Il 2 luglio, alla Camera dei Comuni, il primo ministro britannico Keir Starmer ha presentato le scuse ufficiali dello Stato per uno dei capitoli più a lungo rimossi della storia sociale del dopoguerra britannico: tra il 1949 e il 1976, in Inghilterra e Galles, si stima che almeno 185.000 bambini nati da madri non sposate siano stati sottratti alle loro madri e dati in adozione, spesso senza un consenso realmente libero.
Starmer ha definito la vicenda una macchia indelebile sulla storia del Paese, dicendo alle vittime presenti in aula che la vergogna non è mai stata loro, ma dello Stato. Le scuse arrivano dopo anni di battaglie di madri e figli adottati, e dopo un rapporto del 2022 della Commissione parlamentare congiunta sui diritti umani che aveva già chiesto al governo di scusarsi formalmente — richiesta che l’allora governo conservatore aveva respinto, sostenendo che lo Stato non avesse attivamente sostenuto queste pratiche. Scozia e Galles, che hanno un’autonomia legislativa su questi temi, si erano già scusate nel 2023.
Il meccanismo che portava a queste adozioni non era, quasi mai, una legge esplicita che imponesse la sottrazione del figlio. Era un sistema diffuso e informale, che attraversava assistenti sociali, medici, ostetriche, istituti religiosi e case per madri non sposate — le cosiddette mother and baby homes, gestite in gran parte da organizzazioni religiose come la Chiesa cattolica, la Chiesa anglicana e l’Esercito della Salvezza.
Una ragazza incinta e non sposata veniva spesso allontanata da casa, a volte di notte per non farsi vedere dai vicini, e mandata in una città lontana a partorire in segreto. Dopo il parto restava nell’istituto per circa dieci giorni — la prassi ospedaliera dell’epoca — e poi tornava a casa senza il bambino, con l’aspettativa esplicita che la famiglia non ne parlasse mai più.
La pressione a cedere il figlio non era quasi mai una singola decisione imposta con la forza fisica, ma un logoramento sistematico: la vergogna comunicata dalla famiglia, l’assenza di alternative economiche concrete per crescere un figlio da sole, il giudizio sociale pubblico, e in alcuni casi minacce dirette — l’avvertimento che eventuali figli futuri sarebbero stati tolti allo stesso modo, o il timore di conseguenze legali.
Le testimonianze raccolte dalla Commissione parlamentare descrivono donne lasciate sole in ospedale dopo il parto, talvolta impossibilitate perfino a vedere il proprio bambino, e per decenni costrette dalle proprie stesse famiglie a non nominare mai più quella figlia o quel figlio.

Il fattore che rendeva una donna vulnerabile a questo sistema non era semplicemente la povertà economica. Era una combinazione più ampia di isolamento: l’assenza di una famiglia disposta a sostenerla, la giovane età, la mancanza di un compagno presente — i padri, quasi sempre, sparivano dalla scena — e il peso della “rispettabilità” come categoria sociale, che in certe comunità proteggeva anche famiglie modeste ma radicate, e in altre abbandonava del tutto ragazze sole, indipendentemente dal reddito.
È un dettaglio importante, perché racconta come il controllo sociale sul corpo delle donne in quegli anni funzionasse non solo attraverso il denaro, ma attraverso l’assenza di rete: chi non aveva nessuno a difenderla — famiglia, comunità, un compagno pronto a sposarla — era la più esposta, ricca o povera che fosse.
Insieme alle scuse, Starmer ha annunciato un pacchetto di misure di sostegno per le madri e i figli coinvolti, tra cui un accesso più semplice ai documenti relativi alle adozioni e un supporto psicologico dedicato — un tentativo tardivo di risposta a un problema che la stessa Commissione parlamentare aveva segnalato nel 2022: l’assistenza terapeutica per chi porta ancora oggi il peso di quella separazione resta scarsa e difficile da ottenere.
Quello che resta, oltre la cifra e le scuse formali, è la conferma di un meccanismo che la storia sociale conosce bene e che si ripete sotto forme diverse: quando lo Stato e le istituzioni religiose decidono chi è degno di essere madre, il criterio non è mai neutro.
Non era, in questo caso, solo il portafoglio. Era la solitudine di una donna senza nessuno pronto a difenderla — il che, per un’analisi che voglia essere onesta, è una forma di vulnerabilità più larga della povertà, ma che con la povertà condivide la stessa radice: l’assenza di potere contrattuale di fronte a un’istituzione che ha già deciso cosa farà di te.



