La dignità della Colombia di Petro nella risposta alle deportazioni

Quello che segue è il testo che il presidente della Colombia, Gustavo Petro, socialista, ha indirizzato a Trump (via X) lo scorso 26 gennaio quando la Colombia ha provato a rifiutare che i migranti deportati dagli States dopo le retate in varie città, venissero rispediti con voli militari, privandoli della dignità e trattandoli come criminali. Per la narrazione fascistoide è cruciale che la povertà venga associata a una condizione deviante di chi la subisce, per sottrarla alle responsabilità di chi la produce. Vale per l’America come per l’Italia e ovunque al tempo del liberismo.
Nei giorni successivi, la reazione feroce di Trump ha dato vita a una sorta di guerra commerciale, la prima giocata sui social.
Infatti, quando la Colombia ha vietato l’ingresso ai voli militari statunitensi con a bordo i colombiani espulsi, finché ai migranti non sarà garantito un “trattamento dignitoso”, la ritorsione del miliardario presidente Usa è stata l’annuncio di dazi massicci e sanzioni contro il governo del colombiano. Petro ha chiesto un protocollo che garantisca il rispetto dei diritti umani prima di accettare qualunque rimpatrio dagli Usa e ha messo a disposizione il suo aereo presidenziale per il rimpatrio dei connazionali dagli Usa, dopo aver polemizzato sul fatto che anche in Colombia “ci sono 15.666 statunitensi irregolari” che, tuttavia, “se lo desiderano possono stare in Colombia” perché “siamo l’opposto dei nazisti”. Il Dipartimento di Stato Usa, intanto, decideva di chiudere la sezione visti dell’ambasciata degli Stati Uniti a Bogotà. Poi, Trump in persona, con un post social su Truth, ha sciorinato l’elenco di misure di ritorsione, accusando “il presidente socialista Petro” di aver “messo a repentaglio la sicurezza nazionale e la sicurezza pubblica degli Stati Uniti” rifiutando l’ingresso a due voli Usa “con un gran numero di criminali illegali”: tra le misure, ci sono dazi al 25% che saliranno al 50% in una settimana, divieto di ingresso e revoca dei visti per tutti i dirigenti governativi colombiani, i loro alleati e sostenitori, ispezioni doganali e di protezione delle frontiere rafforzate di tutti i cittadini colombiani e merci per motivi di sicurezza nazionale, sanzioni del tesoro, bancarie e finanziarie. “Queste misure sono solo l’inizio”, è stata la minaccia di Trump. Il giorno appresso, il 27 gennaio, il ministero degli Esteri della Colombia ha comunicato in una nota ufficiale che è decollato da Bogotá alla volta di San Diego, negli Stati Uniti, un volo della sua aeronautica per trasportare i cittadini colombiani espulsi dall’amministrazione statunitense di Donald Trump ma mai atterrati per ordine del presidente Gustavo Petro. Non sarà l’unico. Quel giorno era il Giorno della Memoria e Petro ha paragonato la deportazione di immigrati privi di documenti dagli Stati Uniti con il trasporto di persone nei campi di concentramento nazisti nella seconda guerra mondiale durante l’insediamento del nuovo ministro degli Esteri di Bogotà, Laura Sarabia.
In questo round, sembra averla spuntata Trump. A quelli come lui piace vincere facile. Ma le parole di Petro le vogliamo conservare perché forse contengono il sapere della resistenza e il germe della riscossa. Buona lettura

Trump, non mi piace molto viaggiare negli Stati Uniti, è un po’ noioso, ma confesso che ci sono cose meritorie, mi piace andare nei quartieri neri di Washington, lì ho visto una battaglia tra neri e latinos con barricate nella capitale degli Stati Uniti, che mi è sembrata una stronzata, perché dovrebbero unirsi.
Confesso che mi piacciono Walt Withman e Paul Simon e Noam Chomsky e Miller.
Confesso che Sacco e Vanzetti, che hanno il mio sangue, nella storia degli Stati Uniti, sono memorabili e li apprezzo. Sono stati assassinati, dirigenti operai, con la sedia elettrica, dai fascisti che sono dentro gli Stati Uniti come dentro il mio Paese.
Non mi piace il tuo petrolio, Trump, che sta per spazzare via la specie umana per avidità. Forse un giorno, davanti a un bicchierino di whisky che accetto, nonostante la mia gastrite, potremo parlare francamente di questo, ma è difficile perché mi considerate una razza inferiore e io non lo sono, né lo è alcun colombiano.

