Sudafrica, i migranti pagano il fallimento dello Stato

A Durban, migliaia di malawiani aspettano di tornare a casa. Alcuni sono già partiti, altri sono in viaggio, altri ancora sono stati formalmente espulsi. Dormono, aspettano, protestano, salgono sugli autobus, restano bloccati nei centri temporanei, diventano numeri in una procedura che ormai non distingue più fino in fondo tra rimpatrio volontario, fuga dalla paura e deportazione.

Il Sudafrica sta rimandando in Malawi migliaia di cittadini malawiani, dopo settimane di tensioni anti-immigrati, minacce e proteste. A Sherwood, nell’area di Durban, si sono radunate migliaia di persone. Donne, bambini, uomini che vivevano da anni nel Paese e che ora raccontano la stessa cosa: restare è diventato troppo pericoloso.

La scena è potente perché ribalta la narrazione ordinaria sull’immigrazione. Non ci sono solo autorità che espellono e migranti che resistono. Ci sono migranti che chiedono di essere portati via.

Che vogliono tornare in un Paese più povero perché il Paese più ricco in cui avevano cercato lavoro è diventato ostile. È una sconfitta per tutti: per loro, per il Sudafrica, per l’idea stessa di convivenza africana.

Il governo sudafricano sostiene che molti dei cittadini malawiani presenti siano privi di documenti e debbano quindi passare da una procedura legale prima dell’espulsione. Ha istituito canali accelerati, tribunali dedicati, centri temporanei. Il Malawi, a sua volta, cerca autobus, fondi, assistenza per riportare indietro i propri cittadini.

Ma dietro l’ingranaggio amministrativo c’è una domanda più grande: perché così tante persone si sono sentite costrette a scappare? La risposta non sta solo nei documenti. Sta nella paura.

Il Sudafrica vive da anni una tensione crescente contro gli stranieri africani. Malawiani, mozambicani, zimbabwesi, nigeriani, ghanesi e altri migranti vengono accusati di togliere lavoro, occupare case, pesare sui servizi pubblici, alimentare criminalità. È una retorica nota, non solo sudafricana.

Funziona ovunque allo stesso modo: quando lo Stato non riesce a garantire dignità, qualcuno deve essere indicato come responsabile. Il migrante è il bersaglio perfetto, perché è povero, visibile e politicamente debole.

Il Sudafrica non è invaso. I dati ufficiali parlano di circa 2,4 milioni di persone nate all’estero su una popolazione di oltre 60 milioni. Una presenza significativa, certo, ma lontana dall’immagine apocalittica costruita dai movimenti anti-immigrati. Eppure la percezione conta più dei numeri, soprattutto quando incontra disoccupazione, criminalità, servizi pubblici fragili, case insufficienti e una disuguaglianza che il Paese non ha mai davvero superato.

Qui sta il cuore della vicenda. Il Sudafrica ha sconfitto l’apartheid come sistema politico, ma non ha sconfitto l’architettura sociale che l’apartheid ha lasciato: povertà nera, periferie abbandonate, lavoro scarso, rabbia compressa, aspettative tradite.

In questo vuoto, il migrante africano diventa il concorrente immaginario del povero sudafricano. Non il padrone, non il grande gruppo economico, non il funzionario corrotto, non il fallimento delle politiche pubbliche. Il migrante.

È la forma più crudele della guerra tra poveri: chi ha poco viene spinto a difenderlo da chi ha ancora meno.

Le autorità sudafricane dicono di voler far rispettare la legge. E il rispetto delle regole migratorie è un tema reale. Nessuno Stato può rinunciare a sapere chi entra, chi lavora, chi resta. Ma quando l’applicazione della legge arriva dentro un clima di minaccia, linciaggio morale e paura fisica, il confine tra controllo amministrativo e pressione xenofoba diventa sottile.

Le violenze contro gli stranieri non sono una novità. Nel 2008 il Sudafrica fu attraversato da una delle peggiori ondate xenofobe della sua storia recente, con decine di morti e migliaia di sfollati. Nel 2015 nuovi attacchi partirono da Durban e arrivarono a Johannesburg. Nel 2019 altre rivolte colpirono attività e comunità straniere.

