Trump e i dazi: l’Europa finanzia chi la minaccia. Il fallimento del 2016

Donald Trump ha aperto un nuovo fronte di tensione con l’Europa, colpendola con dazi commerciali e pressioni sugli investimenti nella NATO. La sua retorica isolazionista dipinge il Vecchio Continente come un avversario economico da contenere, ma i dati raccontano una storia diversa: l’Europa, in realtà, è uno dei pilastri che sostiene l’economia statunitense.

Secondo gli ultimi dati del Tesoro USA, il debito pubblico americano ha raggiunto livelli record, con il 24% detenuto da investitori stranieri, per un totale di oltre 8.500 miliardi di dollari. Di questa somma, più di 2.700 miliardi sono in mano a Paesi europei, che collettivamente rappresentano il 32% dei creditori esteri degli Stati Uniti.

Questo significa che mentre Trump minaccia ritorsioni economiche, i governi europei – direttamente o indirettamente – continuano a finanziare l’apparato statale americano.

Il Regno Unito, con 722 miliardi di dollari in titoli di Stato USA, è il terzo creditore globale di Washington, superato solo da Giappone e Cina. Se si sommano gli investimenti francesi, svizzeri, irlandesi e di altri Paesi dell’UE, l’Europa nel suo complesso supera l’esposizione cinese, ridottasi negli ultimi anni fino a 759 miliardi.

Questo dato offre agli europei un potenziale strumento di pressione in un eventuale scontro commerciale più ampio con gli Stati Uniti.

Il punto di debolezza per gli Stati Uniti è evidente: senza il costante rifinanziamento del debito, la macchina federale americana si incepperebbe. Lo stesso Ray Dalio, ex numero uno del colosso degli investimenti Bridgewater, ha lanciato un allarme sugli Stati Uniti, prevedendo il rischio di una crisi del debito sovrano nei prossimi due-tre anni.

Se i Paesi europei, irritati dalle politiche trumpiane, decidessero di ridurre la loro esposizione sui Treasuries, le conseguenze per l’economia americana potrebbero essere devastanti.

“Dollar and Euro ATMs… Pick your poison” by tericee is licensed under CC BY-NC-SA 2.0.

Eppure, la storia mostra che il peso della finanza globale è ancora fortemente sbilanciato a favore degli Stati Uniti. Le grandi agenzie di rating, tutte americane, hanno la capacità di influenzare i mercati, mentre i fondi d’investimento USA detengono una quota significativa del debito pubblico europeo.

La possibilità di un contrattacco finanziario dell’Europa resta, quindi, più teorica che pratica.

Resta da chiedersi se dietro la strategia commerciale di Trump vi sia un disegno coerente o se, come spesso accade, si tratti di una semplice ostentazione di muscoli priva di visione a lungo termine.

La sua retorica anti-globalista non ha mai impedito agli Stati Uniti di dipendere dai capitali esteri, e il debito federale ha continuato a crescere sotto ogni amministrazione, inclusa la sua.

Durante il suo primo mandato (2016-2020), Trump aveva adottato una linea aggressiva sul fronte commerciale, imponendo dazi non solo alla Cina, ma anche all’Europa. Nel 2018, la sua amministrazione aveva introdotto tariffe sulle importazioni di acciaio e alluminio dall’UE, scatenando ritorsioni europee su prodotti americani come motociclette Harley-Davidson, bourbon e jeans Levi’s.

Anche allora, Trump sembrava convinto che il deficit commerciale fosse la causa principale delle difficoltà economiche americane, ignorando il ruolo strategico degli investimenti esteri nel debito pubblico. Tuttavia, il suo approccio non aveva portato a un riequilibrio strutturale: il deficit commerciale con l’Europa era rimasto elevato, e la guerra tariffaria aveva indebolito alcuni settori industriali USA senza ottenere concessioni significative dall’UE.

Oggi, con una situazione economica globale ancora più fragile e un debito pubblico USA fuori controllo, riproporre la stessa strategia potrebbe rivelarsi ancora più rischioso. Se nel 2018 l’Europa aveva risposto con misure difensive, ora potrebbe avere in mano un’arma più potente: la capacità di modulare il proprio supporto al finanziamento del debito americano.

Il rischio, per l’Europa, è quello di restare intrappolata in un gioco in cui Washington detta le regole, mentre Bruxelles si trova costretta a subire. Se il Vecchio Continente vuole davvero giocare un ruolo da protagonista, deve trovare il modo di far pesare il suo status di creditore. Perché, a conti fatti, chi finanzia l’America ha più potere di quanto non sembri.

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