Hong Kong: la città dei ricchi cambia il conto dei poveri

Hong Kong è salita al secondo posto mondiale nella classifica della competitività. Nello stesso tempo, il suo governo ha pubblicato un rapporto di oltre duecento pagine per raccontare l’impatto della nuova strategia contro la povertà.

Due notizie uscite quasi insieme, perfette per descrivere il paradosso di una città che sa misurare molto bene la propria efficienza economica, ma fatica ancora a guardare fino in fondo la povertà che produce.

Certo, il governo di Hong Kong ha messo in campo programmi sociali, servizi, interventi mirati. Il punto però è capire che cosa succede quando cambia il modo di contare i poveri.

Per anni il riferimento più immediato è stato il reddito: una soglia di povertà costruita intorno al 50% del reddito mediano familiare, corretta in base alla dimensione del nucleo. Un criterio imperfetto, certo. Nessuna misura statistica riesce da sola a raccontare la vita dentro una stanza suddivisa, l’ansia di un affitto impossibile, la solitudine di un anziano povero, la fatica di una madre sola, il caldo soffocante in un alloggio senza spazio.

Ma il reddito aveva almeno una virtù brutale: diceva quanti soldi mancavano.

Ora Hong Kong sposta il baricentro. Meno centralità alla soglia basata sul reddito, più attenzione alla povertà “mirata”: anziani, famiglie monoparentali, persone che vivono in appartamenti suddivisi, beneficiari di programmi specifici, indicatori multidimensionali, valore monetizzato dei servizi pubblici ricevuti.

Il governo chiama tutto questo una lettura più completa. E in parte lo è. La povertà non è solo reddito. È casa, salute, istruzione, cura, mobilità, reti sociali, accesso ai servizi.

Ma proprio qui nasce il problema. Se il nuovo metodo serve a vedere meglio ciò che il reddito non mostra, è un passo avanti. Se invece serve a raccontare meglio ciò che il governo fa, rischia di diventare un’operazione politica. Non più la domanda: quante persone non hanno abbastanza per vivere? Ma: quanto valore trasferisce lo Stato attraverso i suoi programmi?

La differenza è enorme. Nel primo caso si parte dai poveri. Nel secondo si parte dall’amministrazione.

Il rapporto sulla povertà arriva in un momento tutt’altro che neutro. Pochi giorni prima, Xia Baolong, il responsabile di Pechino per gli affari di Hong Kong e Macao, era stato in città per verificare i progressi dell’amministrazione.

Il governo locale, guidato da John Lee, sta preparando il primo piano quinquennale di Hong Kong, costruito in sintonia con il quindicesimo piano quinquennale nazionale cinese. Il messaggio politico è chiaro: Hong Kong deve mostrare direzione, disciplina, risultati, allineamento.

In questa cornice anche la povertà diventa una questione di performance. Obiettivi raggiunti, Kpi rispettati, servizi erogati, beneficiari raccontati, valore sociale trasferito. È il linguaggio della governance efficiente. Ma la povertà non è una slide da chiudere con il segno positivo. È una condizione che continua a mordere anche quando un indicatore migliora.

Hong Kong conosce bene questa contraddizione. È una delle capitali finanziarie del mondo, una città verticale, ricchissima, competitiva, con una capacità straordinaria di attrarre capitali. Ma è anche il luogo delle case-gabbia, degli appartamenti suddivisi, delle stanze affittate a prezzi impossibili, degli anziani poveri, delle famiglie costrette a vivere dove lo spazio è un privilegio.

Foto Benlisquare / Wikimedia Commons – CC BY-SA 4.0

Il lusso e la miseria non sono due mondi separati: spesso stanno nello stesso quartiere, nello stesso isolato, nella stessa economia.

Per questo cambiare il metro della povertà non è mai una questione innocente. Una soglia di reddito può essere rozza, ma obbliga il potere a rispondere a una domanda secca: quante persone stanno sotto?

Un sistema di indicatori multidimensionali può essere più sofisticato, ma può anche rendere più difficile vedere il numero nudo. Può distribuire la povertà in tante caselle, tanti gruppi, tante misure, fino a far perdere il quadro generale. La povertà, allora, non scompare. Si frammenta.

Diventa povertà abitativa, povertà anziana, povertà educativa, povertà familiare, povertà di cura. Tutte categorie utili, purché non servano a nascondere l’evidenza: chi non ha abbastanza reddito resta povero anche se riceve un servizio, una visita, un programma, un intervento temporaneo.

Un appartamento indegno resta indegno anche se entra in una strategia mirata. Una vita senza margine resta senza margine anche se il governo ne calcola il valore sociale assistito.

Il rischio è che Hong Kong sostituisca la fotografia della povertà con il portfolio delle politiche pubbliche. Non più: ecco cosa manca alle persone. Ma: ecco cosa abbiamo fatto per loro. Sono due cose diverse, e confonderle conviene sempre al potere.

C’è poi un elemento che riguarda direttamente la Cina. Non perché Pechino abbia semplicemente imposto una tabella statistica. Sarebbe una lettura troppo facile. La questione è più sottile. Il governo di Hong Kong vuole dimostrare di essere una macchina amministrativa allineata, capace di pianificare, misurare, coordinare uffici diversi, trasformare problemi sociali in obiettivi gestibili.

È la grammatica del piano quinquennale applicata a una città che per decenni ha costruito la propria identità sull’autonomia economica, sul mercato, sulla finanza globale.

La povertà entra così in una nuova lingua. Non più solo disuguaglianza scandalosa dentro una città ricchissima. Ma campo di prova della capacità amministrativa. Il povero diventa beneficiario. Il bisogno diventa indicatore. La casa-gabbia diventa target. La politica sociale diventa rendicontazione.

Ma chi vive in una stanza senza aria non ha bisogno di essere trasformato in prova dell’efficienza pubblica. Ha bisogno di spazio, reddito, casa, stabilità, diritti. Ha bisogno che la città più competitiva del mondo non consideri normale che una parte dei suoi abitanti sopravviva in condizioni indegne.

Il caso di Hong Kong parla anche a noi. Ogni volta che un governo cambia il modo di misurare la povertà, bisogna chiedersi se sta cercando di capirla meglio o di renderla più governabile nel racconto pubblico.

Anche in Europa, anche in Italia, la povertà viene spesso spezzata in categorie, bonus, target, indicatori, platee, requisiti. E più la misurazione diventa complessa, più il povero rischia di sparire dietro la macchina che dovrebbe aiutarlo.

Naturalmente il reddito non basta. Una politica seria deve guardare alla casa, alla salute, alla scuola, al lavoro, alla solitudine, alla disabilità, alla cura. Ma senza una misura chiara della mancanza di denaro, la povertà perde il suo centro materiale. Diventa disagio, vulnerabilità, fragilità, bisogno.

Parole vere, ma spesso più comode. Perché “povertà” chiama in causa la distribuzione della ricchezza. “Fragilità” sembra chiedere solo un progetto.

Hong Kong resta una lezione perfetta del nostro tempo: una città può essere ricchissima e lasciare indietro chi non riesce a pagare una stanza decente. Può essere seconda al mondo per competitività e avere persone che dormono in rifugi improvvisati. Può celebrare la propria efficienza mentre cambia il modo di contare chi resta fuori dalla promessa del benessere.

Il problema, allora, non è solo quanti poveri ci sono. È chi ha il potere di contarli, definirli e, alla fine, renderli meno visibili.

“Hong Kong Market” by David Guyler is licensed under CC BY-NC 2.0.