In Nepal la generazione Z non è più soltanto una categoria sociologica o una scorciatoia giornalistica. È il soggetto che, nel 2025, ha fatto saltare il vecchio equilibrio politico e che oggi si ritrova a misurare la distanza tra la promessa della rottura e la fatica del governo.
Il nuovo esecutivo guidato da Balendra Shah ha appena istituito una commissione di cinque membri per indagare sui beni di politici e funzionari, attuali ed ex, nel nome della lotta alla corruzione. È una scelta coerente con il mandato che lo ha portato al potere dopo il voto del 5 marzo, il primo dopo le proteste anti-corruzione guidate dalla Gen Z.
Il punto, però, non è soltanto che una nuova classe dirigente si presenti con un programma di pulizia. Il punto è che il Nepal sta tentando di trasformare una rivolta generazionale in una forma di governo. E non è la stessa cosa.
Le proteste del settembre 2025 avevano chiesto fine della corruzione, più lavoro e una politica meno compromessa con i vecchi partiti; avevano causato 77 morti e costretto il governo precedente a dimettersi. Portare quella domanda nelle istituzioni è già molto più difficile che gridarla nelle piazze.
Shah incarna bene questa ambivalenza. Ex rapper, ex sindaco di Kathmandu, volto di un riformismo energico e generazionale, è arrivato al governo come interprete di una domanda di rottura. Reuters ricorda che la sua forza politica, la Rastriya Swatantra Party, ha travolto i partiti tradizionali proprio facendo leva sull’anticorruzione e sul rigetto della vecchia casta.
Ma una volta vinta la battaglia elettorale, resta da capire se il nuovo corso riuscirà a costruire istituzioni diverse o se finirà per amministrare, con un linguaggio più fresco, la stessa fragilità di sempre.
I primi segnali sono già contraddittori. Da un lato, l’inchiesta sui patrimoni di politici e funzionari mostra la volontà di colpire il cuore materiale del vecchio sistema di potere. Dall’altro, il governo prepara l’ingresso della polizia nei campus per rimuovere uffici e simboli delle organizzazioni studentesche affiliate ai partiti e sostituirli con consigli studenteschi.
L’obiettivo dichiarato è depoliticizzare le università; i sindacati studenteschi parlano invece di misura antidemocratica. In altre parole, il governo nato sull’onda della protesta giovanile si trova già davanti alla tentazione classica di ogni potere: ordinare dall’alto ciò che era nato dal basso.
Questo non significa che le vecchie strutture andassero lasciate intatte. Le organizzazioni studentesche di partito hanno spesso funzionato come strumenti di controllo e cooptazione più che come luoghi di rappresentanza.
Ma proprio qui si vede la difficoltà della fase. Smontare il vecchio senza comprimere lo spazio politico è forse il compito più delicato di qualsiasi ricambio generazionale. E il Nepal di oggi non ha ancora mostrato di possedere una formula convincente per riuscirci.

A rendere tutto più complicato c’è il quadro economico. La Banca Mondiale prevede per il Nepal una crescita del 2,3% nel 2025/26, frenata sia dal conflitto in Medio Oriente sia dagli strascichi delle proteste interne del 2025. Non è un dettaglio.
La Gen Z nepalese si è mobilitata anche per il lavoro, per la stagnazione delle opportunità, per la sensazione che il paese non avesse nulla da offrire se non emigrazione o attesa. Governare con una crescita debole significa dover dare risposte materiali in un contesto che ne limita fortemente i margini.
La dipendenza esterna resta, infatti, una delle fragilità più evidenti. Il conflitto in Medio Oriente ha già colpito direttamente il Nepal, che a inizio aprile ha più che raddoppiato il prezzo del carburante per l’aviazione per evitare rotture nell’approvvigionamento.
Oggi è arrivato a Kathmandu anche un alto funzionario statunitense, Samir Paul Kapur, per incontri con ministri e imprenditori: segnale di un paese che, mentre cerca di ridefinire il proprio equilibrio interno, resta pienamente inserito nei giochi di influenza e nelle vulnerabilità regionali e globali.
C’è poi un altro elemento che impedisce qualsiasi lettura trionfale del “nuovo Nepal”: le ferite delle proteste non sono affatto chiuse. Il Kathmandu Post riferisce che sette corpi della manifestazione incendiata del 9 settembre 2025 sono ancora senza nome, perché la profilazione del DNA è bloccata.
È un dettaglio crudele ma rivelatore. La transizione politica è già cominciata, la retorica del cambiamento pure, ma i morti della rivolta non sono ancora stati restituiti nemmeno alle loro famiglie. Questo dice molto sullo stato reale delle istituzioni.
Per questo la storia del Nepal andrebbe letta con meno entusiasmo generazionale e più attenzione politica. La Gen Z ha mostrato una cosa essenziale: che il vecchio assetto non era più legittimo, che corruzione, nepotismo e immobilismo non potevano più essere amministrati come se nulla fosse.
Ma abbattere una legittimità non significa automaticamente costruirne un’altra. Il voto di marzo ha aperto una possibilità. Non l’ha ancora trasformata in un nuovo equilibrio sociale.
Il Nepal, oggi, è precisamente in questo passaggio. Un governo nato da una domanda di rottura prova a tradurla in misure di moralizzazione, mentre già incontra i limiti della macchina statale, la fragilità economica, il problema dell’ordine interno e la pressione degli assetti internazionali. La domanda da porsi non è se la Gen Z abbia “vinto”.
La domanda è più severa: che cosa resta di una rivolta generazionale quando entra nei corridoi del governo? Nel caso nepalese, la risposta è ancora aperta. Ma una cosa si vede già abbastanza chiaramente: la generazione che ha contestato la casta si è trovata molto in fretta davanti al rischio di assomigliarle.



