Le elezioni parlamentari in Bangladesh, le prime davvero competitive dopo il rovesciamento di Sheikh Hasina nell’agosto 2024, hanno consegnato una maggioranza netta al Bangladesh Nationalist Party: l’alleanza guidata dal partito ha conquistato 212 seggi, mentre il fronte rivale con al centro Jamaat-e-Islami Bangladesh si è fermato a 77. L’affluenza intorno al 60% e la relativa calma della giornata elettorale sono state lette come un test superato per una democrazia che, negli ultimi anni, ha conosciuto repressione, brogli contestati e un clima di paura diffuso.
Il ritorno al potere del BNP dopo circa vent’anni ha un nome e un volto: Tarique Rahman, rientrato dall’esilio e ora destinato a guidare il governo. Il segnale internazionale è arrivato rapidamente: L’India ha salutato la vittoria come occasione per ricucire un rapporto incrinato dalla fuga di Hasina oltreconfine; anche Stati Uniti e Pakistan hanno inviato congratulazioni, mentre il nuovo esecutivo dovrà chiarire in fretta quale postura intende assumere tra Nuova Delhi, Washington e Pechino.
In parallelo, il Paese ha votato un referendum costituzionale legato alla “Carta di luglio”, la piattaforma di riforme promossa durante il governo ad interim di Muhammad Yunus per ridurre il rischio di nuove derive autocratiche (limiti di mandato, rafforzamento dell’indipendenza della magistratura). Le prime comunicazioni ufficiali parlano di un sì intorno al 60%. Se questi cambiamenti verranno implementati davvero, saranno il banco di prova più serio della transizione: la differenza tra una svolta e una parentesi.
Ma la stabilità istituzionale, da sola, non basterà a dare legittimità al nuovo corso. La rivolta che ha travolto l’ordine precedente è nata anche da un nodo economico e sociale: lavoro, prezzi, corruzione e disuguaglianze. E qui il nuovo governo eredita un terreno scivoloso, perché il tema della povertà in Bangladesh non è soltanto “quanta” povertà esiste, ma quanto sia fragile la linea che separa chi ce la fa da chi ricade. La Banca Mondiale ricorda che, nonostante progressi di lungo periodo, circa 62 milioni di persone restano vulnerabili a ricadere in povertà davanti a shock come malattia, disastri naturali o crisi economiche.
Il punto più urgente è che la traiettoria recente non è rassicurante. Secondo l’ultima Poverty and Equity Assessment, la riduzione della povertà ha rallentato dopo il 2016 e le proiezioni indicano un aumento tra 2022 e 2025: la povertà nazionale stimata salirebbe dal 18,7% al 21,2%, spinta da dinamiche del mercato del lavoro, rimesse e trasferimenti pubblici che non compensano abbastanza i nuovi rischi. Tradotto in politica: non basta celebrare i dati “storici”, bisogna impedire la ricaduta di milioni di famiglie che vivono già sul margine.
Su questo sfondo, l’agenda economica del nuovo premier si presenta come un elenco di scelte impopolari ma inevitabili, anche senza chiamarle così. Il Fondo Monetario Internazionale segnala un quadro fatto di inflazione ancora elevata, fragilità del settore bancario, entrate fiscali strutturalmente basse e difficoltà nell’aggiustamento del cambio: sono i classici ingredienti che, se non governati, producono due effetti politici devastanti—prezzi che mordono e credito che non arriva.

Dentro questa cornice, la questione della povertà non è separata dalle scelte macroeconomiche: è la loro cartina di tornasole. Se il governo punta alla stabilizzazione “dall’alto” senza mettere al centro redditi e servizi, la promessa democratica rischia di consumarsi rapidamente. E se invece sceglie misure espansive senza credibilità fiscale, rischia di alimentare nuova inflazione e nuova insicurezza. La direzione più sensata—e anche la più difficile—è quella che la stessa Banca Mondiale indica come chiave: creare lavoro, soprattutto per i giovani, e farlo in modo tale da rendere la crescita più resistente agli shock.
Qui entra la grande leva nazionale: l’industria dell’abbigliamento, che resta un pilastro dell’export e dell’occupazione e che, nei periodi di turbolenza, tende a trasformarsi nel termometro sociale del Paese. Il nuovo esecutivo dovrà rassicurare investitori e committenti internazionali su sicurezza, legalità e continuità produttiva; ma dovrà farlo senza scaricare i costi della competitività sui salari e sui diritti, perché sarebbe il modo più rapido per riaccendere la miccia che ha portato alla piazza.
C’è poi l’altra urgenza, meno economica ma altrettanto materiale: l’ordine pubblico e la fiducia nello Stato. Dopo anni in cui il dissenso è stato represso e la violenza politica ha segnato la vita quotidiana, la normalità non è un concetto astratto: significa poter votare senza paura, non essere perseguitati per appartenenza politica, vedere regole applicate anche ai potenti. È su questo crinale che la vittoria elettorale può diventare davvero una “svolta democratica” o ridursi a un cambio di gestione.
Infine, c’è un dato politico che il BNP non potrà ignorare: l’opposizione islamista esce rafforzata come non accadeva da anni, e il suo peso parlamentare renderà più conflittuale il terreno dei diritti—soprattutto quelli delle donne—e delle riforme. La promessa di “tolleranza zero” verso corruzione e abusi dovrà misurarsi non con gli slogan, ma con le prime decisioni: nomine, trasparenza, indipendenza delle istituzioni, protezione delle libertà civili.
Il nuovo leader del Bangladesh, insomma, non eredita solo un governo: eredita un patto sociale da ricostruire. Se fallisce su lavoro e prezzi, la povertà diventa rabbia. Se fallisce su diritti e giustizia, la democrazia torna a essere una parola vuota. E se fallisce su entrambi, il rischio non è l’alternanza: è un altro ciclo di instabilità.



