L’Assegno di Inclusione taglia un milione di poveri

La Commissione europea non è un sindacato, non è un partito di opposizione, non è un’associazione di volontariato. È il guardiano dei conti pubblici dell’Unione, l’istituzione che sorveglia i bilanci degli Stati con la fredda precisione di un revisore contabile.

Ebbene: nel rapporto annuale sull’Italia pubblicato ieri, 3 giugno 2026, quella stessa istituzione scrive in modo asciutto e inequivocabile che i trasferimenti sociali italiani al netto delle pensioni riducono la povertà meno della media europea — e che nel 2025 la situazione è ulteriormente peggiorata.

Scrive che l’Assegno di Inclusione ha ridotto sia la copertura sia l’adeguatezza rispetto alla misura precedente. Non lo dice un avversario politico del governo Meloni. Lo dice Bruxelles, con il linguaggio dei ragionieri.

I numeri concreti stanno nei dati INPS. A luglio 2023 il Reddito di Cittadinanza raggiungeva 1,07 milioni di famiglie, 2,8 milioni di persone. A dicembre 2024 l’Assegno di Inclusione ne copre 760mila, 1,82 milioni di persone. In un anno e mezzo quasi un milione di persone è sparito dalla protezione dello Stato.

L’importo medio mensile è rimasto sostanzialmente invariato a 620 euro. Si è coperto meno, si è dato uguale a chi è rimasto dentro. Gli altri sono evaporati.

La riforma non ha colpito tutti i poveri allo stesso modo. L’AdI ha mantenuto o migliorato la copertura per i nuclei con disabili e anziani — categorie difficili da ignorare politicamente.

Ha peggiorato quella per i nuclei con minori. Bambini poveri, già colpiti dalla povertà assoluta che in Italia tocca il 13,8% dei minori — quasi uno su sette — si trovano oggi con meno protezione di prima. La misura che avrebbe dovuto combattere la povertà infantile la colpisce con più forza di quanto facesse il suo predecessore.

Il 70% dei beneficiari dell’AdI è concentrato al Sud e nelle Isole. Campania e Sicilia in testa. Significa che ogni taglio alla platea, ogni ostacolo burocratico, ogni criterio più restrittivo non è una questione nazionale astratta — è una questione meridionale concreta.

Un taglio agli esclusi dal lavoro al Nord può essere ammortizzato dalla rete familiare, dal welfare locale, dal mercato del lavoro più vivace. Al Sud quella rete non esiste, o è altrettanto povera di chi dovrebbe sostenere.

La povertà assoluta in Italia è ai massimi storici degli ultimi vent’anni: 8,4% delle famiglie nel 2024, quarto anno consecutivo sopra quella soglia. In questo contesto il governo ha scelto di restringere la platea dei beneficiari, aumentare i requisiti di accesso, legare l’erogazione a percorsi di attivazione lavorativa spesso inesistenti nelle aree dove più serve.

La Commissione europea certifica oggi che i trasferimenti sociali italiani peggiorano. Non è una valutazione politica. È una riga in un documento contabile.

Foto bancoalimentaredelveneto Public Domain

L’idea che sta dietro all’AdI è quella che ha guidato le riforme del welfare negli ultimi trent’anni in tutta Europa: il sussidio è una trappola, il lavoro è la soluzione, lo Stato deve attivare e non assistere.

È un’idea che funziona in economie con piena occupazione, lavoro stabile e mercati fluidi. In Calabria, in Campania, in Sicilia, dove il tasso di disoccupazione supera il 15% e il lavoro disponibile è spesso stagionale, irregolare e sottopagato, quella stessa idea diventa una punizione.

Si toglie il reddito minimo a chi non trova lavoro non perché il lavoro esista e non venga cercato, ma perché non esiste.

Il governo Meloni chiama questo risultato un successo. La ministra del Lavoro Marina Calderone ha commentato i dati INPS con soddisfazione: il 26% degli ex percettori del RdC ha trovato lavoro nel 2024. Il messaggio implicito è chiaro — chi non prende più il sussidio si è riscattato.

Peccato che il 25% dei nuclei che percepivano il RdC non abbia nemmeno presentato domanda per l’AdI. Non perché abbia trovato lavoro, ma perché non rientra nei criteri più stringenti, o si è perso nel labirinto burocratico, o ha rinunciato. Sono 265mila famiglie evaporate. Lo stesso INPS lo riconosce come “un numero importante sul quale avviare una profonda riflessione.” La riflessione non risulta ancora avviata.

Nel frattempo la legge di bilancio 2026 ha tagliato del 65% il Fondo povertà — 267 milioni in meno destinati ai servizi di inclusione, formazione e accompagnamento sociale per i beneficiari dell’AdI. Non i soldi del sussidio diretto, quelli sono stati anzi leggermente aumentati. I soldi per aiutare chi lo percepisce a trovare lavoro, a formarsi, a uscire dalla povertà.

La viceministra del Lavoro Maria Teresa Bellucci aveva dichiarato che “il tempo dell’assistenzialismo è finito.” Tradotto in cifre: prima si dimezza la platea, poi si tagliano i servizi a chi è rimasto. Il cerchio si chiude.

Il Reddito di Cittadinanza aveva difetti reali — meccanismi di attivazione deboli, controlli insufficienti, gestione farraginosa. Poteva essere riformato. È stato invece smantellato e sostituito con uno strumento più piccolo, più selettivo, più difficile da ottenere, con meno servizi di accompagnamento, in un paese dove la povertà assoluta non smette di crescere.

Il risultato è certificato oggi da Bruxelles, con il linguaggio neutro dei conti: copertura ridotta, adeguatezza ridotta, povertà invariata o peggiore.

C’è un nome preciso per una politica che riduce la protezione sociale mentre la povertà aumenta. Non è spending review. È una scelta su chi merita di essere aiutato e chi no. E la risposta, in Italia nel 2026, è che i bambini poveri del Sud meritano meno di prima.

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