Filippine, la faida al potere sopra milioni di poveri

La guerra tra dinastie si combatte mentre la povertà resta il terreno su cui quella politica si legittima. Nelle Filippine questa frase non è una metafora: è la cronaca di queste settimane. Da una parte c’è Rodrigo Duterte, l’ex presidente che ha costruito consenso con la “guerra alla droga” e oggi si ritrova davanti alla Corte penale internazionale.

Il 23 febbraio 2026 si è aperta all’Aia l’udienza di conferma delle accuse per crimini contro l’umanità (tre capi di omicidio), con l’accusa che lo descrive come figura “pivotal” nell’architettura delle uccisioni. I giudici decideranno entro circa 60 giorni se rinviarlo a processo.

Dall’altra parte c’è Sara Duterte, vicepresidente e figlia, che ha appena fatto la mossa più netta: ha annunciato la corsa alle presidenziali del 2028 attaccando frontalmente Ferdinand “Bongbong” Marcos Jr e attribuendogli corruzione e problemi del Paese. Non è solo ambizione personale: è la certificazione che l’alleanza Marcos–Duterte che ha vinto nel 2022 è ormai un campo di battaglia.

Marcos, del resto, non è un semplice comprimario nella faida: è l’altra metà della dinastia. Ferdinand “Bongbong” Marcos Jr governa con un cognome che porta ancora addosso l’ombra della legge marziale e del saccheggio del vecchio regime, e per questo ha un bisogno strutturale di legittimazione: presentarsi come presidente “normale”, istituzionale, affidabile per investitori e alleati, capace di amministrare senza il culto della violenza e senza l’estetica della vendetta.

È anche il motivo per cui la rottura con i Duterte non è solo una questione di carattere: è una scelta di potere. Tenere Sara in casa significava tenersi anche una parte del suo mondo — il metodo, la retorica, la macchina — e pagarne il prezzo politico e internazionale.

Scaricarla significa provare a ricomporre il controllo del governo e dell’apparato, ma accettando il rischio più alto: trasformare l’ex alleato in rivale frontale e rimettere in circolo, come arma di campagna, la promessa più tossica e più spendibile nelle periferie: l’ordine imposto con la forza.

E infatti, mentre lei si candida, in Parlamento si muove la lama istituzionale più affilata: una nuova ondata di denunce di impeachment contro Sara Duterte (accuse che vanno da corruzione ad abuso di fiducia pubblica, secondo i firmatari), usate come leva in una guerra di posizione dentro lo Stato.

Fin qui, il “teatro alto” della politica. Ma il punto vero è un altro: nelle Filippine la lotta tra élite non avviene sopra una società stabile, avviene sopra una società che resta fragile. L’economia cresce, sì: la Banca Mondiale stima una crescita intorno al 5,3% nel 2025 (con variazioni tra report e aggiornamenti), un ritmo che molti Paesi si sognano.

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Ma la crescita non coincide automaticamente con sicurezza sociale, perché il Paese vive di rimesse, lavoro informale, prezzi del cibo, shock climatici, servizi pubblici diseguali. E la povertà resta numericamente enorme: le statistiche ufficiali indicano che nel 2023 il 15,5% della popolazione viveva sotto la soglia nazionale di povertà, cioè circa 17,5 milioni di persone.

È su questo terreno che la politica “si legittima”. Duterte padre lo fece nel modo più brutale e più efficace: presentando la violenza come ordine e l’ordine come riscatto per chi vive ai margini. I morti — ricordano da anni ONG e familiari delle vittime — sono stati soprattutto corpi poveri, quartieri poveri, sospetti poveri.

Oggi quella stagione torna come procedimento internazionale e spacca il Paese: per una parte è giustizia, per un’altra è un attacco politico, per molti è solo l’ennesima guerra di potere.

Sara Duterte prova a ereditare quel capitale politico, ma deve farlo in un contesto più complicato: il blocco sociale non basta se lo Stato ti si rivolta contro. Per questo l’impeachment non è solo una minaccia giudiziaria: è un segnale di controllo.

Per questo la vicenda ICC del padre non è solo un processo: è un detonatore che può trasformare la politica in una guerra identitaria permanente, mentre la vita quotidiana resta fatta di precarietà e diseguaglianze.

In un Paese così, la domanda non è tanto importante chi vincerà nel 2028, ma quanto la democrazia filippina regga un sistema in cui due famiglie si contendono il potere usando tribunali, Parlamento e piazza, mentre la povertà rimane lo sfondo stabile — e quindi il bersaglio ideale della propaganda.

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