Dal 2007 al 2024 l’industria italiana ha perso 700mila posti di lavoro. Manifattura, commercio e pubblica amministrazione insieme ne hanno persi 1,35 milioni.
Nello stesso periodo quasi due milioni di nuovi posti sono stati creati in altri settori — sanità, assistenza sociale, ristorazione, attività professionali. Il saldo occupazionale è positivo. Il rapporto annuale dell’Istat lo certifica oggi.
Non è una buona notizia.
Un lavoratore manifatturiero guadagna in media 31.475 euro lordi l’anno. Un addetto al settore alberghiero e della ristorazione ne guadagna 25.855. Un operatore dei servizi alla persona 24.916. Tra i 5.500 e i 6.500 euro lordi annui in meno — circa 400-500 euro netti al mese.
Moltiplicato per centinaia di migliaia di persone, per diciassette anni, si ottiene la misura reale di quello che è successo al potere d’acquisto delle famiglie italiane.
Non è solo una questione di salari.
Ristorazione e assistenza sociale sono settori a contratti più fragili, con alta incidenza di part-time involontario, stagionalità marcata, lavoro nero diffuso. Sono i settori che la Commissione europea segnala come più esposti al dumping contrattuale e al lavoro irregolare. Sono gli stessi settori esclusi dal decreto sul salario giusto approvato dal governo il primo maggio scorso.
La domanda centrale è: gli stessi lavoratori che hanno perso il posto in fabbrica sono quelli che ora fanno i camerieri e i badanti? La risposta è no — almeno non direttamente.
Un operaio tessile di 55 anni a Prato che perde il lavoro nel 2015 difficilmente finisce a fare il rider a Milano nel 2024. Più probabilmente finisce in cassa integrazione, poi in mobilità, poi fuori dal mercato del lavoro.

I nuovi posti nella ristorazione li occupa qualcun altro: un giovane del Sud che non ha mai trovato un contratto stabile, una donna che accede al mercato solo tramite il part-time, un migrante che accetta condizioni che altri rifiutano.
Sono quindi due fenomeni paralleli, non un semplice travaso. Ma il risultato sociale è identico: il lavoro aumenta, la sua qualità media scende. La produttività italiana dal 2007 è cresciuta solo dell’1,4%.
Nello stesso periodo la Germania ha fatto +11%, la Spagna +18%. Non è una coincidenza — è la conseguenza diretta di aver spostato il baricentro dell’economia verso settori ad alta intensità di manodopera e bassa capacità di generare valore.
L’Italia ha più occupati di vent’anni fa. Ha anche più poveri. Ha più lavoratori poveri — persone che lavorano e non arrivano a fine mese — di quasi tutti i suoi partner europei. Queste due cose non sono in contraddizione: sono la stessa cosa.
Un paese che sostituisce fabbriche con ristoranti, operai con badanti, export manifatturiero con turismo, non sta crescendo — sta cambiando il modo in cui distribuisce la povertà.
L’Istat lo scrive con il linguaggio dei tecnici: una quota significativa del lavoro si è spostata verso servizi ad alta intensità di manodopera con crescita della produttività modesta o negativa. Tradotto: l’Italia lavora di più e produce meno valore. Paga stipendi più bassi a più persone.
C’è un nome preciso per questo risultato. Non è crescita dell’occupazione. È impoverimento organizzato.



