In Italia un uomo con la licenza elementare o senza alcun titolo di studio muore in media 5,2 anni prima di un laureato. Per le donne sono 2,7. Non è una stima da bar: la produce l’Istat incrociando il censimento con le cause di morte, e il quadro è peggiore del singolo numero. Chi ha un titolo basso ha una probabilità di morire superiore del 35 per cento tra gli uomini e del 24 tra le donne; l’Istat calcola che il 18 per cento della mortalità maschile e il 13 di quella femminile sia attribuibile alle condizioni socioeconomiche legate al basso titolo. E se nasci nel Mezzogiorno ne perdi un altro, di anno, qualunque sia il tuo diploma.
A questo punto il lettore più attento obietterà: il titolo di studio non è il reddito. Vero, ed è esattamente per questo che gli epidemiologi lo usano. L’istruzione non cambia quando ti ammali, quindi non inquina l’analisi con la causa inversa, e riassume una vita intera: reddito, qualità della casa, esposizione sul lavoro, comportamenti, reti di sostegno. È il marcatore più pulito della classe d’origine che la statistica possieda. Quando l’Istat scrive “basso titolo di studio”, possiamo volgarmente tradurre con: chi è partito già in fondo.
E qui il dato diventa scandalo. Quei cinque anni non svaniscono: vengono ridistribuiti, e a gestire la ridistribuzione è lo Stato. L’età della pensione è agganciata alla speranza di vita media. Ma la media è una finzione contabile: chi vive meno della media incassa la pensione per meno tempo, chi vive di più la incassa più a lungo.
Gli economisti che hanno lavorato sulla materia con i dati Inps e dello Studio Longitudinale Torinese (Costa, Leombruni, d’Errico, Ardito) lo scrivono senza giri di parole: una pensione tarata su una speranza di vita unica trasferisce ricchezza da chi muore prima a chi muore dopo. Cioè dal basso verso l’alto. L’operaio che muore a settantatré anni finanzia, con i contributi versati e mai goduti, la lunga vecchiaia del dirigente. Lo Stato non assiste al trasferimento degli anni: lo amministra.
Tutto questo resta astratto finché non arriva un’estate come questa, che il meccanismo lo mostra in diretta. Il caldo è lo strumento più pulito che la disuguaglianza abbia per riscuotere, perché si lascia mappare. E le mappe ci sono.
Nelle città italiane, dopo le ondate di calore, la mortalità sale nei quartieri poveri e scende dove ci sono aria condizionata, terrazzi e giardini. Non è una metafora: è proprio questione di cartografia. Nell’estate del 2022 il caldo ha ucciso circa diciottomila persone in Italia, quasi un terzo di tutti i morti europei, più di qualunque altro Paese del continente. La mortalità da caldo tra gli anziani è cresciuta del 68% in vent’anni.
Bussa a tutte le porte ed entra da quelle che non si chiudono: il vecchio solo al quarto piano senza condizionatore, il malato cronico, il senzatetto, il migrante. “Un fatto sociale totale”, lo chiamano i demografi prendendo a prestito Mauss: un evento che mette a nudo la parte di realtà che di solito non si vede.
Ma c’è una metà del meccanismo più brutale dell’appartamento rovente. I poveri, nel caldo, non ci sopravvivono soltanto: ci lavorano. Greenpeace e Cgil, incrociando le mappe di rischio del progetto Worklimate con i dati Istat sull’occupazione, stimano che in questi giorni fino a un milione e mezzo di lavoratori siano esposti a rischio elevato di stress da calore: seicentomila nell’edilizia, cinquecentotrentamila tra logistica e rider, quasi trecentomila nella manutenzione del verde. E muoiono.

Il 23 giugno, nei campi tra Ospedaletto Lodigiano e Livraga, Giuseppe Vispa, cinquantasette anni, è caduto per un malore mentre lavorava sotto il sole. Pochi giorni prima, in un cantiere di Padova, Stefano Tonin, anche lui cinquantasette anni. Nessun laureato muore così. Per fortuna, aggiungiamo, ma la disuguaglianza è evidente, fisica, corporale.
Le Regioni hanno emanato tredici ordinanze diverse che vietano il lavoro all’aperto dalle 12.30 alle 16 nei giorni di rischio alto. Ma dietro la dicitura “pubblica utilità” la maggior parte dei cantieri pubblici non si ferma. Lo denuncia la Fillea-Cgil: i committenti, che sono enti pubblici, non fermano i cantieri per via delle penali e perché siamo perennemente in campagna elettorale e le opere pubbliche producono consensi.
I lavoratori, conclude il sindacato, possono essere sacrificati. Il provvedimento del governo con la cassa integrazione in deroga entra in vigore dal primo luglio: a emergenza già cominciata. E sotto tutto questo, sommerso, il caporalato: oltre mezzo milione di persone sotto padrone, in gran parte migranti, decine di migliaia in alloggi di fortuna. Il gradino più basso della scala sociale, quello che nelle statistiche per titolo di studio quasi non compare, perché spesso non è nemmeno censito.
A chi dirà che esagero, che in fondo qui c’è la sanità pubblica, rispondo con un numero che chiude il cerchio. Negli Stati Uniti lo stesso divario, tra l’uno per cento più ricco e l’uno per cento più povero, è di quasi quindici anni. Da noi è cinque. Quei dieci anni di differenza non sono genetica: sono il Servizio sanitario nazionale, l’unica grande infrastruttura che ha tolto un pezzo di sopravvivenza dal mercato.
I nostri cinque anni sono ciò che resta fuori dal muro. I dieci anni in meno statunitensi sono ciò che stiamo importando, e lo stiamo facendo una compartecipazione e una lista d’attesa alla volta. Lo dicono gli stessi epidemiologi: in Italia le disuguaglianze nella mortalità esistono, ma sono meno violente che altrove proprio grazie alla copertura universale.
Quindi no: i ricchi non muoiono prima. Comprano tempo, cinque anni, per adesso, in Italia, e a procurarglielo è lo Stato, che lo preleva da chi ne ha meno attraverso una pensione tarata sulla media, un cantiere che non si ferma, un’ordinanza che arriva a luglio, un muro sanitario che si lascia sgretolare. La morte non è in vendita. Il momento sì. E il conto, voce per voce, scorre sempre nella stessa direzione.



