“Dio ci ama tutti, il male non vincerà”: chi è Leone XIV, il papa venuto da Chicago
Habemus Papam
La fumata bianca giunge l’8 maggio, verso le 18. Il nuovo pontefice si affaccia a salutare i fedeli raccolti in piazza San Pietro poco più di un’ora dopo. Per molti, l’elezione dell’americano Robert Francis Prevost è una sorpresa, qualcuno sperava nell’elevazione al soglio pontificio dei cardinali Parolin o Zuppi, altri auspicavano Pizzaballa.
Poco prima dell’annuncio ufficiale, prima dell’“Habemus Papam”, in certi ambienti vicini al Vaticano, circola brevemente, a mo’ di indiscrezione, il nome di un altro cardinale statunitense, a sua volta papabile. Poi, il nuovo successore di Pietro, che ha scelto il nome di Leone XIV, appare dalla Loggia delle benedizioni, suscitando l’entusiasmo della folla.
“Che la pace sia con tutti voi”, esordisce, visibilmente emozionato. “Fratelli e sorelle carissimi, questo è il primo saluto del Cristo Risorto, il buon Pastore che ha dato la vita per il gregge di Dio. Anche io vorrei che questo saluto di pace entrasse nel vostro cuore, raggiungesse le vostre famiglie, tutte le persone, ovunque siano, tutti i popoli e a tutta la terra. La pace sia con voi.”
Colpisce il forte, ripetuto riferimento alla pace: auspicio, augurio ed esortazione che, in un frangente come quello attuale, assume i toni di un’urgenza indefettibile.
“Conserviamo nei nostri orecchi quella voce debole ma sempre coraggiosa di Papa Francesco che benediva Roma. Il Papa che benediva Roma, dava la sua benedizione al mondo intero nella mattina del giorno di Pasqua. Consentitemi di dar seguito a quella stessa benedizione. Dio ci vuole bene, Dio vi ama tutti e il male non prevarrà. Siamo tutti nelle mani di Dio”, continua. Altro messaggio di grande forza, esplicito e diretto: “il male non prevarrà”.
“Pertanto, senza paura, uniti, mano nella mano con Dio e tra di noi, andiamo avanti, siamo discepoli di Cristo. Cristo ci precede, il mondo ha bisogno della sua luce. L’umanità necessita di lui come il ponte per essere raggiunti da Dio e dal suo amore. Aiutateci anche voi a costruire i ponti con il dialogo, l’incontro, unendoci tutti per essere un solo popolo, sempre in pace. Grazie a Papa Francesco.” Parole che evidentemente evocano un’ideale continuità con il pontificato precedente.
“Voglio ringraziare anche tutti i confratelli cardinali che hanno scelto me per essere il successore di Pietro, per camminare insieme a voi come Chiesa unita, cercando sempre la pace, la giustizia, lavorando come uomini e donne fedeli a Gesù Cristo, senza paura, per proclamare il vangelo, per essere missionari” prosegue.
“Sono un figlio di Sant’Agostino che ha detto ‘con voi sono cristiano e per voi vescovo’. In questo senso possiamo tutti camminare insieme verso quella patria che Dio ci ha preparato. Alla Chiesa di Roma un saluto speciale. Dobbiamo cercare insieme di essere una chiesa missionaria che costruisce i ponti, il dialogo, sempre aperta a ricevere, come questa piazza, con le braccia aperte, tutti coloro che hanno bisogno della nostra carità, presenza e amore.”

“Padre Bob”
Già prefetto del Dicastero per i vescovi, il sessantanovenne Robert Francis Prevost, 267° papa della storia, il primo statunitense, membro dell’Ordine di Sant’Agostino, è nato il 14 settembre 1955 a Chicago, Illinois, da Louis Marius Prevost, di origini francesi e italiane, e Mildred Martínez, di origini spagnole. Ha due fratelli, Louis Martín e John Joseph.
