L’autoscacco alla libertà d’informazione

Sigfrido Ranucci ha querelato. Il 13 luglio, tramite il suo avvocato, ha depositato due atti alla Procura di Roma: una querela per diffamazione pluriaggravata contro chi ha ipotizzato un «finto attentato» ai suoi danni, e una denuncia per rivelazione del segreto d’ufficio e investigativo per la fuga di intercettazioni e verbali finiti sui giornali. L’uomo più querelato d’Italia, il volto della battaglia contro le querele bavaglio, il giornalista che ha fatto della libertà di stampa la sua bandiera, chiede oggi allo Stato di punire chi pubblica e chi allude. C’è cascato. Ci sono cascati come polli.

E la cosa peggiore non è l’incoerenza, che pure è clamorosa. È la naturalezza con cui ci sono finiti dentro. Perché non è stato un inciampo, un nervo saltato, una reazione a caldo dopo una bomba sotto casa che si può capire umanamente. È stato un riflesso. Il riflesso esatto, prevedibile, quasi inevitabile, di chi non conosce altra grammatica.

Vittime della propria cultura

Ranucci e Report sono caduti nella trappola non nonostante il loro metodo, ma a causa del loro metodo. Chi ha coltivato per una carriera la cultura forcaiola — l’allusione al posto della prova, la voce camuffata, la notizia «che stiamo verificando» sparata in diretta su un ministro e poi coperta con tre parole, la gogna come registro quotidiano — quando la gogna gli si rivolta contro ha una sola mossa in canna: la gogna. Non sa difendersi da garantista perché garantista non è mai stato.

Un garantista, colpito, tiene la posizione sul merito: si difende con i fatti, lascia lavorare i magistrati, e intanto continua a fare il suo mestiere. Un forcaiolo, colpito, querela. E querelando consegna l’arma. Chiede allo Stato — allo stesso Stato, alle stesse Procure, allo stesso codice penale che ha sempre presentato come strumenti del Potere contro l’informazione — di intervenire in suo favore. Scopre il garantismo nell’unico momento in cui gli conviene, e lo scopre per sé, non per principio.

Non è una debolezza passeggera: è la coerenza di un metodo che, applicato per decenni con meticolosità, è tornato a casa. Sono vittime e artefici della stessa cultura. È la loro fedeltà a quel metodo, non un suo tradimento, a fregarli.

Il salto di qualità

Questa storia si esaurisca in un faccendiere e in una carica di gelatina. Dietro l’ordigno di Pomezia c’è una mano che il mestiere lo conosce — i servizi, o qualche cosca al loro interno, o qualcuno che di quel mondo ha imparato la lingua. L’obiettivo non era soltanto zittire Ranucci. Zittire è il linguaggio rozzo della criminalità comune: quando vuole spaventarti te lo fa capire e basta. La mano raffinata no. Non ti mette la bomba per farti tacere. Te la mette per screditarti, e, comprendo dagli ultimi sviluppi, attraverso Ranucci screditare tutti quanti noi che facciamo questo lavoro.

Se l’ipotesi regge, allora bisogna riconoscere all’operazione una qualità che fa quasi paura. Perché il salto vero non è stato l’esplosione: quella è manovalanza, la sanno fare in tanti. Il salto è la mossa dopo. È aver previsto — con la sicurezza di chi legge le mosse dell’avversario prima che questi sposti il pezzo sulla scacchiera — che Ranucci avrebbe reagito esattamente così. Che il forcaiolo, colpito, avrebbe querelato. Che il simbolo della lotta al bavaglio, messo alle strette, avrebbe imbracciato il bavaglio con le proprie mani, convinto di difendersi.

È questa l’eleganza dell’operazione, ed è una parola che uso con disgusto, non con ammirazione: chi l’ha pensata non ha dovuto forzare niente. Non ha dovuto comprare nessuno, corrompere nessuna Procura, scrivere lui gli articoli sul «finto attentato». Gli è bastato accendere l’innesco e lasciare che fosse la cultura della vittima a fare il resto del lavoro. Ha usato Ranucci contro Ranucci, e Ranucci contro tutti noi. La bomba era il fischio d’inizio. La querela è il gol, e l’ha segnato lui, nella propria porta.

La meccanica: le due armi, e da dove vengono

Guardiamole da vicino, le due armi, perché è nei dettagli che si vede la trappola richiudersi. La prima è la diffamazione: cioè il reato che a Ranucci hanno contestato, per sua stessa contabilità, oltre centosettanta volte senza mai una condanna penale — a fronte, per onestà, di qualche condanna civile della Rai in solido con la trasmissione. È il reato con cui l’hanno inseguito, nella sola legislatura in corso, Fratelli d’Italia, il presidente del Senato La Russa e i suoi figli, i ministri Giorgetti, Urso, Santanchè, e poi Gasparri, Rauti, i Berlusconi, la Fascina, il capo di gabinetto di Meloni. Prima ancora Renzi, per l’Autogrill. Ogni volta la sua risposta è stata una, e giusta: querela temeraria, bavaglio, attacco alla libertà d’inchiesta. Oggi impugna quella stessa arma, dalla parte di chi la puntava.

