Una guerra commerciale che sa di guerra vera

Il 3 aprile 2025 le Borse mondiali hanno vissuto una delle giornate più nere degli ultimi anni. Wall Street ha bruciato oltre 2.000 miliardi di dollari in poche ore, con l’S&P 500 e il Nasdaq in calo rispettivamente del 4,8% e del 6%. L’epicentro del terremoto è ancora una volta a Washington, dove l’amministrazione Trump ha annunciato una nuova ondata di dazi su scala globale: 25% sulle importazioni di automobili, 54% sulla Cina, 46% sul Vietnam, 24% sul Giappone, 20% sull’Unione Europea. Un colpo secco alla globalizzazione che si inserisce perfettamente nella narrativa trumpiana del “Make America Great Again”, ma che rischia di riscrivere in profondità gli equilibri del commercio mondiale.

Al di là del clamore immediato, questa mossa ha una precisa logica politica interna: si rivolge a un elettorato disilluso, che ha visto negli anni scomparire fabbriche, salari decenti e la promessa di un’America che premia il lavoro. I dazi diventano così un simbolo di riscatto, una forma visibile e semplificata di reazione a un mondo percepito come ingiusto. Non importa che gli effetti economici siano regressivi – aumento dei prezzi, riduzione del potere d’acquisto, rischio di stagflazione – perché ciò che conta è il messaggio: l’America combatte per sé stessa, senza compromessi.

Ma questo ritorno a un protezionismo aggressivo non avviene nel vuoto. Gli altri attori globali non stanno a guardare. L’inasprimento delle tariffe ha già spinto Cina, Russia e paesi del Sud globale a rafforzare legami alternativi, consolidando la rete dei BRICS+ e accelerando processi di de-dollarizzazione e accordi commerciali paralleli.

Gli Stati Uniti, nel tentativo di chiudersi in una nuova cortina doganale, rischiano di favorire una biforcazione dell’ordine commerciale mondiale: da una parte un Occidente a guida americana, dall’altra un blocco emergente sempre più autonomo, in grado di fare a meno di Washington.

L’Unione Europea, colpita anch’essa dai dazi, si trova in mezzo a questa riconfigurazione globale senza una strategia chiara. L’Italia, che nel 2024 ha registrato un surplus di 39 miliardi di euro con gli Stati Uniti, è particolarmente esposta.

“Donald Trump” by Gage Skidmore is licensed under CC BY-SA 2.0.

I dazi al 20% sulle esportazioni italiane mettono in crisi numerosi comparti industriali, senza che Bruxelles abbia ancora individuato strumenti di compensazione efficaci. Il risultato è una crescente percezione di vulnerabilità: l’alleato americano può trasformarsi, all’improvviso, in un partner ostile, e l’Europa appare priva di autonomia sia commerciale che strategica.

Il protezionismo di Trump, quindi, non è solo un fatto economico. È un gesto ideologico, un riassetto delle priorità americane, un passo verso un mondo più frammentato. In questo nuovo scenario, la globalizzazione non scompare, ma cambia forma: diventa selettiva, bilaterale, escludente. E con essa, si trasformano anche le relazioni internazionali, non più basate su regole condivise, ma su rapporti di forza continuamente negoziati.

Ed è qui che il timore diffuso — e per nulla infondato — trova spazio: che questa nuova guerra commerciale sia solo il preludio a una fase di conflitto aperto. Quando le diplomazie si logorano sulle tariffe e le istituzioni internazionali vengono svuotate di autorità, il passo successivo non è l’accordo, ma lo scontro.

Con il Medio Oriente già in fiamme, l’Ucraina ancora sotto attacco e Taiwan sulla linea rossa, l’ultima cosa che il mondo può permettersi è un’altra scintilla innescata da un container bloccato in porto o da un embargo improvviso. La storia insegna che le guerre, spesso, cominciano proprio così: con un dazio, una crisi economica, un’illusione di forza. E quando cominciano, non sempre si fermano dove conviene.

Ma c’è un’ulteriore conseguenza da non sottovalutare: la decisione di Trump, sebbene figlia del contesto politico statunitense, rischia di esercitare un’influenza pesante anche sugli equilibri elettorali di altri Paesi. Quando l’economia si chiude e i mercati reagiscono con il panico, si riaccendono ovunque le retoriche nazionaliste, si rafforza la tentazione di rispondere al protezionismo con altro protezionismo, e la politica si piega alla logica del muro contro muro.

In Europa, in Asia, in America Latina, dove già avanzano movimenti che parlano la stessa lingua muscolare e identitaria del trumpismo, la nuova guerra dei dazi potrebbe diventare un assist involontario ma potentissimo. Perché in un mondo polarizzato, ogni scelta estrema si riproduce, si diffonde, si legittima. E così, da una campagna elettorale americana, può partire un’onda lunga che scombina gli assetti democratici ben oltre i confini degli Stati Uniti.