Gli inquirenti sospettano che a ordinare l’ordigno contro il conduttore di Report Sigfrido Ranucci sia stato Valter Lavitola, faccendiere con una lunga scia giudiziaria. Il movente resterebbe ignoto, ma la pista più battuta porta a un’inchiesta di Report su un cantiere navale veneto che costruisce motovedette militari, su armi mai registrate e su un fiume di denaro che, secondo la ricostruzione del programma, passerebbe per società casertane vicine ai Casalesi. Nessun atto pubblico collega, allo stato, il faccendiere a quel mondo: è il ponte che l’indagine dovrebbe ancora costruire.
Il più stupito è proprio Ranucci: «Ci conosciamo dal 2019, è un amico. Ci sentivamo spessissimo, se non tutti i giorni quasi, ma è ovvio che come sentiva me parlava anche con tanti altri giornalisti, pure più autorevoli. È una cosa risaputa. Sono sicuro che non mi avrebbe mai fatto del male. Ribadisco però che ho massimo rispetto del lavoro dei magistrati e dei carabinieri che hanno dimostrato un grande rigore morale a condurre questa inchiesta, oltre a grandi capacità, quindi mi affido a loro».
Ricostruiamo i fatti. Dal 16 ottobre 2025, quando è esplosa la bomba dinanzi all’abitazione di Ranucci a Campo Ascolano, frazione di Pomezia, sono state arrestate quattro persone delle province di Napoli e Avellino, ritenute gli esecutori materiali. Avrebbero agito su commissione, come “favore” e in cambio di alcune migliaia di euro. Le accuse sono di detenzione, porto e uso di ordigno esplosivo, minaccia e danneggiamento, aggravati dal metodo mafioso. Secondo l’ipotesi della Direzione distrettuale antimafia di Roma il presunto mandante sarebbe Lavitola. Secondo gli stessi magistrati però il movente è ancora da chiarire.
Lavitola è un nome che attraversa trent’anni di cronaca politica e giudiziaria. Editore e direttore de L’Avanti! tra il 1996 e il 2011, un tempo vicino a Silvio Berlusconi, è ciò che i giornali chiamano un “faccendiere”: un intermediario di affari e di relazioni. La sua fedina è lunga. Ha patteggiato una pena di circa tre anni per i fondi pubblici all’editoria incassati da L’Avanti!, e la Corte dei conti a chiedergli la restituzione di 23 milioni di euro. Condannato in via definitiva per tentata estorsione allo stesso Berlusconi. Coinvolto in un’inchiesta per corruzione internazionale a Panama nella quale, secondo l’accusa di allora, un contratto con Finmeccanica sarebbe servito da copertura.
Il ruolo di Lavitola sarebbe stato quello di intermediario internazionale su grandi commesse, incluse quelle che sfiorano l’industria della difesa. È un profilo che vale la pena tenere a mente quando si guarda alla pista sul movente.
Sul perché di quell’ordigno gli inquirenti, a nove mesi di distanza, lavorerebbero ancora. Tuttavia le indiscrezioni più accreditate riguardano un’inchiesta di Report, firmata dall’inviato Daniele Autieri e mandata in onda tra il novembre 2025 e un successivo approfondimento nell’aprile 2026, con il titolo “Battaglia navale”. Al centro, secondo il servizio, c’è il Cantiere Navale Vittoria di Adria (Rovigo): un’azienda protetta dal golden power della presidenza del Consiglio perché considerata strategica, dato che produce motovedette militari per la Guardia di finanza e per le guardie costiere di Libia, Tunisia, Cipro, Malta e Oman, su forniture riconducibili al gruppo Leonardo.
Report ha raccontato che il 24 settembre 2025, durante un sopralluogo dell’inviato, alcuni dipendenti avrebbero rinvenuto nel cantiere due mitragliatrici da guerra non registrate, custodite in casse di legno — un ritrovamento su cui indagherebbe la procura di Rovigo, con un filone sul traffico d’armi. Il programma ha inoltre messo in dubbio la provenienza del denaro con cui il cantiere è stato comprato all’asta, nel settembre 2024, per 8,2 milioni di euro dal nuovo proprietario, Roberto Cavazzana.
