che, sempre secondo la Costituzione, dovrebbe avere anche una funzione sociale.
È una strada stretta e, va detto con onestà, giuridicamente esposta. La contingibilità presuppone un fatto imprevisto, e uno sfratto con data fissata da un giudice è il contrario dell’imprevisto. C’è di più: l’ordinanza del sindaco è un atto amministrativo, e non può cancellare un titolo esecutivo giurisdizionale senza scontrarsi con la separazione dei poteri.
Con ogni probabilità finirebbe davanti al TAR. Per questo si tratta di una decisione politica, un modo per segnare una linea, per affermare e scolpire sul marmo che davanti a una persona di cento anni gli affari vengono dopo. Il punto è che, per ora, non si vede nemmeno la volontà di provarci.
Resta una donna di cento anni che ha costruito un secolo di relazioni tra quelle strade, i vicini che la conoscono, i negozi sotto casa, la geografia minima di una vita e che dovrebbe lasciare per una stanza in RSA. Il muro umano del 9 luglio ha funzionato per una mattina. E siamo orgogliosi dei nostri concittadini per questo gesto. Che però non risolve una vita.
La domanda che Pina consegna a Roma è elementare, e non ammette silenzi: una città può accettare di mettere in strada una centenaria mentre centododici case, sopra e accanto alla sua, restano vuote?



