Il Camerun ha trovato l’oro. O meglio: ha trovato il buco da cui l’oro scompare. Un’indagine del ministero delle Miniere ha individuato circa duecento società minerarie artigianali illegali nelle regioni orientali e di Adamawa. Più del 95 per cento sarebbero straniere.
Molte, secondo l’elenco diffuso dalle autorità, sarebbero gestite da cittadini cinesi. Il governo ha ordinato di fermare immediatamente le attività, ma per ora non ha annunciato né sanzioni né procedimenti giudiziari.
La notizia, però, non è solo la presenza di società illegali. La notizia vera è la sproporzione. Secondo il rapporto EITI sul settore estrattivo camerunese, nel 2023 il Paese ha dichiarato una produzione di 953 chili d’oro e appena 22,3 chili esportati ufficialmente. Nello stesso anno, però, i Paesi importatori hanno dichiarato di aver ricevuto dal Camerun 15,2 tonnellate d’oro. Quasi 680 volte di più.
È il genere di numero che non segnala un errore contabile. Segnala un sistema. L’oro viene estratto in Camerun, spesso in miniere artigianali o semi-meccanizzate, sfugge ai canali ufficiali, attraversa reti informali, frontiere porose, complicità locali e interessi internazionali.
Poi riappare altrove, soprattutto negli Emirati Arabi Uniti, trasformato in merce pulita, commerciabile, finanziaria. L’Ecofin Agency ha ricordato che più del 90 per cento dell’oro attribuito al Camerun e registrato dai Paesi importatori nel 2023 è finito negli Emirati.
È la vecchia storia coloniale, aggiornata alla globalizzazione. La materia prima resta africana. Il valore aggiunto, il controllo e il profitto vanno altrove. Il Camerun è un Paese ricco di risorse naturali: petrolio, gas, minerali, legname, cacao, caffè.
Ma resta un Paese a reddito medio-basso, con circa quattro cittadini su dieci sotto la soglia nazionale di povertà, secondo la Banca Mondiale. È questa la fotografia più feroce: sotto il suolo c’è ricchezza, sopra il suolo resta povertà.
Il governo conosce il problema. Dopo le discrepanze emerse nei dati ufficiali, ha annunciato una stretta sul settore aurifero artigianale e la chiusura, dal 2026, di alcuni siti non conformi. Vuole rafforzare il ruolo della società statale SONAMINES, incaricata di acquistare la produzione interna, e spingere verso miniere industriali più facili da controllare.
Ma lo stesso ministro delle Miniere ha riconosciuto che l’oro camerunese arriva quasi interamente da estrazione artigianale e di piccola scala, cioè dal settore più difficile da monitorare.

Il problema, quindi, non è soltanto tecnico. È politico. Perché se duecento società illegali possono lavorare, scavare, trattare e far uscire oro, non siamo davanti a un fenomeno invisibile. Siamo davanti a un’economia parallela che vive perché qualcuno non vede, non controlla, non punisce o partecipa.
La ricercatrice Aicha Pemboura ha indicato corruzione e influenza delle élite come ostacoli decisivi all’applicazione delle norme, nonostante il nuovo codice minerario adottato nel 2023.
Limitarsi alla questione illegalità diminuirebbe la portata del problema. Serve a indicare società straniere, intermediari, contrabbandieri. Ma l’illegalità dell’oro africano quasi mai è solo criminalità dal basso. È una filiera. Comincia nel fango delle miniere, passa per funzionari, frontiere, documenti, compratori, raffinerie e mercati globali. Alla fine, ciò che nasce come sfruttamento locale diventa investimento internazionale.
Non riguarda solo il Camerun. Un rapporto di SWISSAID ripreso da Associated Press ha stimato che nel 2022 oltre 30 miliardi di dollari di oro siano usciti illegalmente dall’Africa, per più di 435 tonnellate. La destinazione principale erano gli Emirati Arabi Uniti, seguiti da Turchia e Svizzera. Secondo quel rapporto, tra il 32 e il 41 per cento dell’oro prodotto in Africa non viene dichiarato.
Questa è la nuova geografia dell’estrazione. Non servono più sempre gli eserciti coloniali. Bastano concessioni opache, controlli deboli, frontiere attraversabili, governi fragili, élite complici e mercati pronti a comprare senza fare troppe domande. L’oro parte come polvere, arriva come lingotto, e nel passaggio perde la sua storia.
A perdere non è solo lo Stato camerunese, che incassa meno tasse e meno entrate. Perdono le comunità locali, che restano con territori devastati, lavoro insicuro, acqua contaminata, economie dipendenti e pochissimi servizi.
Perdono i minatori artigianali, spesso usati come manodopera povera in una catena che arricchisce altri. Perdono i cittadini, ai quali viene raccontato che il Paese è povero mentre le sue ricchezze vengono esportate senza quasi lasciare traccia.
Il caso camerunese mostra una verità semplice: la povertà non è sempre assenza di ricchezza. A volte è il risultato del modo in cui la ricchezza viene portata via. L’oro c’è. Il problema è che non appartiene davvero a chi vive sopra la terra da cui viene estratto.
E finché un Paese può dichiarare 22 chili di esportazioni mentre il mondo ne registra 15 tonnellate in arrivo, non siamo davanti a una falla amministrativa. Siamo davanti a un furto organizzato. Solo che, come spesso accade, il furto diventa visibile quando è già diventato commercio.



