Dazi: l’export tiene, i poveri no. Il nuovo rapporto Istat

L’Istat prova a rassicurare: i dazi americani non sono stati l’uragano che molti avevano previsto. Nel 2025 l’export italiano è cresciuto del 3,3%, quello verso gli Stati Uniti addirittura del 7,2%.

La maggioranza delle imprese che vendevano negli Usa non ha registrato variazioni rilevanti di quantità e prezzi, e solo una minoranza sta pensando a una vera rilocalizzazione produttiva oltreoceano.

Letta così, la fotografia sembra quella di un sistema che ha assorbito il colpo e ha continuato a camminare.

Ma per chi guarda l’economia dal lato della povertà, il punto non è fermarsi alla superficie. Il Rapporto sulla competitività 2026 racconta infatti anche un’altra storia: quella di un Paese che forse ha evitato la tempesta perfetta, ma che resta esposto, fragile e diseguale.

E in un Paese così, ogni scossa del commercio globale rischia di trasformarsi, molto rapidamente, in salari compressi, lavoro più precario, rincari e ulteriore impoverimento sociale.

Per capirlo bisogna andare oltre il titolo rassicurante. L’Istat stesso scrive che l’andamento positivo delle esportazioni si concentra in pochi settori: farmaceutica, mezzi di trasporto e metallurgia. Non è “l’Italia” che corre. Sono alcuni segmenti forti, spesso legati a gruppi multinazionali, a tenere in piedi il dato generale.

Intanto, l’effetto dei dazi è stato reale: a un raddoppio delle aliquote è corrisposta una mancata crescita dell’export del 3,2%, e per le imprese manifatturiere che hanno negli Stati Uniti il loro primo mercato di sbocco la crescita delle vendite è stata più debole, con circa 1,5 miliardi di euro di export mancato.

Questo significa che i dazi non hanno colpito tutti allo stesso modo. E quando uno shock economico non colpisce tutti allo stesso modo, in Italia quasi sempre finisce per colpire peggio chi ha meno protezioni.

Dietro il dato medio ci sono imprese che possono reggere, filiere che possono spostarsi, gruppi multinazionali che possono redistribuire costi e profitti. E poi ci sono territori, lavoratori e famiglie che non hanno né il paracadute della grande dimensione né quello del potere contrattuale.

È lì che la competitività smette di essere una voce da rapporto statistico e diventa questione sociale.

Anche perché il rapporto segnala un clima di incertezza diffusa. Le imprese continuano a vedere in peggioramento le condizioni di accesso al credito e dichiarano difficoltà nel prevedere l’andamento futuro della propria attività. Tradotto: si investe con più prudenza, si programma meno, si rinviano decisioni, si scarica il rischio lungo la catena.

E in fondo a quella catena, quasi sempre, non troviamo i consigli di amministrazione ma il lavoro povero, i contratti deboli, i redditi familiari già corrosi dall’inflazione e dal costo della vita.

La lettura più politica del rapporto, allora, non è che “l’Italia ha tenuto”. È che l’Italia tiene in modo selettivo, e questa selettività può produrre nuova esclusione.

Se la crescita dell’export si concentra in pochi comparti ad alta intensità di capitale e forte presenza multinazionale, mentre altrove il sistema resta debole, il rischio è quello di accentuare la distanza tra chi è agganciato alle filiere forti e chi vive nelle economie più fragili, nei servizi marginali, nell’indotto povero, nelle aree già esposte a deindustrializzazione e bassi salari.

C’è poi un altro passaggio del rapporto che, letto da una testata come Diogene, pesa forse ancora di più del capitolo sui dazi. L’Istat avverte che l’Italia resta più esposta di altri grandi Paesi europei sia alla domanda extra-Ue sia, in particolare, a quella statunitense.

Ma soprattutto mette in fila la nostra vulnerabilità sul lato delle importazioni strategiche: circa un quinto dell’import complessivo riguarda beni strategici, e circa il 60% dell’import strategico italiano proviene da Paesi a rischio politico medio o alto. Nel frattempo cresce anche la dipendenza dalla Cina in comparti delicati, compresi farmaci, chimica ed elettronica.

Qui il punto non è solo geopolitico. È sociale. Perché quando un Paese dipende così tanto da forniture strategiche esterne e da aree instabili, il problema non riguarda soltanto la bilancia commerciale o la politica industriale. Riguarda il prezzo dell’energia, dei beni intermedi, dei farmaci, dei beni essenziali. Riguarda il costo della vita.

E sappiamo già come va a finire: chi ha redditi alti assorbe, chi ha redditi medi taglia, chi è già povero precipita. La vulnerabilità strategica di un sistema economico, in un Paese diseguale, si traduce quasi sempre in vulnerabilità sociale.

Per questo la parola chiave non dovrebbe essere semplicemente “competitività”. Dovrebbe essere protezione. Protezione del lavoro, dei salari, dei consumi essenziali, delle filiere che tengono in piedi i territori, della capacità delle famiglie di resistere a un nuovo shock.

Se ogni crisi internazionale — pandemia, guerra, dazi, energia — si scarica poi sugli stessi, vuol dire che il problema non è soltanto la violenza dello shock, ma la fragilità politica e sociale del Paese che lo subisce.

L’Istat ci dice che i dazi di Trump non hanno travolto subito il sistema produttivo italiano. Bene. Ma non ci autorizza affatto a raccontare una storia serena. Ci consegna piuttosto il ritratto di un’economia che resta dipendente da pochi settori forti, da pochi mercati chiave, da forniture estere strategiche e da equilibri internazionali sempre più instabili.

È un’economia che può anche continuare a esportare, ma che rischia di farlo aumentando la propria esposizione e lasciando scoperto il lato sociale.

Ed è qui che torna la domanda che più interessa a chi osserva la realtà dalla parte degli ultimi: chi pagherà la prossima crisi? Perché il punto non è se i dazi abbiano fatto meno male del previsto all’export. Il punto è chi assorbirà il costo della prossima tensione commerciale, del prossimo rincaro, del prossimo blocco delle forniture.

Se non cambia il modello, la risposta la conosciamo già: lo pagheranno i lavoratori più deboli, le famiglie a basso reddito, i territori marginali. In altre parole, lo pagheranno ancora una volta i poveri.