Dighe fantasma e mazzette: il cuore della protesta filippina

A Manila, domenica scorsa, migliaia di persone hanno occupato strade e piazze per accusare il governo di aver dirottato fondi miliardari destinati ai progetti anti-alluvione. Non è stata solo indignazione: è stata una richiesta esplicita di giustizia, arrivata dopo che il presidente Ferdinand Marcos Jr. a luglio aveva ammesso anomalie in opere annunciate come già completate. Greenpeace ha stimato un ammanco colossale: circa mille miliardi di pesos (17,6 miliardi di dollari) spariti lungo la filiera dei cantieri.

La scelta della data non è stata casuale. Il 21 settembre è l’anniversario della legge marziale proclamata nel 1972 da Ferdinand Marcos Sr.: il passato autoritario è tornato sullo sfondo mentre la folla sventolava cartelli con slogan contro la corruzione e contro i “nepo babies”, i figli e i parenti di appaltatori e funzionari finiti al centro dello scandalo, spesso esibiti sui social tra jet privati e borse firmate. “Il loro lusso, la nostra miseria”, si leggeva sui cartelli più fotografati.

La mattina si è aperta con una corsa di solidarietà di dieci chilometri attraverso Manila; alle 6.30, durante la messa, un sacerdote ha letto l’appello della Conferenza episcopale a unirsi alle proteste: “Non c’è controllo sulle inondazioni perché non c’è controllo sull’avidità”. La mobilitazione si è distesa tra Rizal Park e l’EDSA, luoghi-simbolo della storia filippina. Gli organizzatori hanno chiesto di restare pacifici; ci sono stati comunque scontri isolati con la polizia in tenuta antisommossa e alcuni arresti.

Perché si protesta: soldi sottratti, città più fragili

Le Filippine convivono con monsoni e tifoni; per questo gli argini, i canali scolmatori e le vasche di laminazione non sono un dettaglio tecnico: sono la differenza tra un quartiere allagato e uno salvo. Qui sta il cuore della protesta: i fondi per queste opere, spacciate per concluse, non hanno protetto nessuno quando a luglio le piogge hanno trasformato Manila in un fiume marrone fino alla vita. Le ispezioni sul campo hanno trovato cantieri mai partiti o lavori eseguiti male. La piazza chiede: recupero dei soldi, processi veri, appalti trasparenti.

Cosa sta succedendo: commissioni, rimpasti, nervi scoperti

Marcos Jr. ha provato a mettersi a capo della bonifica: ha istituito una commissione indipendente d’inchiesta e il Senato ha avviato una propria indagine. Nel frattempo, la scossa ha attraversato le istituzioni: presidente del Senato e speaker della Camera sono stati sostituiti sull’onda dello scandalo. È un segnale chiaro: gli equilibri di potere cambiano e la maggioranza presidenziale non è più intoccabile.

Il presidente ha detto di essere “arrabbiato” quanto la gente. È una scommessa politica: abbracciare la domanda di pulizia per separarsi dal peso del cognome. Ma se le inchieste dovessero fermarsi a metà o se emergessero responsabilità tra alleati vicini, la strategia potrebbe rivoltarsi contro il capo dello Stato.

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Una protesta larga: Chiesa, famiglie, generazioni diverse

In piazza si sono rivisti i volti della società civile: attivisti, studenti, famiglie intere. Due signore di sessantotto anni, che avevano manifestato contro la dittatura negli anni Ottanta, hanno raccontato la frustrazione di rivedere gli stessi schemi di corruzione; allo stesso tempo hanno detto di aver ritrovato speranza nel numero di giovani scesi in strada. La Chiesa cattolica ha dato copertura morale; gli organizzatori hanno evitato parole d’ordine su “dimissioni subito”, puntando a tenere unito un fronte ampio e trasversale.

Non solo Filippine: l’onda del malcontento regionale

Il contesto conta: in queste settimane il Sud-Est asiatico ha visto cortei anche in Indonesia (contro la spesa pubblica giudicata eccessiva in tempi duri) e in Nepal (proteste contro il divieto dei social e le disuguaglianze, poi degenerate in violenze e crisi di governo). Manila si inserisce in questa scia, ma con una peculiarità: qui il detonatore è la sicurezza quotidiana di fronte a un clima che intensifica le alluvioni.

Le prospettive di cambiamento

Due passaggi diranno se la protesta diventerà cambio reale. Primo: poteri e risultati della commissione indipendente e dell’indagine del Senato—accesso agli atti, audizioni pubbliche, rinvii a giudizio. Secondo: i contratti. Se arriveranno gare trasparenti, blacklist degli appaltatori infedeli, ispezioni obbligatorie e pubblicazione di cronoprogrammi cantiere per cantiere, allora la promessa di Marcos Jr. si tradurrà in fatti. Altrimenti la piazza tornerà, più arrabbiata.

Una memoria che pesa sul presente

Che le manifestazioni siano esplose nel 53° anniversario della legge marziale non è un dettaglio. La gente non contesta solo sprechi e tangenti: contesta l’idea che si possa tornare a una politica senza controlli. Per molti, scendere in strada è stato un atto di memoria attiva: evitare che il passato, sotto nuove forme, si ripresenti.

Un sistema messo a nudo

Le proteste di domenica sono la più forte chiamata alle responsabilità da quando Marcos Jr. è stato eletto. Hanno messo a nudo un sistema di opere pubbliche permeabile alla corruzione proprio nel settore che dovrebbe difendere i cittadini dagli estremi climatici. Ora la politica filippina è davanti a un bivio: o trasforma l’indignazione in riforme verificabili, oppure prepara il terreno a una nuova stagione di scontri e sfiducia.

“Ferdinand Marcos Jr. Official Presidential Portrait” by Gab and Countries is licensed under CC BY-SA 4.0.