Di Departamento Nacional de Planeación – Foto Oficial Presidente Gustavo Petro, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=122382638


Quindi se c’è qualcuno che è testardo, quello sono io, punto e basta. Con la vostra forza economica e la vostra arroganza potete cercare di fare un colpo di Stato come avete fatto con Allende. Ma io muoio nella mia giustizia, ho resistito alla tortura e resisto a voi. Non voglio schiavisti dalla parte della Colombia, ne abbiamo già avuti molti e ci siamo liberati da soli. Quello che voglio dalla parte della Colombia sono gli amanti della libertà. Se non potete accompagnarmi, andrò altrove. La Colombia è il cuore del mondo e voi non l’avete capito, questa è la terra delle farfalle gialle, della bellezza di Remedios, ma anche dei colonnelli Aurelianos Buendia, di cui io sono uno di loro, forse l’ultimo.
Voi mi ucciderete, ma io sopravviverò nel mio villaggio che è proprio davanti al vostro, nelle Americhe. Siamo il popolo dei venti, delle montagne, del Mar dei Caraibi e della libertà.
Non vi piace la nostra libertà, ok. Non stringo la mano agli schiavisti bianchi. Stringo la mano ai bianchi libertari eredi di Lincoln e ai contadini bianchi e neri degli USA, davanti alle cui tombe ho pianto e pregato su un campo di battaglia, che ho raggiunto, dopo aver camminato sulle montagne della Toscana italiana e dopo essermi salvato dal Covid.
Voi siete gli Stati Uniti e io non mi inginocchio davanti a voi, o davanti a nessun altro.
Mi deponga, presidente, e le Americhe e l’umanità risponderanno.
Colombia ora smetti di guardare a nord, guarda il mondo, il nostro sangue viene dal sangue del Califfato di Cordoba, la civiltà di allora, dei Latini romani del Mediterraneo, la civiltà di allora, che fondarono la repubblica, la democrazia di Atene; il nostro sangue ha i neri resistenti trasformati in schiavi da voi. In Colombia c’è il primo territorio libero dell’America, prima di Washington, di tutta l’America, lì mi rifugio nei suoi canti africani.
La mia terra è una terra di orafi fin dai tempi dei faraoni egiziani e dei primi artisti del mondo a Chiribiquete.
Non ci dominerete mai. Si oppone a voi il guerriero che cavalcava le nostre terre gridando libertà e che si chiama Bolivar.
I nostri popoli sono un po’ timorosi, un po’ timidi, sono ingenui e gentili, amorevoli, ma sapranno conquistare il Canale di Panama, che ci avete sottratto con la violenza. Duecento eroi di tutta l’America Latina giacciono a Bocas del Toro, l’odierna Panama, ex Colombia, che avete assassinato.
Alzo una bandiera e, come ha detto Gaitan, anche se rimarrò solo, continuerà ad essere alzata con la dignità latinoamericana che è la dignità dell’America, che il vostro bisnonno non ha conosciuto e il mio sì, signor Presidente, immigrato negli Stati Uniti.
Il vostro blocco non mi spaventa, perché la Colombia, oltre a essere il Paese della bellezza, è il cuore del mondo. So che lei ama la bellezza come me, non le manchi di rispetto e le porterà la sua dolcezza.
La Colombia è aperta al mondo intero, a braccia aperte, siamo costruttori di libertà, di vita e di umanità.
Sono stato informato che avete messo una tariffa del 50% sul nostro frutto del lavoro umano per entrare negli Stati Uniti, io faccio lo stesso.
Che il nostro popolo possa piantare il mais che è stato scoperto in Colombia e nutrire il mondo.