Rider, tre euro per cinque chilometri: sciopero a Firenze

Tre euro lordi. Tanto ha incassato un rider fiorentino per portare una consegna da via Cavour, in pieno centro, fino a Coverciano: cinque chilometri, solo andata. Lo ha raccontato lui stesso in un’assemblea in piazza Santissima Annunziata, e quella cifra vale più di qualsiasi analisi, perché è la misura esatta di cosa sia diventato il food delivery.

Da quell’assemblea, promossa dal Nidil Cgil, è uscita la decisione di scioperare mercoledì 15 luglio. Glovo e Deliveroo, bici parcheggiate.

Chiedono una cosa semplice e, a dirla, quasi ovvia: essere pagati per le ore che lavorano, non per il numero di consegne che riescono a strappare. Superare il cottimo. È la strada che la normativa europea e nazionale indica da tempo, e che le piattaforme continuano a eludere.

Perché il cottimo, per chi governa l’algoritmo, è perfetto: sposta tutto il rischio d’impresa sulle spalle di chi pedala. Se piove, se fa quaranta gradi, se le consegne calano, non è un problema dell’azienda. È un problema del rider, che porta a casa meno e paga di tasca propria mezzo, benzina e manutenzione.

E qui non parliamo di percezioni sindacali. Parliamo di cose che ha messo nero su bianco la magistratura. A febbraio la Procura di Milano ha commissariato prima Foodinho, la società che gestisce Glovo, poi Deliveroo Italy, entrambe per caporalato. Non per un episodio, non per una filiale deviata: per il modello in quanto tale.

Il pubblico ministero Paolo Storari ha scritto di lavoratori “formalmente autonomi” ma di fatto dipendenti, ingaggiati approfittando del loro stato di bisogno, con redditi netti sotto la soglia di povertà. Per Glovo la procura ha contato oltre 40mila rider, tre su quattro sotto quella soglia; per Deliveroo, retribuzioni inferiori fino al 90% rispetto ai minimi del contratto della logistica, con buchi che in un anno arrivano a quindicimila euro.

Un giudice ha ordinato all’azienda di riscrivere l’algoritmo perché garantisca un reddito “compatibile con i dettami costituzionali” e di regolarizzare i lavoratori. Il richiamo, in quelle carte, è all’articolo 36 della Costituzione: una retribuzione proporzionata e sufficiente a un’esistenza libera e dignitosa.

Foto da https://cgilfirenze.it/2026/07/rider-glovo-e-deliveroo-il-15-luglio-sciopero-a-firenze/

Quindi lo Stato, per bocca dei suoi giudici, ha già stabilito che quel modello è illegale. E allora la domanda diventa un’altra, ed è politica. Se la magistratura arriva a commissariare due multinazionali per caporalato, dov’è la politica? La proposta di legge sui rider giace in Parlamento da anni.

Nel frattempo, al tavolo nazionale con Assodelivery e Conftrasporti, si continua a discutere come se il cottimo fosse un dettaglio contrattuale e non il cuore del problema. È la stessa preoccupazione che i rider fiorentini hanno messo agli atti della loro assemblea.

Poi c’è il caldo, che quest’estate ha reso tutto più nudo. A Milano il Comune ha firmato un’ordinanza che ferma le consegne in bici nelle ore di punta del calore, dalle 12.30 alle 16, quando la mappa dell’Inail segnala rischio alto. Sulla carta è una tutela, e va riconosciuto: affronta un tema che nessuno affrontava, e prevede acqua, pause, aree ombreggiate. Ma i rider, invece di ringraziare, sono scesi in corteo contro quell’ordinanza.

Non perché vogliano lavorare a quaranta gradi: perché fermarsi, per chi è pagato a cottimo, significa non incassare. E le ore calde, con mezza città chiusa in casa a ordinare, sono le più redditizie.

Lo slogan della mobilitazione milanese lo dice meglio di un trattato: “morire di caldo o morire di fame”. Un’ordinanza che impone lo stop ma non garantisce un euro di indennizzo non è una tutela: è lo stesso ricatto, con un timbro comunale sopra.

Ecco perché lo sciopero di Firenze non è una protesta di stagione. Il caldo è l’acceleratore, non la causa. La causa è un modello che paga tre euro una corsa di cinque chilometri e chiama “libertà” e “flessibilità” il fatto che tu possa scegliere a che ora prendere quei tre euro. I rider fiorentini chiedono di rovesciare la logica: prima le ore, prima le persone, poi il fatturato delle piattaforme.

Mercoledì, a Firenze, quelle bici resteranno ferme. È un gesto piccolo e grande insieme, perché chi sciopera a cottimo quel giorno non lo recupera: la protesta se la pagano loro, di tasca propria, come tutto il resto.

Noi crediamo valga la pena raccontarlo, e stare dalla loro parte, per la ragione che sta tutta nella cifra da cui siamo partiti. Un servizio ormai indispensabile, che serve un Paese intero, che però fa finta che tre euro per cinque chilometri sotto il sole siano un lavoro come un altro.