La seconda è il segreto, ed è tecnicamente più insidiosa. Il suo avvocato precisa che la denuncia non colpisce i giornalisti che hanno pubblicato, ma i soggetti tenuti al segreto che hanno fatto uscire le carte. È esatto, ed è rivelatore. Perché chi pubblica atti segretati, nel nostro ordinamento, quel reato non lo commette: la rivelazione del segreto d’ufficio è il reato del pubblico ufficiale che consegna la carta, non del cronista che la stampa. È l’asimmetria su cui poggia tutto il giornalismo d’inchiesta italiano, ed è la corazza che ha protetto Report per trent’anni. Ranucci colpisce la fonte e non la testata proprio perché sa che la testata, per legge, è inattaccabile. Lo sa perché quella corazza ha coperto lui.

E lo sa soprattutto perché quel principio l’ha appena incassato, due volte. Nel novembre 2025 il giudice di Roma ha archiviato l’accusa di violazione del segreto sui servizi dell’Autogrill: la divulgazione, pur toccando dati segretati, non era reato perché prevaleva l’interesse pubblico.

Nel gennaio 2026 il Tribunale di Roma ha annullato la sanzione del Garante alla Rai per la puntata su Sangiuliano, richiamando il decalogo del 1984 — verità, pertinenza, continenza — la Bibbia del diritto di cronaca. Ranucci ha vinto, da giornalista, grazie all’esatto principio che oggi, da persona offesa, chiede allo Stato di rovesciare. Il diritto di cronaca che lo assolve il lunedì è il reato che invoca il martedì. Non cambia la legge in mezzo. Cambia solo chi è la vittima.

Una lente per capire

Attenzione, però, perché qui è facilissimo scivolare nell’errore speculare. La doppia morale è un fatto su questo atto, non una condanna della persona né una cancellazione di quello che Report, quando ha lavorato sul serio, ha portato a galla.

Le due cose devono stare insieme. Quando la bomba è esplosa gli ho espresso solidarietà e la confermo. L’ho scritto pur non amando Report, pur trovando indigesto il suo mischione di servizi, trame nere e dietrologia che spiega tutto e perciò non spiega niente.

È proprio da qui — da chi sta dalla sua parte della barricata e non gli deve nulla — che la considerazione diventa più amara, non meno. Perché non è il ghigno di un avversario che gode. È l’allarme di chi vede l’idolo impugnare il bavaglio e capisce che, così, sta armando i suoi stessi carnefici.

Come scavarsi la fossa

Anche vincendole, queste cause — e forse le vincerà — Ranucci avrà fissato, con la propria mano e da parte lesa, due principi. Che pubblicare atti d’indagine coperti da segreto arreca «grave pregiudizio alle investigazioni». Che alludere senza provare, costruire narrazioni su materiale parziale, è diffamazione da perseguire.

Sono i due pilastri portanti del giornalismo che lo ha reso Ranucci. Una volta stabiliti da lui, diventano una pistola carica puntata su Report, su chiunque faccia inchiesta. La dottrina non guarda in faccia chi l’ha invocata: vale per tutti, e la useranno tutti, a partire dagli stessi che l’hanno querelato per anni e che oggi gli offrono una solidarietà che sa di condoglianze anticipate.

Non si sono scavati la fossa da soli. È più esatto, e più cupo, dire che gliel’hanno fatta scavare. Qualcuno ha messo la vanga tra le mani a Ranucci, e Ranucci ha scavato, convinto di costruirsi una trincea. La vanga era la sua cultura forcaiola. La bomba è stata solo il segnale di partenza. Ed è così che la nebbia all’ultimo miglio si fa legge, diventa fascicolo e reato ipotizzato, e a diffonderla è la mano di chi ne è vittima.

E’ evidente che c’è un’operazione in corso di alto profilo. Un’operazione che ha una mente nella politica e un braccio operativo nell’intelligence. Il potere nella sua espressione più pura e repressiva. Trump è abbastanza forte da portare in tribunale i giornalisti del New York Times per aver fatto il loro lavoro. Da noi la situazione è più complicata, sacche di resistenza ancora abbastanza strutturate nella difesa dell’articolo 21 della Costituzione ma sempre più indebolite. Con tutta probabilità il peggio deve ancora venire e lo vedremo nei prossimi giorni.

Murale e foto di Dasemarcalvarez, licenza Creative Commons CC BY-SA 3.0