La Chiesa cattolica è, in Italia, la più grande rete di assistenza materiale ai poveri che esista fuori dallo Stato: mense, Caritas, dormitori. Una battaglia per chi ne controlla l’anima dottrinale, anche quando sembra lontana dai temi che trattiamo di solito, decide nel tempo dove vanno l’attenzione e le risorse di quella rete.
Il 1° luglio, in un prato fuori Sion, in Svizzera, alcune migliaia di persone hanno assistito alla consacrazione di quattro nuovi vescovi cattolici. Sono stati ordinati senza il permesso del Papa, anzi contro la sua esplicita richiesta di non farlo.
Il giorno dopo il Vaticano ha risposto nel modo più duro possibile: scomunica automatica per i vescovi consacranti e consacrati, e l’avviso, mai formulato con questa chiarezza in passato, che chiunque, prete o semplice fedele, aderisca “formalmente” a quel gruppo incorre nella stessa pena. È la rottura più netta tra Roma e questo mondo dal 1988.
Già, dal 1988. Perché qui arriva la prima cosa da dire chiaramente: non è la prima volta, e non finisce necessariamente come pensate. Il gruppo si chiama Fraternità San Pio X, fondata nel 1970 da un arcivescovo francese, Marcel Lefebvre, contrario alle riforme del Concilio Vaticano II: messa in latino invece che nelle lingue nazionali, dialogo con le altre religioni, maggiore ruolo dei laici.
Nel giugno del 1988 Lefebvre fece esattamente ciò che i suoi eredi hanno rifatto due giorni fa: consacrò quattro vescovi senza permesso. Scomunica immediata, allora come oggi. Sembrava la fine. Non lo fu: nel 2009 Benedetto XVI tolse la scomunica ai vescovi ancora vivi, aprendo una porta mai del tutto richiusa fino a oggi, tra concessioni progressive di Francesco e nuove restrizioni. Il nodo di fondo, il rifiuto del Concilio come parte legittima della tradizione, non si è mai sciolto in trentotto anni.
E qui arriva il punto che spiega perché vale la pena raccontarlo con un occhio diverso da quello della cronaca vaticana. Chi sono, materialmente, gli attori di questo scontro? La Fraternità in sé è piccola e povera: poche centinaia di migliaia di fedeli, offerte e lasciti, niente di rilevante da scavare in bilanci modesti.
Ma intorno a quest’area dottrinale, senza finanziarla direttamente, gravita un ecosistema ricchissimo di cattolicesimo ultraconservatore americano rimasto formalmente in comunione con Roma: un imprenditore alberghiero californiano, Tim Busch, che organizza conferenze da tremila dollari a partecipante con senatori repubblicani e giudici della Corte Suprema; Leonard Leo, l’uomo che ha selezionato i giudici della Corte Suprema per Trump; un network televisivo cattolico con base in Alabama che arriva a centinaia di milioni di persone; il cardinale americano Raymond Burke, in rapporto diretto con Steve Bannon.
Questo mondo non è la Fraternità San Pio X, e sarebbe disonesto scriverlo come se lo fosse. Ma condivide con essa l’ostilità di fondo al Concilio, all’ecumenismo, alla Chiesa “pastorale” nata dopo gli anni Sessanta, quella che privilegia la cura dei poveri e degli scartati sulla purezza dottrinale.
Ecco allora che il collegamento economico diventa esplicito: lo stesso Tim Busch ha definito Charles Koch “il rifondatore dell’America” e ha teorizzato pubblicamente che “capitalismo e cattolicesimo possono andare a braccetto”, schierandosi contro il salario minimo e i sindacati in nome della fede.
Non è un’opinione isolata: è la linea economica esplicita di un network che, senza toccare direttamente lo scisma svizzero, ne condivide l’impianto dottrinale e ne trae legittimazione per confronto. Uno scisma ai margini rende automaticamente più presentabile, più moderato, tutto ciò che sta un gradino più a destra ma resta dentro la Chiesa: cardinali critici, fondazioni miliardarie, media conservatori che parlano di povertà come colpa individuale piuttosto che come ingiustizia strutturale.
La battaglia per l’anima dottrinale del cattolicesimo mondiale è quindi anche, sempre, una battaglia per stabilire se la povertà sia un problema da correggere con la giustizia sociale o un destino da amministrare con la carità privata e la disciplina morale individuale. Chi vince quella battaglia, nei decenni, decide anche dove va l’attenzione, le risorse e la voce pubblica di un’istituzione che, per milioni di poveri, resta l’ultima rete rimasta in piedi.
Va detto con onestà anche il limite di questa lettura: l’efficacia politica reale di questo asse tra ambienti ultraconservatori americani e gerarchia vaticana resta materia di discussione anche tra chi la osserva da vicino da anni, e più di un vaticanista di lungo corso ha definito eccessiva l’idea di un vero “patto” operativo tra Bannon e Burke.
Il collegamento culturale ed economico è però documentato. La sua capacità di spostare davvero le priorità pastorali della Chiesa, in un senso o nell’altro, è una domanda aperta che i fatti di questi giorni non risolvono da soli.



