Sopraffatto dalla stupidità e ignoranza di questi tempi, come chi sta leggendo queste righe, spaventato dalla mancanza di senso critico dominante, dal conformismo digitale e analogico, scorro ogni giorno centinaia di articoli e post per lavoro, chiedendomi il senso e la direzione che sta prendendo la comunicazione.
Inserzioni pubblicitarie e articoli di giornale sono sempre più sovrapponibili. Dovremmo cominciare forse dalle università, dove il Giornalismo viene insegnato accanto al Marketing Digitale, ovvero l’esatto opposto del giornalismo.
Scorri le home e i feed e trovi la nuova triade del “servizio pubblico”: come aprire un pacco di pasta, come lavarsi le mani, come pulire le scarpe. Non è nemmeno satira: è un genere. Il pezzo di shopping mascherato da “istruzioni per l’uso” sta già lì, impacchettato tra detergenti e buone intenzioni.
Il punto non è che siano contenuti inutili: il punto è che vincono perché sono contenuti di marketing travestiti da informazione. Se il giornalismo finisce nello stesso perimetro formativo del digital marketing, la metrica cambia: non “cosa è vero e rilevante”, ma “cosa intrattiene” e trattiene il lettore sulla pagina.
L’attenzione diventa l’unità di misura, il tutorial diventa il formato ideale: promette un micro-problema, dà una micro-soluzione, produce una micro-gratificazione. E soprattutto non apre conflitti, non richiede contesto, non chiede memoria.
Fin qui si potrebbe ridere, se non fosse che lo stesso abbassamento di complessità contagia il piano alto: anche la politica internazionale comunica ormai per impulsi, ripicche, umori.
Questa neopedagogia, forse neopatologia, chissà, non resta purtroppo confinata alle scarpe. Contagia anche la comunicazione politica: riduce questioni enormi a leve semplici (premio/punizione, like/dislike, offesa/rivalsa). Ormai è proprio la geopolitica a scivolare nel registro del risentimento personale.
Nelle ultime ore varie ricostruzioni hanno riportato messaggi di Donald Trump al premier norvegese Jonas Gahr Støre che legano frustrazioni sul Nobel per la pace a posture più dure su dossier strategici: non mi avete dato il Nobel per la Pace e allora io faccio la guerra.
È qui che il “rincretinimento” smette di far ridere: non perché la gente non sappia aprire un pacco di spaghetti, ma perché si abitua a un mondo spiegato come una sequenza di pulsanti.
Se la realtà deve stare in 15 secondi, allora anche ciò che dovrebbe richiedere argomenti – responsabilità, conseguenze, guerra e pace – finisce per sembrare una reazione. Consumabile. E, quindi, pericolosamente praticabile.
La comunicazione in realtà non si è impoverita: si è chiarita. Ha smesso di fingere di voler formare coscienze e ha iniziato a fare quello che fa il mercato quando è onesto: vendere sollievo. Sollievo dal dubbio, dal contesto, dalla responsabilità.
E infatti la vera notizia non è che ci spiegano come lavarci le mani. È che, mentre ci mostrano come pulire il corpo, ci stanno insegnando anche come lavarci la coscienza: una passata rapida, schiuma profumata, risciacquo tiepido. Poi tiri lo sciacquone e via. La realtà, i fatti, diventano abbastanza igienizzati da rendere inodore la montagna di merda da cui siamo circondati.



