L’Europa investe negli Usa ma ignora il suo deficit interno

Nel fine settimana, al golf club di Donald Trump in Scozia, è stato annunciato un “accordo commerciale” tra Stati Uniti e Unione Europea che evita l’escalation di una guerra commerciale. Ma a guardarlo bene, somiglia più a una resa silenziosa che a una vittoria diplomatica.

L’Europa ha accettato tariffe del 15% su gran parte delle sue esportazioni verso gli USA, senza ottenere in cambio alcuna concessione reale. In più, si è impegnata ad acquistare energia americana per 750 miliardi di euro e a destinare altri 600 miliardi in “investimenti” non specificati negli Stati Uniti. Nel frattempo, continua a ignorare un problema ben più pressante: il proprio deficit strutturale di investimenti interni, che secondo il Rapporto Draghi di settembre 2024 ammonta a 800 miliardi di euro l’anno.

Un paradosso strategico
Nel cuore di una fase geopolitica delicatissima, con l’Europa chiamata a rafforzare la propria autonomia energetica, industriale e tecnologica, si scelgono invece massicci investimenti all’estero — e proprio negli Stati Uniti, che impongono dazi e giocano una partita protezionistica.

Il contrasto è evidente: da un lato, l’Europa chiede ai propri cittadini e alle imprese di sostenere la transizione verde, digitalizzare i servizi pubblici, rafforzare l’industria tecnologica. Dall’altro, dirotta risorse strategiche all’estero, rinunciando di fatto a colmare le lacune che ne limitano la competitività.

Un accordo squilibrato
Il presidente Trump non ha fatto concessioni: le tariffe su acciaio e alluminio restano al 50%; i prodotti farmaceutici sono stati esclusi dalle negoziazioni; e l’unico settore che vede un beneficio — l’automotive — lo deve più a pressioni politiche tedesche che a una logica negoziale equa.

Il risultato? Le esportazioni europee, che prima scontavano un sovrapprezzo medio del 5%, saliranno a circa il 17%. E, secondo le prime stime, questo potrebbe costare 0,2-0,3 punti percentuali di PIL all’anno a un’UE già in crescita stentata (1,1% nel 2025, 1,5% nel 2026).

“Cumbre de la OTAN, primera jornada (29/06/2022)” by La Moncloa – Gobierno de España is licensed under CC BY-NC-ND 2.0.

Un’occasione persa per l’Europa
Quei 750 miliardi promessi agli USA avrebbero potuto finanziare: una rete energetica rinnovabile europea, un fondo comune per l’innovazione tecnologica e l’AI, il rafforzamento della difesa comune, o l’accelerazione dei programmi per l’autonomia strategica industriale.

Tutto ciò che Mario Draghi ha elencato nel suo rapporto come urgente e prioritario, ma che ora rischia di essere rimandato o tagliato per mancanza di risorse.

Il segnale geopolitico è chiaro
Oltre agli aspetti economici, l’accordo lancia un messaggio preoccupante: l’UE non si comporta da attore sovrano. Ha accettato di negoziare secondo i termini imposti da Trump, escludendo dalla trattativa settori strategici (servizi, surplus digitale, dati) dove l’Europa avrebbe potuto vantare un vantaggio.

E lo ha fatto in un contesto simbolicamente sbilanciato, con la presidente della Commissione recatasi a casa del presidente americano, e non il contrario.

Un’Unione che non investe su se stessa
Più che un accordo, questa intesa sembra una concessione unilaterale. L’Europa ha rinunciato a molto, senza ricevere nulla in cambio, e nel farlo ha confermato una fragilità strategica che va ben oltre il commercio: riguarda la capacità di credere nel proprio progetto, nel proprio potenziale economico, nella propria indipendenza.

Comprare energia dagli USA mentre si ha un buco di 800 miliardi in casa non è solo un errore tattico: è un messaggio drammatico sulla direzione che l’UE sta prendendo. Se non invertirà la rotta, non sarà solo meno competitiva — sarà anche sempre più irrilevante.

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