Sahel: il Mali rischia un attacco Usa

Il Mali potrebbe diventare l’ottavo Paese colpito dalle forze armate statunitensi dall’inizio del secondo mandato di Donald Trump. L’amministrazione americana sta esaminando diverse opzioni militari contro Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin, il JNIM, coalizione jihadista affiliata ad al-Qaeda che negli ultimi mesi ha esteso il proprio controllo e la propria capacità offensiva nell’Africa occidentale.

Non esiste ancora una decisione definitiva. La Casa Bianca non ha confermato la preparazione di attacchi e il Pentagono non ha commentato. Il confronto interno, però, è già in corso e una parte del Consiglio per la sicurezza nazionale spinge per il ricorso diretto alla forza. Un intervento aggiungerebbe il Mali a Yemen, Somalia, Siria, Iran, Iraq, Nigeria e Venezuela, già colpiti dagli Stati Uniti dal gennaio 2025.

Il gruppo che ha portato la guerra a Bamako

Il JNIM non è più una formazione confinata nelle zone desertiche del nord. Nel 2025 ha colpito le principali arterie di rifornimento del Mali, incendiando autocisterne e imponendo un blocco del carburante che ha danneggiato l’economia e isolato intere città. Nell’aprile 2026, insieme ai separatisti tuareg del Fronte di liberazione dell’Azawad, ha lanciato un’offensiva coordinata contro Bamako, Kati, Gao, Mopti e Kidal.

Gli attacchi hanno raggiunto la capitale, provocato la morte del ministro della Difesa Sadio Camara e costretto le forze governative e russe a ritirarsi da alcune posizioni strategiche nel nord. Il JNIM ha poi annunciato l’assedio di Bamako, attaccato veicoli civili e cercato di interrompere i collegamenti commerciali dai quali dipende una città di milioni di abitanti.

La minaccia supera ormai i confini maliani. Il gruppo opera su un’area lunga più di 1.200 chilometri, ha rafforzato la propria presenza in Burkina Faso e Niger e ha condotto o rivendicato operazioni anche nei Paesi costieri dell’Africa occidentale. Nel 2025 il JNIM è stato associato al 78 per cento delle vittime provocate dai gruppi jihadisti nel Sahel.

Il fallimento della giunta e della protezione russa

Il peggioramento della situazione rappresenta innanzitutto il fallimento della giunta militare guidata da Assimi Goïta. I militari hanno conquistato il potere con i colpi di Stato del 2020 e del 2021, sostenendo che il governo civile non fosse in grado di garantire la sicurezza. Hanno poi espulso le truppe francesi, favorito il ritiro della missione delle Nazioni Unite e affidato una parte crescente delle operazioni alla compagnia russa Wagner, successivamente sostituita dall’Africa Corps controllata da Mosca.

Il risultato è l’opposto di quello promesso. Nel Sahel le vittime legate alla violenza jihadista sono oggi circa sette volte quelle registrate nel 2019. In Mali più dell’80 per cento dei morti attribuiti ai gruppi islamisti dalla nascita del conflitto si concentra nel periodo successivo al golpe del 2020. L’avanzata del JNIM è proseguita nonostante la presenza russa, mentre la giunta ha abolito i partiti politici, rinviato il ritorno alle elezioni e represso oppositori, giornalisti e associazioni civili.

Washington considera ora questa crisi anche come una prova dell’inefficacia russa. L’amministrazione Trump aveva già riaperto i rapporti con Bamako nel 2025, aumentando la condivisione di informazioni di intelligence e discutendo la fornitura di equipaggiamenti e addestramento. Il passaggio ai bombardamenti segnerebbe però un salto di scala: gli Stati Uniti non si limiterebbero più ad aiutare la giunta, ma entrerebbero direttamente in una guerra nella quale operano già soldati e consiglieri di Mosca.

