Nel Mezzogiorno il 46% degli alunni non raggiunge le competenze di base. Un bambino nato in una famiglia povera ha tre volte più probabilità di fallire a scuola rispetto a un coetaneo benestante. I risultati post-pandemia non sono stati recuperati.
Lo mette nero su bianco la Commissione europea nelle sue raccomandazioni annuali all’Italia — sedici pagine che fotografano un paese in declino strutturale e suggeriscono rimedi che, a leggerli bene, suonano come un’autoaccusa collettiva. Collettiva, perché le responsabilità non stanno solo a Bruxelles.
I numeri della catastrofe
La povertà assoluta colpisce l’8,4% delle famiglie italiane. Tra i minori sale al 13,8% — quasi un bambino su sette. Nelle Isole il rischio di povertà ed esclusione sociale è quattro volte superiore rispetto al Nord-Est. I salari reali hanno subito dal 2019 uno dei cali più pesanti nell’intera Unione europea, aggravati dal dumping contrattuale, dai ritardi nei rinnovi e dalla contrattazione di secondo livello quasi assente al Sud e nelle PMI.
Il PIL cresce dello 0,5% — invariato nelle previsioni 2026 e 2027. Il debito pubblico è al 137,1% del PIL a fine 2025, proiettato al 139,2% nel 2027. I trasferimenti sociali italiani al netto delle pensioni riducono la povertà meno della media europea, e nel 2025 hanno peggiorato ulteriormente.
L’Assegno di Inclusione, che ha sostituito il Reddito di Cittadinanza, ha ridotto sia la copertura sia l’adeguatezza degli importi. La spesa universitaria è tra le più basse dei paesi OCSE. La quota di 25-34enni con una laurea è tra le più basse dell’UE.
Questi non sono indicatori separati. Sono la stessa storia raccontata da angolazioni diverse.
La scuola che manca
Un bambino povero al Sud non impara per ragioni precise e misurabili: insegnanti precari che cambiano ogni anno; assenza di tempo pieno; mense scolastiche inesistenti o a pagamento in famiglie che non arrivano a fine mese; edifici fatiscenti. Il precariato docente non è un incidente burocratico — è il prodotto diretto di vent’anni di blocco del turnover e tagli agli organici.
Oggi la Commissione raccomanda “condizioni di impiego più stabili”, espansione del tempo pieno, incentivi per attrarre insegnanti esperti nelle scuole più difficili. Sono esattamente le cose che il sistema scolastico meridionale chiede da decenni e non ha ottenuto.
Roma non era a Bruxelles
Qui però va detto con chiarezza quello che è comodo tacere: i governi italiani non erano ostaggi passivi dei vincoli europei. Erano complici attivi, e spesso entusiasti, di quella stagione. Il Patto di Stabilità è stato negoziato e firmato da governi di centrosinistra.

Le riforme Fornero, Bassanini, i tagli Tremonti, il pareggio di bilancio inserito in Costituzione nel 2012 con i voti di quasi tutto il Parlamento — centrodestra, centrosinistra, Lega, PD, Forza Italia — sono scelte sovrane italiane, non diktat imposti dall’esterno.
Quando si tagliava la scuola, nessun governo di qualsiasi colore ha mai detto che lo faceva contro la propria volontà. Lo facevano con orgoglio, presentandolo come “razionalizzazione”, “spending review”, “modernizzazione”. La Gelmini nel 2008 tagliò 8 miliardi all’istruzione in tre anni.
Il centrosinistra non li ha mai rimessi. Il Sud ha sempre pagato il conto più salato perché non aveva le risorse compensative — né le famiglie, né gli enti locali, né le fondazioni bancarie del Nord — per tappare i buchi lasciati dallo Stato.
La contraddizione nel documento
Il rapporto raccomanda simultaneamente due cose incompatibili: investire di più su scuola, sanità, welfare — e rispettare il tetto di crescita della spesa netta fissato a gennaio 2025. Con un’inflazione prevista al 3,2% nel 2026, quel tetto significa in termini reali una contrazione.
Nel frattempo la stessa Commissione chiede di aumentare strutturalmente le spese militari, ferme all’1,3% del PIL. I soldi per la difesa si trovano. Per le mense scolastiche al Sud bisogna aspettare la prossima raccomandazione.
Anche su questo, però, il governo italiano non protesta. Anzi: l’aumento delle spese militari è tra le priorità dichiarate dell’esecutivo Meloni, perfettamente allineato con Bruxelles e Washington su questo capitolo, molto meno su quelli sociali.
Quello che servirebbe
Una possibilità per superare questa situazione, oggi sembra un’utopia, sarebbe il tempo pieno scolastico universale al Mezzogiorno, finanziato strutturalmente. Come le mense gratuite nelle scuole delle aree a maggiore concentrazione di povertà minorile. Stabilizzazione del personale docente meridionale con vincoli di sede reali. Edilizia scolastica come priorità degli investimenti pubblici.
Niente di questo è gratis. E niente di questo arriverà finché la coperta del bilancio pubblico verrà tirata prima verso le banche, poi verso la difesa, e infine — se avanza qualcosa — verso i bambini poveri del Sud.
Bruxelles ha descritto con precisione il danno. Roma lo conosce da trent’anni. Nessuno dei due ha avuto il coraggio di dire chi lo ha inflitto, e perché. E tantomeno di fare qualcosa di concreto per ripararlo.