“Io sono nato negli Stati Uniti. I miei genitori tutti e due anche nati a Chicago, però i nonni erano tutti immigrati, francesi, spagnoli”, ricorda Prevost in un’intervista realizzata da Rai Vaticano e dal Tg1. “Sono cresciuto in una famiglia molto cattolica, i genitori tutti e due molto impegnati nella parrocchia avevo diciamo conoscenza della chiesa, dell’esperienza parrocchiale, cioè a livello locale proprio vedendo questo impegno dei genitori, ma anche diversi amici.”
A proposito dell’emergere della sua vocazione religiosa, ricorda: “Con i preti diocesani, è nata l’idea della possibilità di diventare sacerdote. Dopo ho conosciuto la mia famiglia religiosa, gli Agostiniani, e quindi dopo un breve tempo di discernimento, forse anche conoscendo più persone, più giovani che sono andati dagli agostiniani, ho scelto, va bene, vado a questo seminario e poi vediamo. E infatti così, da un ragazzo di 14 anni, sono entrato nel seminario minore e poi la storia va avanti.”
Studia presso il seminario minore dei Padri Agostiniani e, in seguito, alla Villanova University, Pennsylvania. Qui, nel 1977, consegue la laurea in Matematica e studia Filosofia. Il 1° settembre dello stesso anno, a Saint Louis, entra nel noviziato dell’Ordine di Sant’Agostino (Osa), nella provincia di Nostra Signora del Buon Consiglio di Chicago. Emette la prima professione il 2 settembre 1978. Il 29 agosto 1981 pronuncia i voti solenni. Si diploma in Teologia presso la Catholic Theological Union di Chicago. A 27 anni, i suoi superiori lo inviano a Roma, per studiare Diritto canonico alla Pontificia Università San Tommaso d’Aquino (Angelicum). E proprio a Roma, nel Collegio agostiniano di Santa Monica, viene ordinato sacerdote da monsignor Jean Jadot, pro-presidente del Pontificio Consiglio per i Non Cristiani, oggi Dicastero per il Dialogo Interreligioso. È il 19 giugno 1982.
Per molti sarà “Padre Bob”.

“E poi”, racconta ancora, “è nata anche in quegli anni una certa inquietudine, un desiderio di essere missionario di non restare nel mio paese, ma di partecipare in qualche maniera a un altro tipo di lavoro, diciamo, come sacerdote, come religioso.”
Consegue la licenza nel 1984 e l’anno successivo, mentre è impegnato nella redazione della tesi di dottorato, viene inviato presso la missione agostiniana di Chulucanas, a Piura, in Perù. Nel 1987 discute la tesi dottorale, “Il ruolo del priore locale dell’Ordine di Sant’Agostino” ed è nominato direttore delle vocazioni e direttore delle missioni della Provincia agostiniana “Madre del Buon Consiglio” di Olympia Fields, Illinois.
Nel 1988, è destinato alla missione di Trujillo, in Perù, con l’incarico di direttore del progetto di formazione comune degli aspiranti agostiniani dei vicariati di Chulucanas, Iquitos e Apurímac. Negli undici anni successivi, ricopre il ruolo di priore della comunità (1988-1992), direttore della formazione (1988-1998) e insegnante dei professi (1992-1998) e, presso l’arcidiocesi di Trujillo, di vicario giudiziale (1989-1998) e professore di Diritto Canonico, Patristica e Morale nel Seminario maggiore “San Carlos e San Marcelo”. Gli viene altresì affidata la cura pastorale di Nostra Signora Madre della Chiesa, nella periferia povera della città, successivamente elevata al rango di parrocchia con il titolo di Santa Rita (1988-1999). Dal 1992 al 1999, è anche è amministratore parrocchiale di Nostra Signora di Monserrat.
Nel 1999 viene eletto priore provinciale della Provincia Agostiniana “Madre del Buon Consiglio” di Chicago. Due anni e mezzo dopo, al Capitolo generale ordinario dell’Ordine di Sant’Agostino, i suoi confratelli lo designano come priore generale. Nel 2007, viene confermato per un secondo mandato.
