La Svizzera è rimasta sotto shock quando, il 1° agosto 2025, Washington ha annunciato un dazio del 39% su quasi tutte le sue esportazioni verso gli Stati Uniti, con decorrenza 7 agosto. È il livello più alto toccato da un paese occidentale e supera perfino il 31% della stretta di aprile. Berna si aspettava qualcosa di più simile al 15% riconosciuto all’Unione europea e invece si è vista trattare come un partner con surplus “eccessivo” da correggere.
Gli svizzeri hanno reagito con diplomazia immediata, chiedendo un nuovo round negoziale e mandando avanti governo e imprese a spiegare che la misura avrebbe un impatto reale su orologi, macchinari di precisione, agroalimentare premium e persino sui simbolici coltellini.
Ma se guardiamo la mappa dei dazi 2025, capiamo che non è un incidente isolato. Pochi giorni prima gli USA avevano colpito la Norvegia con un 15% piatto su “praticamente tutte le merci”, portandola dal quasi zero al livello dei grandi partner: immediata la protesta del settore seafood, che ha visto avvantaggiati i concorrenti scozzesi e cileni, rimasti più in basso.
Anche qui stesso copione: paese piccolo, fortemente esportatore, non dentro un grande blocco commerciale con Washington, costretto ad assorbire il colpo più che a rispondere.
In Asia la logica è identica. Singapore, che vive letteralmente di export e di fiducia nelle regole del commercio globale, si è vista imporre ad aprile un 10% generalizzato, poi ritoccato su alcuni settori come il farmaceutico.
Il governo non ha potuto parlare di ritorsioni: ha creato una task force per aiutare le imprese a reggere, ammettendo che un’economia “così dipendente dalla domanda esterna” è vulnerabile a ogni giro di vite statunitense. È lo stesso ragionamento che i funzionari svizzeri hanno messo nero su bianco: l’incertezza resta elevata, e l’incertezza è già un costo.

Poi c’è il caso Vietnam, che non è piccolo come la Svizzera ma ha un profilo simile dal punto di vista commerciale: export-driven, grosso surplus con gli USA, forte integrazione nelle filiere americane.
Ad aprile Trump ha annunciato un dazio “reciprocale” fino al 46% su Hanoi — poi in parte congelato con l’avvio di colloqui — proprio perché il disavanzo USA-Vietnam era considerato “squilibrato”. Anche qui, il messaggio è lo stesso: chi ha un surplus alto e non appartiene a un’area coperta da accordi profondi, paga di più.
Messa così, la storia non parla più solo di Svizzera. Parla di una cosa più generale: la politica dei dazi 2025 degli Stati Uniti penalizza soprattutto le economie piccole, ricche e molto aperte. Quelle che hanno costruito la propria prosperità sull’export di beni ad alto valore aggiunto e che non hanno né il mercato interno per assorbire il colpo, né la massa geopolitica per rispondere.
L’UE, il Giappone, la Corea sono saliti al 15%, che è già tanto, ma almeno ci sono arrivati come blocchi negoziali e con catene transatlantiche da rivendicare. La Svizzera no, e infatti prende il 39%. La Norvegia no, e infatti si vede applicare il 15% “secco”. Singapore no, e infatti deve aprire una task force invece di un contenzioso.
C’è anche un aspetto valutario che aggrava la faccenda: la Svizzera lamenta che il dollaro si è indebolito sul franco proprio mentre arrivavano i dazi, quindi il rincaro per il consumatore americano è doppio. Questo ti dice che i piccoli esportatori non controllano né la leva commerciale, né quella del cambio.
E quando due leve si muovono insieme nella direzione sbagliata, il ministero dell’economia è costretto a dire quello che ha detto Berna: la crescita rallenterà, la disoccupazione salirà.
Da qui il punto politico che possiamo tirare fuori: in un mondo che si sta ricompartimentando in blocchi, chi sta “tra” i blocchi è più esposto. La Svizzera ha sempre giocato la carta della neutralità e dell’apertura; la Norvegia quella dell’integrazione soft col mercato occidentale; Singapore quella della massima eleggibilità come hub.
Tutte e tre ora devono negoziare bilateralmente con Washington perché non hanno lo scudo di un accordo più grande. Non è solo una storia di commercio: è una storia di potere. E rispetto a cinque-dieci anni fa, i piccoli esportatori hanno meno potere.



