Capo Verde, salvi dall’omofobia ma senza asilo

Da Dakar a Praia ci sono poco più di seicento chilometri di Atlantico. Per alcuni omosessuali senegalesi, negli ultimi mesi, sono diventati la distanza fra la paura di essere arrestati e la possibilità di camminare per strada senza nascondersi. Capo Verde è oggi uno dei luoghi più tolleranti dell’Africa verso le persone Lgbt+, mentre in Senegal la repressione ha compiuto un salto drammatico.

Ma il rifugio presenta un paradosso: chi riesce ad arrivare nell’arcipelago può sentirsi finalmente al sicuro e, nello stesso tempo, scoprire di non avere quasi nessun modo per trasformare quella sicurezza provvisoria in una nuova vita.

È la storia raccontata da alcuni senegalesi fuggiti a Praia dopo l’inasprimento della legislazione del loro Paese. Una fuga che negli ultimi mesi ha preso diverse direzioni, dal Gambia alla Mauritania, dal Marocco a Capo Verde. L’arcipelago ha però una caratteristica che lo rende particolare: appartiene alla stessa regione dell’Africa occidentale, è raggiungibile dai cittadini della Cedeao senza visto per soggiorni fino a novanta giorni e, soprattutto, non criminalizza le relazioni omosessuali. Il problema comincia quando quei novanta giorni finiscono.

In Senegal, fino a pochi mesi fa, l’articolo 319 del codice penale prevedeva già da decenni la reclusione per quelli che definiva «atti contro natura». Il 27 marzo 2026 il presidente Bassirou Diomaye Faye ha promulgato la legge 2026-08, entrata in vigore con la pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale il 30 marzo.

La pena per i rapporti consensuali tra persone dello stesso sesso è stata portata da un intervallo compreso fra uno e cinque anni a cinque-dieci anni di carcere. La multa può arrivare a 10 milioni di franchi Cfa, circa 15 mila euro, e sono state introdotte nuove fattispecie per la «promozione», il sostegno e il finanziamento dell’omosessualità. Il Parlamento aveva approvato la riforma con 135 voti favorevoli, nessun contrario e tre astensioni.

La legge non è rimasta sulla carta. Già prima della sua entrata in vigore la polizia aveva intensificato gli arresti. Alla fine di aprile attivisti e mezzi di informazione censivano 86 persone arrestate dall’inizio di febbraio. A luglio le operazioni sono continuate: in uno dei casi più recenti due uomini sono stati fermati di notte su una spiaggia nell’area di Guédiawaye e, secondo la ricostruzione disponibile, tra gli elementi utilizzati contro di loro figuravano un preservativo trovato durante la perquisizione e messaggi a contenuto sessuale presenti sul telefono.

La repressione sta producendo anche un effetto sanitario che dovrebbe bastare, da solo, a mostrare l’assurdità di una legislazione del genere. Reuters ha documentato un calo superiore al 25 per cento delle visite in alcuni centri per il trattamento dell’Hiv già nel mese di febbraio. Persone che prima si rivolgevano ai servizi sanitari hanno cominciato a evitarli per paura di essere identificate, denunciate o associate alla comunità omosessuale.

Organizzazioni impegnate nella prevenzione hanno sospeso parte delle attività sul territorio. Una legge presentata come difesa della morale rischia quindi di ottenere un risultato perfettamente opposto anche sul terreno della salute pubblica: rendere più difficile prevenzione, diagnosi e cura.

Capo Verde è quasi l’immagine rovesciata di questo scenario. Le relazioni omosessuali sono state depenalizzate nel 2004 e dal 2008 esistono protezioni contro le discriminazioni sul lavoro basate sull’orientamento sessuale. Nel 2013 Mindelo organizzò il primo Pride del Paese e quest’anno anche Praia ha ospitato una marcia pubblica alla quale hanno partecipato rappresentanti delle istituzioni, compresa la ministra della Famiglia, dell’Inclusione e dello Sviluppo sociale.

Non significa che discriminazione e omofobia siano scomparse, né che esista una piena uguaglianza giuridica: Capo Verde non riconosce le unioni fra persone dello stesso sesso e rimangono lacune nella tutela dell’identità di genere. Ma il confronto con gran parte del continente è impressionante.

Afrobarometer lo ha misurato con una domanda molto concreta. In un’indagine condotta in 39 Paesi africani, mediamente soltanto il 24 per cento degli intervistati mostrava tolleranza verso persone impegnate in relazioni omosessuali. A Capo Verde gli intolleranti erano appena il 18 per cento, contro il 23 per cento del Sudafrica e il 30 delle Seychelles: il dato migliore dell’intero campione. In altre rilevazioni, oltre otto cabo-verdiani su dieci dichiaravano che non avrebbero avuto problemi ad avere un vicino omosessuale.

