Diecimila persone espulse in poche settimane, altre 1.800 rinchiuse in dodici centri in attesa di essere rimandate oltre frontiera. Sono i numeri rivendicati a fine giugno dal nuovo governo del Bengala Occidentale, guidato dal nazionalista indù Suvendu Adhikari. Il suo slogan — individuare, cancellare, deportare — contiene però qualcosa di più di una campagna contro l’immigrazione irregolare.
“Cancellare” significa eliminare dalle liste elettorali chi viene considerato straniero prima ancora di espellerlo: la frontiera non corre più soltanto tra India e Bangladesh, ma attraversa la cittadinanza indiana.
La svolta è arrivata dopo la vittoria del Bharatiya Janata Party nelle elezioni statali di maggio. Il Bengala Occidentale, oltre cento milioni di abitanti e più di duemila chilometri di confine, è passato per la prima volta sotto il controllo del partito di Narendra Modi.
Il nuovo esecutivo ha aperto centri di trattenimento e accelerato le consegne alla Border Security Force, evitando in alcuni casi il passaggio attraverso tribunali e carceri. Il governo sostiene di voler rimpatriare cittadini bengalesi entrati illegalmente; il problema è stabilire chi lo sia davvero.
Su entrambi i lati si parla bengali, si condividono cognomi, abitudini e reti familiari. Non esiste un’identità visibile che distingua un immigrato del Bangladesh da un cittadino indiano del Bengala Occidentale. Quando i documenti mancano o vengono contestati, il sospetto finisce per poggiare sulla lingua, sulla povertà e soprattutto sulla religione.
A essere colpiti sono in larga parte lavoratori musulmani bengalofoni, mentre la legge indiana sulla cittadinanza protegge diverse minoranze non musulmane provenienti dai Paesi vicini.
È qui che la lotta all’immigrazione diventa una macchina politica. L’espressione “infiltrato bengalese”, centrale nella comunicazione del BJP, rischia di sovrapporre tre figure: lo straniero senza permesso, il musulmano povero e l’elettore dell’opposizione.
Prima si mette in dubbio l’appartenenza alla comunità nazionale, poi si cancella il nome dalle liste, infine si presenta l’espulsione come una conseguenza amministrativa. La deportazione può così ridisegnare anche il corpo elettorale.

Il Bangladesh contesta soprattutto il metodo. I rimpatri richiedono normalmente identificazione, verifica della nazionalità e consegna attraverso canali concordati. Dhaka accusa invece le forze indiane di accompagnare gruppi di persone fino alle aperture nella recinzione e spingerli oltre la linea durante la notte, talvolta senza documenti e senza che le autorità bengalesi ne abbiano riconosciuto la cittadinanza.
Il risultato sono famiglie bloccate tra i due Paesi, respinte da una parte e non accettate dall’altra.
I numeri non coincidono. Adhikari sostiene che diecimila persone siano già state mandate in Bangladesh; Dhaka afferma che i rimpatri ufficiali siano molti meno e denuncia ripetuti tentativi di ingresso forzato.
A giugno le due guardie di frontiera hanno concordato pattugliamenti coordinati e verifiche più rapide. L’India attende dal Bangladesh la conferma della nazionalità di quasi tremila persone. Ma l’intesa tecnica non risolve lo scontro: per New Delhi la lentezza delle verifiche giustifica l’azione unilaterale; per Dhaka proprio quell’azione viola le regole.
La crisi si innesta su rapporti già deteriorati. Per quindici anni Sheikh Hasina aveva garantito all’India un interlocutore stabile. La sua caduta nell’agosto 2024 e la fuga in India hanno rovesciato l’equilibrio.
Il nuovo governo bengalese ne chiede l’estradizione, mentre New Delhi continua a ospitarla. Il confine è diventato così il luogo in cui si sommano migrazione, rivalità politica e diffidenza tra due governi un tempo molto vicini.
La frontiera è lunga 4.096 chilometri e attraversa fiumi, risaie, villaggi e zone paludose; circa quattro quinti risultano recintati. Ma il problema non è mai stato soltanto chiudere un varco. Quella linea nacque nel 1947 tagliando in due il Bengala: a occidente l’India, a oriente il Pakistan orientale, divenuto Bangladesh dopo la guerra del 1971 e l’intervento decisivo dell’India. Divise comunità che continuarono a parlare la stessa lingua e lasciò enclavi, terre contese e famiglie separate.
Nel 2015 i due Paesi risolsero uno degli ultimi lasciti della Partizione scambiandosi 162 enclavi e consentendo a decine di migliaia di abitanti di scegliere la cittadinanza. Fu il momento in cui una frontiera assurda sembrò finalmente amministrabile. Undici anni dopo, il movimento è inverso: non si chiarisce più a quale Stato appartenga un territorio, ma si mette in dubbio a quale Stato appartengano le persone.
Il conflitto non riguarda dunque soltanto chi attraversa illegalmente il confine. Riguarda il potere di decidere chi sia indiano quando lingua, origine e documenti non bastano più. Una frontiera nata dalla Partizione torna a produrre la stessa domanda: non dove passi la linea sulla carta, ma chi abbia il diritto di restare dalla parte giusta.