Ottobre 2013: fa ritorno a Chicago, nella sua Provincia agostiniana. È direttore della Formazione nel convento di Sant’Agostino e primo consigliere e vicario provinciale. Il 3 novembre 2014, papa Bergoglio lo nomina amministratore apostolico della diocesi peruviana di Chiclayo, nonché vescovo titolare di Sufar. Il 12 dicembre dello stesso anno, festa di Nostra Signora di Guadalupe, il nunzio apostolico James Patrick Green lo ordina vescovo, nella cattedrale di Santa Maria. Motto episcopale: “In Illo uno unum”. Sono le parole utilizzate da sant’Agostino in un sermone (Esposizione sul Salmo 127), per spiegare che “sebbene noi cristiani siamo molti, nell’unico Cristo siamo uno.”
26 settembre 2015: Bergoglio lo nomina vescovo di Chiclayo. Marzo 2018: viene eletto secondo vicepresidente del Conferenza episcopale peruviana, nell’ambito della quale è presidente della Commissione per la cultura e l’educazione e membro del Consiglio economico.
Nel 2019, papa Francesco lo include tra i membri della Congregazione per il Clero; nel 2020, tra quelli della Congregazione per i Vescovi. Il 15 aprile 2020, viene nominato amministratore apostolico della diocesi peruviana di Callao.
Il 30 gennaio 2023, è promosso arcivescovo, con l’incarico di prefetto del Dicastero per i Vescovi e presidente della Pontificia Commissione per l’America Latina. Nel Concistoro del 30 settembre dello stesso anno, Bergoglio lo crea quindi cardinale, assegnandogli la diaconia di Santa Monica. Come capo dicastero, partecipa agli ultimi viaggi apostolici del papa argentino e alla prima e alla seconda sessione della XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi sulla sinodalità, che hanno luogo a Roma, rispettivamente dal 4 al 29 ottobre 2023 e dal 2 al 27 ottobre 2024. E, dall’8 maggio 2025, è il nuovo vescovo di Roma.

Un disperato bisogno di pace
Le reazioni all’elezione di Prevost al vertice della Chiesa cattolica non si sono fatte attendere e, in un momento storico caratterizzato da guerre e divisioni, da tensioni e nazionalismi, molti si soffermano sui ripetuti riferimenti del nuovo pontefice alla pace, “disarmata e disarmante”.
“L’Ucraina apprezza profondamente la posizione coerente della Santa Sede”, scrive il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky. “Auspichiamo il continuo sostegno morale e spirituale del Vaticano agli sforzi dell’Ucraina per ripristinare la giustizia e raggiungere una pace duratura.”
“Sono fiducioso che il dialogo costruttivo e l’interazione instaurati tra Russia e Vaticano continueranno a svilupparsi sulla base dei valori cristiani che ci uniscono”, dichiara sul fronte opposto il presidente russo Vladimir Putin.
C’è chi ipotizza che i richiami del nuovo pontefice alla pace potrebbero essere in qualche modo utilizzati da chi, in Europa, si oppone da mesi alla strategia del riarmo della presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen. Il governo ungherese, ostile al sostegno a Kiev da parte dell’Ue, non a caso rimarca proprio la parola “pace” nel discorso di Leone XIV, definito da Viktor Orban “una nuova speranza”.
Dal Medio Oriente, dove è in atto un’altra guerra e una crisi umanitaria senza precedenti, giunge la nota del presidente israeliano Isaac Herzog: “Siamo ansiosi di migliorare le relazioni tra Israele e la Santa Sede e di rafforzare l’amicizia tra ebrei e cristiani in Terra Santa e nel mondo”, scrive. Il premier Benyamin Netanyahu augura successo al “primo papa degli Stati Uniti”. Il ministro degli Esteri degli Emirati Arabi Uniti, lo sceicco Abdullah Bin Zayed Al Nahyan, auspica che il nuovo Papa “promuova il dialogo tra diverse religioni e la coesistenza tra le persone di diverse fedi.”
