L’accordo raggiunto dai leader della NATO all’Aia, che porterà i paesi membri a destinare il 5% del PIL alle spese militari entro il 2035, è il più imponente aumento di spesa della storia dell’Alleanza. Presentato come una risposta alle crescenti minacce globali — dalla Russia alle crisi geopolitiche — questo impegno è stato accolto con grande entusiasmo da Donald Trump, ma solleva interrogativi ben più profondi di quelli finora emersi.
Perché il 5% non è solo un dato contabile o un gesto politico per compiacere Washington. È, nei fatti, una svolta strutturale nella direzione delle politiche europee. Una scelta che ridefinisce la funzione stessa degli Stati.
Fine dell’autonomia strategica europea?
Negli ultimi anni l’Unione Europea ha ripetutamente rivendicato la necessità di costruire un’autonomia strategica, militare e industriale, per non dipendere dagli Stati Uniti. Questo accordo rappresenta l’esatto contrario. Il 5% nasce dalla necessità di rassicurare Trump e blindare la presenza americana nella NATO. Non è un progetto europeo: è un cedimento europeo. Anziché rafforzare la capacità collettiva di difesa, consolida una dipendenza già strutturale.
Una risposta disallineata alle vere minacce
Mai come oggi, le minacce più gravi per le società europee sono non-militari: crisi climatica, declino demografico, disuguaglianze crescenti, sicurezza energetica, fragilità delle catene di approvvigionamento. Destinare una quota così elevata del PIL alla difesa militare significa sottrarre risorse decisive alla transizione ecologica, alla sanità, all’istruzione, al welfare. È un enorme spostamento di priorità che rischia di creare più instabilità sociale interna che sicurezza esterna.
Il trucco contabile del 5%
Non tutto quel 5% sarà spesa militare diretta. La quota include un 1,5% dedicato alla cosiddetta “sicurezza”, ovvero investimenti in infrastrutture civili — come porti, ferrovie e ponti — che potrebbero essere utilizzati a fini militari in caso di conflitto. È un modo elegante per mascherare come spese per la NATO una parte di investimenti che i paesi avrebbero comunque sostenuto. Un maquillage contabile più che un reale rafforzamento militare.
Il rischio sociale e politico è altissimo
Per paesi come l’Italia, la Francia o la Spagna, con elevati livelli di debito e società già esposte a tensioni sociali, raggiungere quel 5% significherà dover scegliere tra tagliare servizi essenziali o aumentare tasse e debito. Un regalo potenziale ai populismi e agli estremismi, in un’Europa che fatica a tenere insieme coesione sociale e rigore fiscale.
Una decisione fuori dal perimetro democratico
L’accordo è stato preso dai capi di governo senza alcun passaggio preliminare nei parlamenti e, ancora più grave, senza alcun vero dibattito pubblico. È paradossale che uno dei più imponenti ri-orientamenti delle finanze pubbliche europee avvenga senza confronto democratico. È una cesura che merita attenzione: un passo silenzioso verso la militarizzazione delle priorità politiche.
Aumentano i rischi di corruzione e opacità
Il settore militare è storicamente tra i più esposti a opacità, sprechi e corruzione. Una crescita così improvvisa e massiccia delle spese, in particolare in paesi che non dispongono di un sistema consolidato di controllo sugli investimenti in difesa, rischia di generare un ecosistema poco trasparente e dominato da lobby industriali e interessi privati.
Verso un’economia militare permanente
Questa scelta non è temporanea. Non riguarda solo la guerra in Ucraina o le tensioni con la Russia. Significa costruire un’economia militarizzata strutturale: nuove filiere, nuove industrie, nuova occupazione, tutto vincolato alla produzione militare. È un cambio sistemico che lega il futuro economico e politico dell’Europa alle dinamiche belliche e alle crisi permanenti.
Una domanda scomoda ma necessaria: Quale futuro vogliamo costruire?
Perché la domanda reale non è solo se saremo più sicuri spendendo il 5% del PIL in difesa. È se saremo ancora società capaci di garantire diritti, welfare, transizione ecologica e coesione sociale in un contesto in cui la spesa militare diventa la prima voce di bilancio pubblico.
La vera sfida oggi è difendere la sicurezza, sì. Ma difendere anche la democrazia, la giustizia sociale e il futuro delle prossime generazioni. E di questo, all’Aia, nessuno ha parlato.