Foto: Eugénio Teixeira/VOA/Wikimedia Commons Public Domain

È facile capire perché Praia o Mindelo possano apparire come un approdo naturale a chi fugge da Dakar. Ma qui comincia la seconda storia, meno visibile e molto più burocratica.

Capo Verde possiede una legge sull’asilo, ma non possiede un sistema funzionante per applicarla. La legge 99/V/99 disciplina formalmente il diritto d’asilo e lo status di rifugiato. Il Paese ha inoltre aderito nel 1987 al Protocollo del 1967 sui rifugiati. Eppure, secondo l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, ancora oggi non esiste una procedura statale attraverso la quale presentare e ottenere l’esame di una domanda d’asilo e non esiste un organismo pubblico incaricato specificamente di determinare chi abbia diritto allo status di rifugiato. L’Unhcr sta discutendo con le autorità cabo-verdiane dal 2024 proprio della costruzione di un sistema nazionale.

Nel frattempo le richieste vengono gestite con il coinvolgimento dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni e indirizzate alla struttura regionale dell’Unhcr. Capo Verde può fornire assistenza temporanea e materiale, ma manca il passaggio decisivo: quello che trasforma una persona fuggita da una persecuzione in un rifugiato legalmente riconosciuto, con una posizione stabile e diritti definiti.

Per un senegalese il meccanismo diventa particolarmente crudele. Grazie alla libera circolazione della Cedeao può arrivare senza visto e rimanere novanta giorni. Poi deve chiedere una proroga oppure ottenere un normale titolo di soggiorno. Ma i permessi ordinari sono costruiti per chi arriva per lavorare, studiare, investire o ricongiungersi con la famiglia.

Per la residenza vengono richiesti, tra le altre cose, mezzi di sussistenza adeguati e un alloggio. Sono requisiti perfettamente comprensibili per la normale immigrazione, molto meno per qualcuno che è scappato in fretta perché rischiava il carcere a casa propria.

È qui che il «paradiso» diventa una prigione. Non perché Capo Verde perseguiti queste persone, ma perché offre loro qualcosa di fondamentale, la sicurezza, senza essere ancora attrezzato per offrire ciò che dovrebbe venire subito dopo: uno status. Tornare in Senegal può voler dire esporsi alla detenzione, alla denuncia familiare, alla violenza o alla perdita del lavoro. Restare significa affrontare la precarietà del permesso, trovare un’occupazione e una casa in un piccolo Paese di appena 527 mila abitanti, con un mercato del lavoro limitato e una disoccupazione che nel 2025 era ancora vicina al 12 per cento.

Il caso senegalese, inoltre, non è isolato. In più di trenta Stati africani le relazioni omosessuali rimangono criminalizzate. Nel 2026 il Niger ha introdotto pene da cinque a dieci anni, mentre il Ghana ha approvato una nuova legge che colpisce anche la «promozione» dei diritti Lgbt+. In diversi Paesi la tendenza non è dunque verso una lenta depenalizzazione, ma verso l’inasprimento delle sanzioni e l’estensione della repressione dalle relazioni private alle associazioni, all’informazione e persino a chi presta sostegno.

In Senegal questa deriva viene spesso presentata politicamente come difesa della sovranità nazionale contro valori imposti dall’Occidente. Ma il risultato concreto non ha niente di astratto: uomini e donne costretti a cancellare messaggi dai telefoni, medici che vedono sparire pazienti dagli ambulatori, famiglie trasformate in possibili denuncianti, persone che prendono un aereo o una nave senza sapere se potranno mai tornare.

Capo Verde dimostra che in Africa un’altra realtà è possibile. La tolleranza non ha distrutto la società cabo-verdiana, il Pride non ha provocato il collasso della famiglia e la depenalizzazione del 2004 non ha trasformato l’arcipelago in quell’abisso morale agitato dalla propaganda omofoba nei Paesi vicini. Ha semplicemente permesso a molte persone di vivere con meno paura.

Ma proprio per questo il vuoto sull’asilo è ormai difficile da giustificare. Essere il rifugio più sicuro della regione serve a poco se chi vi arriva non può sapere se gli sarà consentito restare. Per chi fugge da dieci anni di carcere, novanta giorni di libertà sono molto meglio di niente. Restano comunque novanta giorni.

Foto Ji-Elle, licenza CC BY-SA 3.0