Almeno 1.714 strutture che offrivano servizi per la prevenzione, la diagnosi e la cura dell’HIV hanno cessato l’attività dopo le interruzioni dei finanziamenti statunitensi del 2025. Cliniche, ambulatori mobili, centri comunitari e punti di assistenza hanno chiuso in decine di paesi, mentre più di 16mila lavoratori a tempo pieno hanno perso il proprio impiego.
È il quadro ricostruito dal PEPFAR Pulse Study, una ricerca coordinata da amfAR con la Johns Hopkins Bloomberg School of Public Health e altre organizzazioni. L’indagine ha coinvolto 166 enti finanziati dal programma statunitense PEPFAR in 46 paesi, pari al 23% dei partner nazionali che avrebbero dovuto ricevere fondi nel 2025. Oltre il 77% ha subito la cancellazione di almeno un finanziamento o un ritardo nei pagamenti.
Il PEPFAR, avviato nel 2003 durante la presidenza di George W. Bush, è il più grande programma bilaterale mai creato per combattere una singola malattia. In oltre vent’anni ha sostenuto sistemi sanitari e organizzazioni locali in più di 50 paesi, contribuendo a salvare oltre 26 milioni di vite.
La brusca revisione degli aiuti internazionali decisa dall’amministrazione Trump ha però ridotto o cancellato migliaia di programmi, colpendo una rete nella quale personale, laboratori, farmaci, prevenzione e raccolta dei dati dipendono gli uni dagli altri.
La prevenzione è il settore più colpito
La contrazione più netta riguarda la prevenzione. Tra il 2024 e il 2025 la spesa PEPFAR destinata a queste attività è diminuita del 51%, mentre quella per preservativi e lubrificanti è crollata del 93%.
Il 43% delle organizzazioni ha abbandonato definitivamente almeno un servizio preventivo: il 42% di quelle che distribuivano preservativi ha interrotto il programma e il 29% ha smesso di offrire la profilassi pre-esposizione, la terapia che riduce il rischio di contrarre l’HIV.
Le conseguenze più pesanti si sono concentrate sulle persone maggiormente esposte all’infezione. Il 73% degli enti che lavoravano con lavoratrici e lavoratori del sesso, uomini che hanno rapporti sessuali con uomini, persone transgender e persone che usano droghe per via iniettiva ha eliminato almeno un servizio. Due organizzazioni su tre hanno interrotto le attività di contatto e assistenza sul territorio.
Questi programmi sono spesso l’unico punto di accesso alla prevenzione e alle cure per persone che rischiano discriminazioni o conseguenze penali rivolgendosi ai servizi sanitari ordinari. La loro chiusura non riduce soltanto il numero delle prestazioni disponibili, ma allontana dai sistemi sanitari le popolazioni nelle quali l’HIV può diffondersi più rapidamente.
Interrotte anche attività che dovevano essere protette
Le disposizioni statunitensi avevano previsto la prosecuzione delle terapie antiretrovirali, dei test e dei programmi per evitare la trasmissione dell’HIV dalla madre al bambino. La protezione formale non è però bastata a mantenere questi servizi.
Il 63% delle organizzazioni impegnate nella prevenzione della trasmissione materno-infantile ha segnalato interruzioni e più del 22% ha cessato completamente questa attività. Tra gli enti che offrivano assistenza e trattamento, oltre uno su cinque ha eliminato almeno un servizio.
Quasi la metà degli intervistati ha inoltre incontrato difficoltà nel reperire farmaci, preservativi e materiali da laboratorio. Il 31% ha perso l’accesso a sistemi informatici essenziali per seguire i pazienti, mentre il 55% dipendeva da un partner che a sua volta aveva subito tagli.
Anche una struttura rimasta formalmente aperta può quindi funzionare con meno personale, meno strumenti diagnostici e una minore capacità di richiamare chi interrompe la terapia.
Le organizzazioni locali sono risultate più esposte rispetto a quelle internazionali: il 63% ha perso almeno un finanziamento, contro il 41% degli enti con sede all’estero. Il trasferimento della gestione ai paesi beneficiari, indicato come uno degli obiettivi della nuova politica statunitense, rischia così di indebolire proprio i soggetti che avrebbero dovuto rendere i programmi più autonomi.

Settantasettemila bambini in meno raggiunti dalle cure
Un’analisi separata dei dati PEPFAR, preparata per la conferenza internazionale AIDS 2026, ha rilevato che nel 2025 il programma ha sostenuto direttamente il trattamento di 77.163 bambini in meno rispetto all’anno precedente, con una riduzione del 14,2%.
Il calo è stato registrato in 20 dei 21 paesi esaminati. In Sudafrica i bambini raggiunti dall’assistenza sostenuta direttamente dal PEPFAR sono diminuiti di 30.880, circa il 45%. Flessioni superiori alle tendenze degli anni precedenti sono emerse anche in Uganda, Haiti, Zambia e Kenya.
Il dato misura il sostegno fornito dal programma statunitense nei luoghi di cura e non dimostra che tutti i bambini esclusi dal conteggio abbiano interrotto i farmaci. Una parte potrebbe essere stata assorbita dai sistemi sanitari nazionali o da altri finanziatori.
La rapidità e l’ampiezza della riduzione rappresentano comunque un segnale critico, soprattutto perché nei pazienti pediatrici la sospensione delle terapie può provocare un peggioramento molto rapido.
Nel 2025 soltanto il 54% dei bambini con HIV nel mondo riceveva una terapia antiretrovirale. Più di 580mila restavano senza trattamento. Pur rappresentando appena il 3% delle persone che vivono con il virus, i bambini costituivano circa l’11% delle morti legate all’Aids.
Numeri probabilmente incompleti
La ricerca non rappresenta tutte le organizzazioni sostenute dal PEPFAR e non consente di attribuire automaticamente ogni singola interruzione a una sola decisione politica. Gli enti locali risultano inoltre più presenti nel campione rispetto ad altre categorie, mentre non sono stati intervistati direttamente i numerosi subappaltatori che operavano per conto dei principali beneficiari.
Anche le 1.714 chiusure non sono distribuite uniformemente: poche grandi organizzazioni gestivano centinaia di sedi e hanno prodotto gran parte del totale. Il dato non può quindi essere esteso meccanicamente a tutti i partner del programma.
La stima potrebbe però essere inferiore alla portata reale del fenomeno. Le organizzazioni che avevano già cessato completamente l’attività erano anche quelle più difficili da raggiungere, mentre molti enti non disponevano di finanziamenti alternativi con cui sostituire gli aiuti perduti.
La chiusura di un centro non cancella soltanto una voce di bilancio. Interrompe test, distribuzione di farmaci, prevenzione, sostegno psicologico, controllo delle gravidanze e ricerca delle persone che hanno abbandonato le cure.
Dopo oltre vent’anni di progressi, il rischio è che il ridimensionamento della rete non produca soltanto conseguenze immediate, ma renda più difficile controllare l’epidemia di HIV negli anni a venire.



