Dazi: l’Europa s’inginocchia a Trump, Meloni contenta

Altro che accordo storico. Il cosiddetto “deal” tra Unione Europea e Stati Uniti sui dazi è, in realtà, una resa strategica senza precedenti. Con un dazio fisso al 15%, impegni vincolanti per acquisti miliardari di gas e armamenti americani, e nessuna reale contropartita per le imprese europee, Bruxelles consegna sovranità economica, industriale ed energetica a Washington.

E mentre Ursula von der Leyen tenta di presentare la disfatta come un successo diplomatico, da Roma arriva il plauso acritico e inquietante di Giorgia Meloni: “Giudico positivamente il fatto che si sia raggiunto un accordo”.

Ma di positivo, in questo accordo, non c’è nulla. C’è solo il consolidarsi di una dipendenza asimmetrica, in cui l’UE accetta di pagare il prezzo – salatissimo – per evitare il conflitto commerciale, rassegnandosi a un rapporto sempre più squilibrato con l’alleato americano. La retorica della sovranità si sbriciola davanti ai numeri: 750 miliardi di dollari in energia Usa, 600 miliardi in investimenti oltreoceano, mercati aperti a dazio zero per le merci statunitensi, e zero concessioni su acciaio e alluminio, che restano al 50%.

Una capitolazione su tutta la linea
Altro che diplomazia. Questa è una capitolazione a tavolino, dove a decidere i termini è stata un’amministrazione americana sempre più aggressiva e isolazionista, che tratta l’Unione Europea non come partner ma come vassallo. L’imposizione di un dazio fisso del 15% su tutti i prodotti europei (triplicato rispetto al pre-Trump) è un colpo durissimo per l’industria continentale, già sotto pressione tra transizione ecologica, inflazione e crisi geopolitiche.

Eppure, al danno si aggiunge la beffa. In cambio della “clemenza” USA, Bruxelles si impegna a rifornirsi di gas liquido americano per 750 miliardi di dollari, ad acquistare un “enorme quantitativo” di armamenti statunitensi e ad aprire i propri mercati senza dazi alle merci americane. Nessuna reciprocità, nessuna compensazione, nessuna tutela concreta per i settori più colpiti, come acciaio, alluminio e agroalimentare.

Von der Leyen, Meloni e l’arte dell’accontentarsi
Le immagini del vertice parlano da sole. Ursula von der Leyen, glaciale e disorientata, ha provato a vendere come “realistico” un accordo che sa di totale sconfitta. E Giorgia Meloni, da Addis Abeba, ha preferito fare da sponda, elogiando l’intesa e affermando che “un’escalation commerciale sarebbe stata devastante”.

Ma devastante per chi, esattamente? Perché a pagare saranno soprattutto le imprese europee – in particolare tedesche e italiane – che si troveranno schiacciate da dazi, pressioni sul mercato digitale e obblighi di acquisto. Meloni, con la consueta ambiguità, ha detto che “bisogna ancora leggere i dettagli” e che “c’è da battersi”. Ma l’unico a battersi – e con successo – è stato Trump.

Non si può che restare sbigottiti di fronte a una presidente del Consiglio che commenta con soddisfazione un patto di cui ignora i termini, e che, invece di difendere l’interesse nazionale, si affretta a rassicurare l’alleato americano come fosse un superiore gerarchico.

Un atlantismo che costa caro all’Europa
La verità è che la retorica della “sovranità europea” si infrange ogni volta che si passa dalle parole ai fatti. Con questo accordo, l’UE non solo rinuncia a difendere i propri comparti strategici, ma si lega mani e piedi a forniture energetiche e militari decise a Washington. In piena transizione ecologica, l’Europa si impegna ad acquistare gas fossile dagli USA per cifre faraoniche. E mentre si parla di “difesa comune”, si finanzia l’industria bellica americana.

Questo non è solo un errore tattico: è una contraddizione politica strutturale. Bruxelles vuole costruire un’autonomia strategica, ma si comporta come un cliente che compra a caro prezzo le merci del padrone. E l’Italia, in questo scambio, non ha ottenuto nemmeno un posto al tavolo.

Chi paga il prezzo?
Le conseguenze si vedranno presto. Le case automobilistiche tedesche stimano perdite di flussi di cassa per oltre 10 miliardi l’anno. L’agroalimentare italiano dovrà affrontare nuovi costi e probabili rincari. Le piccole imprese europee, già penalizzate da costi energetici e inflazione, subiranno un ulteriore shock competitivo.

L’industria europea dell’acciaio e dell’alluminio, già colpita dalle vecchie sanzioni, resta sotto un dazio del 50% senza possibilità di appello. E il nodo dei semiconduttori, con l’imposizione americana a tagliare i rapporti con la Cina, rischia di isolare ulteriormente il settore tecnologico europeo.

L’accordo della sudditanza
Chiariamo: un’Unione Europea che accetta passivamente condizioni imposte da Washington, che sacrifica interi settori produttivi in cambio di un vago “cessate il fuoco” commerciale, non è un soggetto sovrano. È un’entità in crisi, gestita da leadership pavide o ideologicamente allineate, come nel caso della Meloni, incapace di riconoscere una sconfitta anche quando è scritta nero su bianco.

La verità è che questa non è stabilità: è sottomissione. E ogni applauso, ogni commento indulgente, non fa altro che peggiorare il danno. Serve una rottura netta con questa postura, se l’Europa – e l’Italia – vogliono davvero tornare a contare. Finché resteremo convinti che qualsiasi diktat americano sia “un passo avanti”, il passo che faremo sarà solo uno: verso il baratro della dipendenza.

“Meloni and Trump” by Governo italiano is licensed under CC BY-SA 3.0.