“L’Ue è pronta a lavorare a stretto contatto con la Santa Sede per affrontare le sfide globali e alimentare uno spirito di solidarietà, rispetto e gentilezza”, dichiarano congiuntamente Ursula von der Leyen e Antonio Costa, presidente del Consiglio europeo. La presidente dell’Eurocamera, Roberta Metsola, si augura che la “guida di Leone XIV sia un faro di speranza per tutti.”
“In questo 8 maggio questo nuovo pontificato sia portatore di pace e speranza”, sono le parole del presidente francese Emmanuel Macron.
Il neo-eletto cancelliere tedesco Friedrich Merz dichiara che il nuovo pontefice sta dando “speranza e guida a milioni di credenti in tutto il mondo in questi tempi difficili.”
Il premier spagnolo Pedro Sanchez si augura che il pontificato di Prevost “contribuisca a rafforzare il dialogo e la difesa dei diritti umani in un mondo bisognoso di speranza e unità.”
In una lettera indirizzata a Leone XIV dalla premier italiana Giorgia Meloni, si menziona tra l’altro la pace “di cui il mondo ha disperato bisogno e che Lei, dalla Loggia della Benedizioni, ha invocato più volte, richiamando l’incessante e instacabile azione portata avanti dal compianto Papa Francesco.”
“Congratulazioni al cardinale Robert Francis Prevost, appena nominato Papa”, è il messaggio del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. “È un grande onore realizzare che si tratta del primo Papa statunitense. “Che emozione, e che onore per il nostro Paese. Non vedo l’ora di incontrare Papa Leone XIV, sarà un momento di grande significato.”

La scelta del nome
È stato eletto l’8 maggio, giorno della Madonna di Pompei. E ottantesimo anniversario della fine della Seconda guerra mondiale in Europa. Qualcuno ha già definito il nuovo pontefice una risposta globale della Chiesa alle sfide di questo periodo così tormentato. Richiama, nel nome prescelto, Leone XIII, Gioacchino Pecci, che ha regnato dal febbraio 1878 al 20 luglio 1903, giorno della sua morte.
Leone XIII, cui molti riconoscono una forte connotazione sociopolitica, viene ricordato, tra l’altro, come il papa delle encicliche. Ne ha scritte ottantasei, nel tentativo di contrastare l’isolamento nel quale la Santa Sede era venuta a trovarsi, con la perdita del potere temporale conseguente all’Unità d’Italia. La sua enciclica più nota è la Rerum Novarum, dai tratti fortemente innovativi, perché pone i fondamenti della dottrina sociale della Chiesa.
La scelta del nome di un pontefice è ovviamente indicativo dell’impronta che intende imprimere al suo pontificato. Nell’impossibilità di proporre valutazioni all’indomani dell’elezione, gli esperti ed i meno esperti si stanno producendo, in queste ore, in ipotesi e proiezioni di come si rivelerà l’operato di Leone XIV.
C’è chi, riferendosi all’auspicata pace “disarmata e disarmante”, lo pone in linea con Giovanni XXIII, che voleva il cristiano pacificatore e non pacifista. Chi, riferendosi al fatto che ha recitato l’Ave Maria affidandosi alla madre del Salvatore, ritiene che si sia rivelato un papa mariano, come Karol Wojtyla. Chi, richiamando il suo passato di missionario, auspica che continui a riservare, come il predecessore, attenzione ai poveri, ai deboli, a chi vive ai margini. Il fatto che, nel presentarsi ai fedeli, abbia scelto un abito sontuoso, diversamente da Bergoglio, secondo alcuni suggerisce attitudini tradizionaliste nel concepire il ruolo del pontefice e della Chiesa.