Due dettagli danno la temperatura. Il giorno dopo l’attentato, riferisce la stampa, l’ex amministratore delegato del cantiere — quello che avrebbe aperto le porte alla troupe di Report — si sarebbe visto revocare l’incarico con una Pec. E in un’intercettazione citata dai giornalisti, poco dopo l’esplosione, il proprietario avrebbe commentato: “Hai visto che Report non ha più fatto un cazzo?”.

A questo punto la pista incrocia la criminalità organizzata. Secondo Report il denaro dell’operazione porterebbe a un circuito casertano. Un consorzio riconducibile al nuovo proprietario, Rete Het, che si sarebbe avvalso della Pev, piccola società di San Marcellino (Caserta), e una parte delle fatture — circa cinque milioni, per lavori che secondo l’Agenzia delle entrate non risulterebbero eseguiti — sarebbe stata coperta dalla Arkipiù, altra azienda del Casertano.
Il titolare della Pev, sempre secondo Report, sarebbe cugino di un uomo ritenuto vicino ad ambienti del clan dei Casalesi. Tra gli ex soci della Arkipiù figurerebbe inoltre una persona già condannata per concorso esterno in associazione mafiosa proprio con i Casalesi. Nessuna di queste figure, va precisato, risulta al momento indagata per l’attentato a Ranucci. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, dall’area di San Marcellino sarebbe partita l’auto usata dal commando la sera dell’esplosione.
L’azienda respinge tutto. In un comunicato il Cantiere Navale Vittoria ha definito la narrazione “suggestiva e priva di riscontri”, rivendicando l’impiego di risorse private per salvare un’impresa del territorio e la piena regolarità delle operazioni. Sulla vicenda lavorerebbero in parallelo tre procure: Roma, competente sull’attentato; Venezia-Rovigo, sul cantiere; Napoli Nord, sui presunti affari casertani.
Nessun atto reso pubblico al momento collega Valter Lavitola al Cantiere Navale Vittoria o agli interessi che ruoterebbero attorno a quelle forniture. Da un lato c’è un mandante ipotizzato; dall’altro un movente ipotizzato. Sono due tronconi che l’indagine dovrebbe ancora saldare, ammesso che si saldino.
La domanda che gli inquirenti si porrebbero è se un intermediario dal profilo di Lavitola possa collocarsi in quel mondo di appalti navali, forniture alla difesa e rapporti internazionali che, in passato, sarebbe stato il suo terreno. Il sequestro del telefono e del computer servirebbe proprio a cercare quel filo. Finché non emerge, l’ipotesi resta un’ipotesi.
Un particolare curioso di questa vicenda riguarda un incontro tra Ranucci e Lavitola di qualche anno fa. Nel maggio 2023 Il Riformista — allora diretto dal ticket Renzi-Ruggieri, in piena guerra con Report per la vicenda Autogrill — pubblicò le foto (scattate dal suo cronista Aldo Torchiaro attraverso la vetrina del ristorante Cefalù di Lavitola, a Monteverde) di Ranucci a cena lì con un alto prelato. Il tentativo era quello di screditare Ranucci, insinuando che l’inflessibile volto anti-corruzione di Report frequentasse e “cenasse” con un faccendiere pluricondannato su cui pure aveva indagato.
Al netto dei doverosi condizionali, ciò che questa vicenda mette in fila è in realtà più inquietante della singola bomba. Da una parte un asset dichiarato strategico dallo Stato, che costruisce le motovedette con cui la Libia intercetta i migranti in mare; dall’altra un flusso di denaro che, stando alla ricostruzione di Report, transiterebbe per società vicine alla camorra. In mezzo un cronista che, avvicinandosi a quella cucitura tra industria della difesa, soldi pubblici e clan, si è ritrovato l’auto saltata in aria sotto casa.
È la definizione stessa di zona grigia: il punto in cui gli interessi legittimi dello Stato e quelli illegali dei clan smettono di essere distinguibili.