By Anne Look – http://www.voanews.com/content/mali_rebels_say_they_will_create_moderate_islamic_state/1120755.html, Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=20267336

Una guerra in cui i civili muoiono da entrambe le parti

Presentare l’eventuale intervento come una semplice operazione antiterrorismo nasconde la natura del conflitto. Il JNIM ha ucciso civili, incendiato mezzi di trasporto, saccheggiato abitazioni e imposto con la violenza il controllo delle vie commerciali. Ma anche l’esercito maliano, le milizie alleate e le forze russe sono accusati di esecuzioni sommarie, sparizioni e attacchi indiscriminati.

Human Rights Watch ha documentato che, tra aprile e maggio, operazioni governative contro comunità fulani hanno ucciso 38 civili, tra i quali 23 bambini. Due presunti attacchi con droni dell’esercito hanno provocato altre 22 vittime. Le violenze delle forze di sicurezza e delle milizie in Mali e Burkina Faso hanno causato dal 2023 più morti civili di quelle attribuite agli stessi gruppi jihadisti.

Questi numeri mostrano uno dei rischi principali del coinvolgimento americano. Informazioni, armi e copertura aerea potrebbero rafforzare un apparato responsabile di gravi violazioni e alimentare il reclutamento jihadista nelle comunità colpite dalle operazioni militari. Una parte dell’intelligence condivisa con Bamako potrebbe inoltre finire nelle mani dell’Africa Corps, che controlla una quota rilevante dello spazio aereo e delle capacità operative maliane.

Oro, litio e competizione geopolitica

Il Mali non è soltanto uno snodo della sicurezza regionale. La sua economia dipende dall’oro e dal cotone, mentre l’avvio della produzione di litio sta trasformando il Paese in un possibile fornitore di una materia prima decisiva per batterie, industria tecnologica e difesa. La Banca mondiale prevede che proprio il litio sostenga una parte consistente della crescita maliana nei prossimi anni.

Il ritorno americano nel Sahel coincide con una strategia africana nella quale Washington assegna alle risorse minerarie un ruolo esplicito. L’obiettivo dichiarato dal Dipartimento di Stato è aumentare il flusso verso gli Stati Uniti dei minerali critici estratti nel continente, contrastando nello stesso tempo la posizione conquistata da Cina e Russia. Non esistono elementi sufficienti per sostenere che i possibili raid siano stati decisi per assicurarsi le miniere maliane. È però difficile separare completamente la sicurezza dalla competizione per le risorse in una regione nella quale ogni nuova alleanza militare porta con sé accordi economici, concessioni e forniture.

Il ritorno alla stessa soluzione

Il Mali ha già conosciuto un decennio di intervento francese e cinque anni di crescente presenza russa. Nel frattempo l’insurrezione si è estesa, le istituzioni sono state smantellate e la capitale è diventata un obiettivo militare. Gli attacchi americani potrebbero eliminare comandanti, distruggere depositi o rallentare temporaneamente il JNIM, ma non risolverebbero le cause che ne hanno favorito l’espansione: marginalizzazione delle comunità periferiche, violenze dell’esercito, assenza dello Stato, crisi economica e chiusura di ogni spazio politico.

L’ipotesi studiata da Washington ripropone dunque la formula già fallita due volte: cambiare l’aviazione straniera che bombarda, senza cambiare il sistema di potere che alimenta la guerra. Prima la Francia, poi la Russia, ora gli Stati Uniti. Ogni intervento è stato presentato come quello decisivo; ciascuno ha lasciato al successivo un Paese più instabile.

Trump continua a costruire la propria immagine internazionale sulla promessa di chiudere i conflitti. Il Mali mostra invece una presidenza che estende progressivamente il perimetro dell’azione militare americana. Se i raid saranno autorizzati, il Sahel non diventerà soltanto l’ottavo fronte del suo secondo mandato. Diventerà anche il nuovo banco di prova di una politica che chiama pace l’espansione della guerra.

By Borysk5 – Own work. Sources:ACLED Data[1][2]Timeline of the Mali War, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=90387823