La richiamata intervista a Rai Vaticano e al Tg1 si conclude con una riflessione sulla visione che Prevost ha della Chiesa e delle sue prerogative, forse paradigmatica di quello che sarà il suo operato: “Io penso che oggi la voce della Chiesa, non l’istituzione, ma Chiesa vissuta come comunione dei fedeli, con i martiri, con la presenza e la testimonianza di donne e uomini che danno la loro vita anche in situazioni di violenza e guerra, è una voce che offre grande speranza al mondo. Purtroppo non tutti hanno voglia di ascoltare il messaggio. Lì c’è una sfida molto grande per la Chiesa. Troppe volte abbiamo lasciato diventare istituzione la Chiesa. Ci sono dimensioni istituzionali ma quello non è il cuore che deve essere la Chiesa.”
Non resta che attendere il dispiegarsi del nuovo pontificato. Azzardiamo solo un’ipotesi e formuliamo un auspicio: che la personalità ricca ed eclettica di Prevost si riveli quella più idonea, in questa singolare congiuntura, a riaffermare l’unità e la solidità della Chiesa attraverso il rispetto, la comprensione e la sintesi di tutte le sue anime.
“Gravi accuse”?
Sono passate solo alcune ore dall’elezione di Leone XIV. Tra i tradizionalisti non sembra vi sia ancora piena identità di vedute sul nuovo papa. In certi ambienti aristocratici europei, si plaude all’elezione di Prevost definendolo “centrista, moderato, americano, colto, agostiniano, missionario, persona schiva e cordiale”, buona alternativa ai candidati più progressisti.
In un ambito più oltranzista, si è registrato, un singolare fenomeno giornalistico. Giorni fa, con singolare tempismo, un giornale on line cattolico tra i più conservatori, forse temendo che la possibile elezione di Prevost potesse imprimere alla Chiesa una deriva irrimediabilmente bergogliana, ha pubblicato un’inchiesta tesa a evocare una sua asserita responsabilità nel coprire due sacerdoti che, in Perù, sarebbero stati responsabili di abusi sessuali su minori. “È inquietante vedere tra i nomi dei papabili quelli di cardinali coinvolti in scandali per corruzione o abusi sessuali”, si legge nell’incisivo sommario dell’articolo in questione. “Come ad esempio Robert Prevost, ex prefetto del Dicastero per i vescovi, su cui pende una pesante accusa.”
Nelle ore successive all’elezione di Leone XIV, lo stesso quotidiano si accorge che il nuovo Pontefice “ha stupito ancora favorevolmente scegliendo come nome pontificale Leone XIV.” “Non i più quotati Giovanni, Paolo o Francesco”, considera, “Prevost, il Papa agostiniano missionario in Perù, sceglie il nome usato per l’ultima volta da un Papa nobile originario di Carpineto Romano. Il Pontefice della Rerum Novarum.”
E anche il suo esordio – “La pace sia con tutti voi, fratelli e sorelle carissime” – sembra rassicurare l’articolista, perché consiste in un augurio “evangelico come prime parole e non il profano ‘buonasera’” di Bergoglio.
Ancora: il nuovo pontefice rivelerebbe un “profilo meno schierato degli altri connazionali. Le parole sulla Chiesa sinodale hanno rassicurato le ‘vedove’ di Francesco, al tempo stesso il ritorno della mozzetta ha dato un segnale preciso che non si rivedranno gli eccessi del passato pontificato.”
Dunque, anche in un ambito ultraconservatore, un sospiro di sollievo. Ma Prevost non era accusato di qualcosa di inaudito e terribile? Nulla di importante, in fin dei conti. Anche perché, a pensarci bene, si trattava di accuse che, si legge su Today, “non sono mai state provate”. Cambiano i papi, ma certe dinamiche della comunicazione rimangono invariate.
*Camilo Herrera è il nome dietro cui si cela un sacerdote con una lunga esperienza pastorale e diplomatica. Ha studiato a Roma presso la Pontificia Università Gregoriana e ha lavorato in varie nunziature e congregazioni vaticane. Attualmente ricopre un incarico riservato come assistente di uno dei cardinali che ha votato all’ultimo conclave, motivo che lo costringe a utlizzare uno pseudonimo.