“Children in search of a future” by DFID – UK Department for International Development is licensed under CC BY-NC-ND 2.0.

Negli ultimi anni movimenti anti-migranti hanno occupato lo spazio pubblico, promettendo di difendere i sudafricani dagli stranieri e trasformando l’irregolarità amministrativa in una colpa collettiva.

Il risultato è che oggi anche chi avrebbe titolo per restare può sentirsi in pericolo. Perché la folla non controlla i permessi di soggiorno. La folla riconosce un accento, una lingua, una provenienza, un volto. La xenofobia non distingue tra regolare e irregolare. Distingue tra “noi” e “loro”.

Il presidente Cyril Ramaphosa ha avvertito che i migranti non possono essere trasformati in capri espiatori dei problemi del Sudafrica. È una frase giusta. Ma arriva dentro un Paese in cui lo stesso Stato aumenta le deportazioni, rafforza i controlli, promette fermezza e prova a rispondere alla pressione sociale mostrando muscoli amministrativi.

Da una parte condanna la violenza. Dall’altra cerca di dimostrare che sull’immigrazione “sta facendo qualcosa”.

È una tensione politica difficile, ma rivelatrice. Quando la società chiede un colpevole, il governo rischia di offrire una procedura. Espellere diventa più facile che ricostruire servizi pubblici, creare lavoro, combattere disuguaglianze, proteggere comunità vulnerabili, spezzare le reti criminali che sfruttano i migranti. La deportazione è visibile. La giustizia sociale richiede tempo.

Il caso dei malawiani mostra anche un altro fallimento: quello dell’integrazione regionale africana. Il Sudafrica è il gigante economico dell’Africa australe. Per decenni ha attratto lavoratori dai Paesi vicini. Miniere, edilizia, servizi, commercio informale, lavoro domestico: interi pezzi dell’economia sudafricana hanno beneficiato della mobilità africana. Ma quando la crisi interna si fa più dura, quella stessa mobilità viene raccontata come invasione.

Così il Malawi si ritrova a ricevere cittadini che erano partiti per cercare reddito, lavoro, possibilità. Tornano spesso senza risparmi, senza casa, senza reinserimento, con addosso la vergogna della fuga e la paura della violenza. Il rimpatrio non è un ritorno romantico. È il fallimento di un progetto migratorio, spesso familiare, spesso collettivo.

Dietro ogni autobus c’è una rete di rimesse che si interrompe, una famiglia che perde entrate, una comunità che dovrà assorbire un nuovo carico di povertà.

Per questo non basta dire che il Sudafrica sta espellendo migranti irregolari. Sta esportando verso Paesi più poveri una parte della propria crisi sociale. E lo fa mentre dentro i propri confini resta intatta la domanda che ha acceso la rabbia: perché tanti sudafricani, trent’anni dopo la fine dell’apartheid, vivono ancora senza lavoro, senza sicurezza, senza fiducia nello Stato?

Il migrante malawiano non è la causa di questa domanda. È la risposta sbagliata. La povertà non produce automaticamente solidarietà. A volte produce paura, rancore, competizione, ricerca di un nemico. Se non viene governata con diritti, lavoro e servizi, la povertà diventa materia infiammabile. E la politica, invece di spegnerla, può usarla.

Oggi i malawiani lasciano il Sudafrica perché non si sentono più al sicuro. Alcuni vengono deportati. Altri tornano perché la vita è diventata impossibile. Altri ancora resteranno, nascosti, più vulnerabili di prima, pronti a essere sfruttati da datori di lavoro senza scrupoli proprio perché privi di protezione.

È il paradosso di ogni caccia al migrante: promette ordine, ma produce più clandestinità, più paura, più ricattabilità.

Il Sudafrica ha imparato a dire mai più all’apartheid. Ma non ha ancora imparato a dire mai più alla fabbrica sociale che produce esclusione. E quando quella fabbrica resta accesa, qualcuno deve sempre finire dall’altra parte del cancello.

Oggi sono i malawiani. Domani sarà un altro povero, abbastanza vicino da essere visto e abbastanza debole da essere cacciato.

“Shaking on it” by valkyrieh116 is licensed under CC BY-SA 2.0.